A Madrid come a Roma: ci tolgono la casa, ci abbassano i salari

Maricarmen aveva 87 anni e da settant’anni viveva nello stesso appartamento del quartiere Retiro, a Madrid. La società proprietaria voleva alzarle l’affitto da 450 a 1.650 euro al mese, più di tutta la sua pensione, e il 23 settembre l’hanno sfrattata e portata via in barella. È morta in ospedale il 7 ottobre, senza essere mai tornata a casa. La sua storia ha acceso la Spagna. A Madrid centinaia di persone si sono accampate a Puerta del Sol insieme al sindacato degli inquilini, a Barcellona hanno sfilato decine di migliaia di persone e il 3 ottobre si è manifestato in oltre 50 città, con 70.000 persone solo a Madrid e, secondo alcune stime, circa mezzo milione in tutto il paese. 

Dietro lo sfratto di Maricarmen c’è un sistema, quello di chi ha trasformato la casa in un affare. Secondo un’inchiesta di Civio, in Spagna oltre 185.000 alloggi in affitto hanno come padrone di casa una grande azienda, e circa la metà appartiene a banche e fondi d’investimento americani. CaixaBank e Blackstone, i due maggiori proprietari del paese, da soli ne contano circa 41.400. Nel primo semestre del 2026 gli investimenti di fondi e grandi proprietari nelle case in affitto sono cresciuti del 376% in un anno, arrivando a 2,9 miliardi di euro, e interi pacchetti di case passano di mano come fossero azioni. Per loro una casa non è un posto dove vivere ma una rendita, come per ogni altro palazzinaro.

In Italia i grandi fondi e gli investitori istituzionali sono ancora pochi, ma stanno arrivando in fretta, e si vede. Nel 2025 hanno investito nella casa 1,2 miliardi, il 40% in più in un anno, e quattro euro su dieci sono finiti negli studentati: a Milano una stanza singola al Villaggio Olimpico costa 1.065 euro al mese; prezzi simili al Social Hub di Roma. Sempre a Milano il gruppo americano Hines, insieme a un fondo pensione olandese, aveva annunciato già nel 2022 un progetto da 850 milioni per 1.400 appartamenti in affitto. Lo stesso fondo speculativo, a Roma, con la complicità dalla giunta di centro sinistra che governa città e municipio, ha mire sugli Ex-mercati generali.

E il pubblico, intanto, dov’è? Gli alloggi popolari sono circa 823.000 su oltre 35 milioni di abitazioni, poco più del 2%, e ci vivono circa tre famiglie su cento. Eppure, oltre 61.000 restano chiuse perché servono lavori di manutenzione straordinaria che nessuno paga, frutto di trent’anni di austerità, da quando è stata abolita la Gescal, la Gestione case per i lavoratori che con un contributo sulle buste paga finanziava l’edilizia pubblica. 

Il Piano casa del governo Meloni, convertito in legge a luglio, promette 100.000 alloggi in dieci anni, a fronte di oltre 250.000 famiglie in lista d’attesa, ma non stanzia un solo euro per realizzarli. Il piano si regge su tre pilastri. Il primo, dedicato alle case popolari, doveva essere finanziato con risorse del PNRR, poi dirottate altrove: è fermo al palo. Il secondo riguarda l’edilizia residenziale sociale, quindi redditizia per i privati del settore, e utilizza fondi di coesione già destinati alle politiche abitative: non aggiunge, dunque, un euro. Il terzo è una deregolamentazione urbanistica, con tanto di commissario straordinario per aggirare i controlli ambientali, paesaggistici e urbanistici, pensata per gli investitori privati, proprio quei fondi che speculano sull’abitare. Come se non bastasse, la stessa legge accelera gli sfratti.

Oggi sembrano idee radicali, eppure uno dei più grandi piani di case pubbliche della storia d’Italia l’ha fatto un democristiano. Con il piano INA Casa, voluto da Amintore Fanfani nel governo De Gasperi, tra il 1949 e il 1963 sono stati costruiti circa 2 milioni di vani per oltre 350.000 famiglie, con 20.000 cantieri e 40.000 edili al lavoro ogni anno. Per eguagliarlo oggi servirebbero circa 9 miliardi all’anno per ogni anno, mentre per 50000 abitazioni il famigerato Osservatorio sui conti pubblici stima un costo di più di una decina di miliardi. Il Governo, invece, quanto mette? Zero spaccato, e invece di un piano casa vero propone solita ricetta: qualche prebenda per gli speculatori privati ma zero risorse per risolvere i problemi dei cittadini.

