La moneta e il paradosso europeo: è vero che non abbiamo sete?

il cavallo non beve

Come ammesso dalla stessa BCE, la liquidità introdotta nell’economia reale ha un effetto positivo su reddito e produzione almeno nel breve periodo, ossia quando la forza lavoro non è pienamente occupata (scopo della politica monetaria). Di conseguenza, la moneta fornita dalle banche centrali – almeno in presenza di disoccupazione – ha un effetto positivo sulla crescita e sull’entrata della forza lavoro disoccupata nel sistema produttivo. Proprio per questo motivo, a partire dal 2011, a seguito dello scoppio della crisi dei debiti sovrani e di anni di recessione economica, la BCE ha messo a disposizione delle banche commerciali una serie di strumenti volti ad introdurre moneta all’interno del sistema economico reale. Il principale strumento è stato il cosiddetto LTRO (long-term refinancing operation), attraverso il quale la politica monetaria europea ha garantito tutta la liquidità necessaria al settore bancario concedendo prestiti di una durata che varia dai tre mesi ai tre anni (un record per la BCE dato che i prestiti che avvenivano in assenza del LTRO erano settimanali). Nonostante questo strumento innovativo la moneta non è di fatto entrata nell’economia reale, ma è stata utilizzata dal sistema bancario prevalentemente per l’acquisto dei titoli di stato (operazioni di rifinanziamento: LTRO).

Per capire perché le politiche monetarie della BCE sono state inefficaci nel risolvere i problemi relativi alla crescita e all’occupazione bisogna comprendere le modalità attraverso cui la moneta entra in circolazione all’interno dell’Unione Monetaria Europea – e nella maggior parte delle moderne economie capitalistiche. In Europa la BCE vincola l’espansione monetaria obbligandola a transitare esclusivamente dal sistema bancario, escludendo i governi nazionali dalla possibilità di finanziarsi direttamente presso la banca centrale (tematica disciplinata dall’ art. 130 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea e dell’art. 7 dello Statuto della Banca Centrale Europea).

Nelle maggiori economie capitalistiche la moneta nasce comunque da un rapporto triangolare tra banca centrale, banche commerciali ed economia reale (famiglie ed imprese). In questo contesto, quando parliamo di moneta non ci riferiamo al solo circolante (monete e banconote, che ricoprono una quota inferiore al 10% rispetto alla moneta totale), ma anche e soprattutto ai depositi bancari (moneta elettronica) e a titoli con scadenza massima di due anni. Quest’ultima precisazione ci permette di comprendere che la moneta è creata prevalentemente grazie alla concessione del credito bancario: le imprese e le famiglie domandano credito alle banche commerciali e, qualora vengano ritenute solvibili, ricevono il credito desiderato attraverso la concessione di un deposito (moneta elettronica che viene depositata sul conto corrente bancario) ad un determinato tasso d’interesse. Contestualmente, le banche commerciali creano il prestito senza dover attingere dai risparmi precedentemente accumulati, ma creando depositi bancari e indebitandosi presso la BCE. La creazione di moneta avviene così tramite uno scambio: la Banca Centrale ritira i titoli in possesso delle banche commerciali sostituendoli con la liquidità atta a soddisfare la domanda di credito precedentemente richiesta al sistema bancario da famiglie ed imprese. Seguendo questa logica, la quantità di moneta da introdurre nell’economia dipende esclusivamente dalla domanda di credito e mai dalle scelte della BCE, che ha il compito esclusivo di fissare il tasso dell’interesse. Qualora la BCE decida di stimolare l’economia aumentando – di sua spontanea iniziativa – la quantità di moneta messa a disposizione del sistema bancario, tale espansione non influenzerebbe il credito bancario e quindi la crescita economica. Di fatto la quantità di moneta che entra nel sistema economico reale non dipende dalla liquidità creata dalla BCE, bensì dalla domanda di credito rivolta al sistema bancario da parte dei diversi soggetti economici (famiglie e imprese).

