L’Argentina non può pagare: storia di un default e di un ricatto

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Negli ultimi giorni si è tornato a parlare della situazione economica e politica dell’Argentina. Il nuovo governo, espressione di tutti partiti di ispirazione peronista e guidato da Alberto Fernandez e Cristina Fernandez de Kirchner, è salito al potere nel dicembre dello scorso anno e sta negoziando con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) le condizioni per la parziale restituzione degli enormi debiti lasciati dall’amministrazione Macri.

Va specificato che si tratta di debito denominato in valuta estera (in dollari statunitensi, nel caso argentino) che, a differenza del debito in valuta nazionale sempre finanziabile da una banca centrale, è per definizione sostenibile solo fino a che il paese dispone di riserve in valuta estera (in questo caso, di dollari). Inoltre debito in dollari accumulato dall’Argentina negli anni delle politiche neo-liberiste promosse dall’ex-presidente Macrì,  anziché finanziare la crescita interna, ha avuto la funzione di finanziare le importazioni, di sostenere le operazioni degli speculatori finanziari, e di foraggiare i dividendi delle grandi corporazioni: tutt’altro, insomma, rispetto ad un finanziamento in deficit di interventi da parte dello Stato volti a finanziare la crescita economica del paese, e quindi a contrastare disoccupazione e povertà.

Un rapporto del Fondo Monetario Internazionale ha recentemente affermato che il debito dell’Argentina sarebbe da considerare ‘insostenibile’. Il report in questione cita:

…sulla base dell’analisi della sostenibilità del debito del luglio 2019, il personale del FMI valuta ora che il debito dell’Argentina non è sostenibile. In particolare, la nostra opinione è che l’avanzo primario che sarebbe necessario per ridurre il debito pubblico e il fabbisogno lordo di finanziamento a livelli coerenti con un rischio di rifinanziamento gestibile e una crescita soddisfacente della produzione potenziale non è né economicamente né politicamente fattibile. Di conseguenza, è necessaria un’operazione definitiva di indebitamento, che generi un contributo significativo da parte dei creditori privati, per contribuire a ripristinare la sostenibilità del debito con un’elevata probabilità. Il personale del FMI ha sottolineato l’importanza di continuare un processo di collaborazione con i creditori privati per massimizzare la loro partecipazione all’eventuale operazione di indebitamento.

Questo rapporto giunge dopo una serie di precedenti rapporti che previsionavano eccezionali prospettive economiche per l’Argentina e un ampio surplus commerciale. Previsioni evidentemente infondate e tendenziose, finalizzate a finanziare il debito per cercare di far vincere le elezioni a Macri. Ora che lo scenario politico si è ribaltato con la vittoria della coalizione peronista, il FMI cambia il suo punto di vista sulla sostenibilità del debito dell’Argentina. Se ciò, da un lato, sembrerebbe a prima vista favorire il governo Fernandez, che, con il sostegno del FMI, potrà chiedere una significativa riduzione del debito, tuttavia la concessione di tale riduzione viene subordinata ad un pacchetto di riforme neoliberiste che il FMI pretende di imporre al paese. Il pacchetto riguarderebbe, in primis, una maggior flessibilizzazione del mercato lavoro e la riforma delle pensioni. E così i sostanziosi prestiti erogati durante l’era Macrì rivelano il loro volto: quello di condizionare sin dall’inizio, tramite la partita di scambio “taglio del debito – riforme neoliberiste” la politica economica del paese nel futuro. Un simile ruolo, mutatis mutandis, era stato giocato dal FMI in Grecia dove a fronte della concessione di un pragmatico piano di parziale default si era imposta l’adozione di quelle politiche neoliberiste che hanno condotto quel paese in uno stato di profondissima crisi economica e sociale.

Al margine delle vicende argentine, proprio in questi giorni si è verificato un evento significativo e rivelatore della grave ipocrisia di quelle istituzioni internazionali orientate alla promozione de paradigma neoliberista nel mondo. Pochi giorni fa si è dimessa Pinelopi Goldberg, capo-economista della Banca Mondiale, dopo che l’organizzazione si è rifiutata di pubblicare un rapporto redatto da alcuni ricercatori dell’istituzione. Il rapporto verificava che quando un Paese riceve assistenza finanziaria dall’estero, il momento dell’erogazione dei fondi coincide con un picco nei depositi presso le banche in Svizzera, a dimostrazione del fatto che i finanziamenti spesso e volentieri finiscono per finanziare fughe di capitali con finalità speculative piuttosto che la crescita economica dei paesi. Occorre precisare che l’Argentina non fa parte di questo studio, ma i risultati dell’analisi sono in chiaro contrasto con quanto previsto dallo statuto del FMI. Nel suo statuto, infatti, il FMI, all’articolo VI del proprio statuto, vieta la concessione di prestiti alle imprese per finanziare la “fuga di capitali”, cioè il deflusso di valuta estera dal Paese. Il governo Macri aveva eliminato tutte le barriere al deflusso di valuta estera dal paese che erano state invece elevate dal governo Kirchener precedente.  Per avere un’idea più precisa del fenomeno occorre considerare che nel secondo mandato di Cristina Fernandez de Kirchner si era fissato un controllo dei cambi per cui i privati non potevano acquistare, con i loro pesos argentini, più di 2000 dollari al mese da poter tesaurizzare. Macrì ha abolito quel limite, fissandone uno, ben più alto, a 2 milioni di dollari al mese. Durante il governo Macrì la formazione di attivi esteri dall’Argentina ha raggiunto in quattro anni la cifra esorbitante di 73.156 milioni di dollari, dei quali 56.190 erano acquisto di valuta tesaurizzata.

Ebbene il governo Macrì ha ricevuto, malgrado questo, imponenti prestiti da parte dell’FMI puntualmente dirottati verso fughe di capitale degli speculatori in piena violazione dello stesso statuto del fondo, senza che quest’ultimo abbia battuto ciglio.

Che lezione trarre dunque dal caso argentino? Le istituzioni internazionali come il FMI e la Banca mondiale sono organismi preposti a mantenere e rafforzare l’ordine neoliberista. Dietro ogni piano di salvataggio, prestito o aiuto internazionale, si celano le ingerenze della speculazione economica e finanziaria sulle scelte politiche di Stati e popoli a tutte le latitudini del mondo. Non resta che sperare che il governo Fernandez sappia resistere all’enorme pressione ristabilendo le priorità di una politica economica a favore delle classi popolari.

 

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