Stipendi al palo, affitti alle stelle

Ma per capire perché la casa sia diventata un lusso bisogna partire dagli stipendi. Dal 2021 al 2026 i salari monetari, cioè quelli scritti in busta paga, sono cresciuti del 14%, mentre i prezzi sono saliti del 22%. Il salario reale, ossia quanti beni e servizi riusciamo davvero a comprare con quello che guadagniamo, è quindi sceso di 8 punti percentuali in poco più di cinque anni. È come se ogni anno ci avessero tolto un’intera mensilità, perché un mese di stipendio vale circa l’8% di quello che si guadagna in un anno. Destino simile per le pensioni, i cui meccanismi di indicizzazione sono stati drasticamente ridimensionati. Nessun governo ha voluto agganciare le retribuzioni (salari e pensioni) al costo della vita e la scala mobile resta un tabù. E così ogni aumento dei prezzi che i salari non recuperano diventa reddito trasferito dal lavoro ai profitti e alle rendite.

Dal 2021 al 2026Variazione cumulata
Salari monetari (retribuzioni contrattuali orarie)+14,0%
Inflazione (prezzi al consumo per l’intera collettività)+22,2%
Salari reali−8,2 punti %

Elaborazione su dati dell’Istituto nazionale di statistica (ISTAT). Per il 2026 sono considerati i primi otto mesi dell’anno. I salari reali sono calcolati come differenza tra la crescita dei salari monetari e l’inflazione, cioè 14,0% meno 22,2%, che fa 8,2 punti in meno.

Il mercato immobiliare ne è la prova. Come mostra la tabella qui sotto, nelle dodici città più grandi del paese i prezzi di vendita delle case sono cresciuti in media di circa il 20%, più o meno quanto l’inflazione, con punte tra il 25% e il 33% a Bologna, Bari e Verona. Ma il colpo più duro arriva dagli affitti, la voce che si mangia lo stipendio delle classi meno abbienti. Tra gennaio 2021 e settembre 2026 i canoni richiesti sono saliti in media del 32%, dieci punti più dell’inflazione, con aumenti che vanno dal 19% di Milano, dove gli affitti erano già i più cari d’Italia, al 51% di Bari. Tra le cause c’è anche la corsa agli affitti brevi. Ad agosto in Italia c’erano quasi 572.000 annunci su Airbnb, oltre l’80% per case intere e quasi il 70% gestiti da chi ha più di un alloggio, con più di 37.000 annunci solo a Roma. Ogni appartamento che finisce su piattaforme come Airbnb e Booking è una casa in meno per chi ci deve vivere, e gli studi raccolti da Pagella Politicamostrano che dove crescono gli affitti brevi crescono anche i canoni. Così chi ha redditi più bassi viene spinto fuori dai centri delle città, per fare spazio ai turisti.

CittàVendita gen. 2021 (€/m²)Vendita set. 2026 (€/m²)Var. %Affitto gen. 2021 (€/m²/mese)Affitto set. 2026 (€/m²/mese)Var. %
Roma3.2443.875+19,5%14,4019,13+32,8%
Milano4.7565.665+19,1%18,8022,32+18,7%
Napoli2.7413.025+10,4%11,9015,33+28,8%
Torino1.8722.292+22,4%9,4012,99+38,2%
Palermo1.3461.592+18,3%7,109,70+36,6%
Genova1.6171.879+16,2%7,5011,15+48,7%
Bologna3.0693.841+25,2%13,6016,51+21,4%
Firenze4.0254.779+18,7%15,2021,75+43,1%
Bari1.8292.344+28,2%8,6012,97+50,8%
Catania1.2701.334+5,0%7,709,70+26,0%
Venezia2.9903.423+14,5%11,8015,51+31,4%
Verona2.1982.930+33,3%10,0012,32+23,2%
Media 12 città2.5803.082+19,5%11,3314,95+31,9%

Dati di immobiliare.it, prezzi medi richiesti negli annunci. La media è semplice, calcolata sui valori delle dodici città.