Alla luce di queste premesse, è possibile argomentare che mentre nei periodi di crescita economica la quantità di moneta aumenta con il crescere delle richieste di credito, nei periodi di recessione la domanda di credito – in particolare quella delle imprese – diminuisce a causa di un peggioramento delle aspettative di profitto. Infatti, gli imprenditori decidono di non investire proprio per le potenziali perdite che potrebbero subire a causa dell’andamento generale del sistema economico. Sostanzialmente, la minor domanda di credito influisce sulla quantità di moneta che la BCE introduce nel sistema economico, che a sua volta influisce sulla capacità di spesa dei soggetti economici e quindi sulla produzione totale.

Proprio nei periodi di recessione economica, la BCE cerca di risolvere i problemi relativi alla crescita e all’occupazione attraverso l’unico strumento della diminuzione dei tassi dell’interesse, che avrebbe il compito di influenzare l’economia lungo due direttrici: la diminuzione del costo del denaro e il miglioramento delle aspettative circa la crescita economica. Tuttavia, se diminuzioni del tasso dell’interesse hanno un effetto positivo sul costo del denaro preso a prestito, gli effetti sulle aspettative di crescita sono discutibili. Infatti il tasso dell’interesse non influenza particolarmente le aspettative, in quanto queste dipendono direttamente dall’andamento del sistema economico: si è più propensi ad investire (anche indebitandosi) nelle fasi di crescita economica piuttosto che nei periodi di crisi. Per questo motivo nei periodi di recessione, nonostante i tassi dell’interesse siano prossimi allo zero (e quindi la moneta costi poco) non si assiste ad un aumento della quantità di moneta poiché questa è strettamente dipendente dalla domanda di credito, che risulta a sua volta essere subordinata alle aspettative sull’andamento dell’economia nel suo complesso piuttosto che al tasso dell’interesse sui prestiti. Quindi, il vero e unico strumento utilizzato dalla BCE per stimolare la crescita economia è il tasso d’interesse. Tuttavia, per quanto detto prima, variazioni del tasso d’interesse possono risultare inefficaci poiché non modificano le aspettative relative all’andamento dell’economia, ma hanno il solo compito di cambiare il costo del denaro che si prende a prestito dal sistema bancario.

Oggi in Europa, e in particolare nei paesi periferici, si sta esattamente verificando quanto abbiamo spiegato sopra: a causa delle basse aspettative di profitto, le imprese non contraggono nuovi prestiti con le banche commerciali (nonostante i tassi d’interesse di prestito siano bassi) e quindi non espandono i loro investimenti, con effetti negativi su crescita e occupazione. Solitamente si usa dire tra gli economisti che, se la moneta fosse l’acqua e le imprese il cavallo, il cavallo non sta bevendo perché “non ha sete”, e non per mancanza d’acqua.

A chi sostiene che la liquidità ci sia ma non venga assorbita dal sistema economico, si può obbiettare che nei periodi di crisi, dato che le imprese non investono a causa delle aspettative negative e le famiglie non vengono ammesse al credito a causa del crescente rischio di insolvenza (causato proprio dalla crisi economica), è lo Stato che dovrebbe rilanciare l’economia attraverso la spesa pubblica – magari finanziata direttamente dalla BCE. Tornando alle immagini prima evocate, si potrebbe argomentare che quando l’acqua c’è ed il problema è il cavallo che non beve, allora basterebbe lasciare spazio ad un altro animale, magari più “assetato”: lo Stato. Proprio nei periodi in cui le aspettative di profitto sono negative l’unico attore economico disposto ad intervenire è lo Stato attraverso la spesa pubblica. Per quanto detto sopra, la spesa pubblica avrebbe il compito di modificare le aspettative stimolando direttamente la crescita economica. Di conseguenza, il miglioramento delle aspettative e i congiunti bassi tassi dell’interesse pagati sui prestiti porterebbero ad un aumento della domanda di credito da parte di famiglie e imprese.

Purtroppo le attuali politiche adottate dai vertici dell’Unione Europea vanno nella direzione opposta rispetto a quella auspicabile, descrivendo in modo chiaro quello che può essere definito il “paradosso europeo”: nonostante la BCE voglia introdurre liquidità all’interno del sistema economico e lo Stato sia l’unico interlocutore capace di spendere nei periodi di recessione, i limiti dettati dalle politiche di austerità ostacolano la spesa dei governi nazionali e quindi implicitamente ostruiscono la crescita economica e il riassorbimento della forza lavoro inoccupata.

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