Ma un aumento non vale l’altro, e lo sa bene chi fa la spesa e paga un affitto. Se il pane sale del 20% e passa da 5 a 6 euro al chilo, a fine mese si spende qualche decina di euro in più. Se invece sale del 30% una stanza da 450 euro in un appartamento condiviso, sono 135 euro in più da dover spendere ogni mese, e per un bilocale da 800 euro diventano 240, cioè 2.880 euro in un anno. L’inflazione ci racconta solo metà della storia, perché chi vive in affitto nelle grandi città subisce un aumento dei prezzi molto più alto di quello ufficiale. A Bari e a Genova gli affitti sono cresciuti di quasi il 50%, tre volte e mezzo più rispetto all’aumento dei salari monetari. A Firenze un metro quadro costa 21,75 euro al mese e un bilocale di 60 metri arriva a circa 1.300 euro, una cifra fuori portata per un giovane che lavora, mentre a Bologna e a Roma per gli stessi 60 metri si pagano circa in media dai 1.000 ai 1.150 euro.

Quanto pesa tutto questo su chi lavora? Secondo l’Ufficio studi di Locare, nel 2025 l’affitto di un bilocale di 60 metri in semicentro si mangiava il 66% del reddito netto a Milano, il 55% a Roma e il 49% a Napoli, quando la soglia oltre la quale una casa diventa un peso insostenibile sta tra il 30% e il 35%. In molte grandi città se ne va metà dello stipendio, e anche di più, solo per avere un tetto sopra la testa. E non ci vengano a dire che bisogna comprare, perché chi vive con un solo stipendio trova un trilocale con una rata sotto il 30% del reddito nell’1,3% degli annunci a Milano, nello 0,9% a Bologna e nello 0,2% a Firenze, cioè praticamente mai!

Il risultato è una generazione con la vita in sospeso. In Italia si lascia la casa dei genitori in media a 30,2 anni, quasi quattro anni dopo la media europea, e chi se ne va spesso finisce in una stanza condivisa. Già nel 2023 l’età media di chi vive con dei coinquilini era salita a 34 anni, e per la prima volta i lavoratori avevano superato gli studenti. I diversamente giovani tra i 30 e i 40 anni non vivono così per scelta, ma perché con stipendi precari e da fame un mutuo resta un miraggio, e pur di cominciare una vita adulta finiscono per vivere in una stanza in condizioni abitative a volte inaccettabili per prezzi del tutto irragionevoli. E poi c’è chi, soprattutto a destra, si straccia le vesti per la denatalità senza mai guardare alle condizioni materiali di donne e uomini di questo paese, e preferisce dare la colpa alle donne che penserebbero troppo alla carriera e non più alla casa, o ai giovani che non avrebbero più voglia di mettere su famiglia. Come se un figlio si potesse crescere in una stanza in affitto e con uno stipendio precario.

Case per chi ci vive, non per chi ci specula

La casa è un diritto che la Corte costituzionale ha collocato fra i diritti inviolabili dell’uomo, e per garantirlo non servono miracoli ma scelte politiche. Bisogna bloccare gli affitti e mettere un tetto ai canoni nelle città sotto pressione, come già chiedono le piazze di Madrid, e come da anni (e non da ieri) chiedono movimenti per la casa e partiti di alternativa fermare gli sfratti di anziani, malati e famiglie senza alternativa, requisire le case sfitte dei grandi proprietari per affittarle a canone sociale, tornare a costruire case popolari come l’Italia non fa da decenni e agganciare i salari e le pensioni ai prezzi, perché nessuno si impoverisca lavorando.

Nessun governo farà queste scelte se non saremo noi a imporle, ed è per questo che lo sciopero generale del 30 ottobre ha senso. Quel venerdì l’Unione sindacale di base ha proclamato uno sciopero generale di tutto il lavoro pubblico e privato, con una piattaforma che tiene insieme salari e pensioni, prezzi, affitti e mutui e il no al riarmo. I numeri qui riportati dicono che ce n’è bisogno, con salari diminuiti di 8 punti percentuali dal 2021, affitti cresciuti fino al 51% e un governo che risposte vere non ne dà. Chi sciopera il 30 ottobre non chiede un favore, chiede indietro almeno quello che gli è stato tolto. In Spagna è servito lo sfratto di una donna di 87 anni, poi morta in ospedale, per riempire le strade. Non aspettiamo una (ennesima) tragedia per fare lo stesso!

Rispondi