Sorvegliati e puniti: l’Europa e la frusta dei mercati

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Da qualche anno a questa parte, è emerso un nuovo sotto-genere letterario praticato estensivamente sui mezzi di comunicazione di massa e volto ad interpretare, prevedere, o chiarire le “reazioni dei mercati” ad eventi con rilevanza politica. Gli appuntamenti elettorali e referendari sono generalmente il terreno privilegiato per questi esercizi di stile. Le chiavi di lettura proposte sono sostanzialmente sempre le stesse: ogni esito elettorale diverso da una affermazione univoca del blocco di potere dominante europeista (in caso di consultazioni nel nostro continente) avrà probabilmente ripercussioni negative, genererà instabilità, incertezza, disoccupazione di massa ed altre piaghe assortite; analizzare la reazione dei mercati finanziari è la maniera più semplice per capire con anticipo cosa succederà all’economia reale e quali saranno le conseguenze che elettori irresponsabili si troveranno di fronte come espiazione dei propri peccati. Dietro questo modo di ragionare traspare chiaramente una idea di fondo: i mercati finanziari sono lo strumento più efficiente per processare l’enorme massa di informazioni generate a getto continuo; l’interazione virtuosa di milioni di piccoli e saggi investitori, i quali devono decidere come allocare i risparmi di una vita, è in grado di produrre un’interpretazione della realtà – e dei suoi fenomeni politici – affidabile, efficace e facile da decifrare. Se i “mercati”, questo perfetto e concorrenziale interagire dei virtuosi risparmiatori di cui sopra, ritengono ragionevolmente che l’economia del paese X andrà male, venderanno i titoli finanziari emessi nel Paese X. L’osservatore casuale, il cittadino medio, il giornalista medio osserverà che gli indici di borsa nel Paese X sono in calo e potrà concludere che c’è qualcosa nei fondamentali dell’economia di questo paese che non va. È un sistema apparentemente efficiente ed inappuntabile. Non solo. All’apparenza è anche profondamente meritocratico: la cattiva condotta di un Paese viene sanzionata dal giudizio oggettivo ed asettico dei “mercati”, i quali si fanno portavoce delle percezioni e delle valutazioni di milioni e milioni di diligenti piccoli risparmiatori. Le implicazioni politiche di questo meccanismo sono semplici: se i mercati finanziari sanzionano il Paese X, diventa prioritario avviare con urgenza delle riforme che risolvano i problemi strutturali di cui il Paese soffre e permettano di rientrare nelle grazie dei mercati. È un film già visto, è soprattutto uno scenario che ci ritroveremo ad osservare nelle prossime settimane. Se ne colgono già le prime avvisaglie in Italia, dove a pochi giorni dal voto la Commissione Europea già inizia a chiedere a gran voce un cambio di rotta poiché “lo slancio delle riforme è in qualche modo rallentato”, ci sono “squilibri eccessivi”, il debito pubblico è troppo alto e, se non facciamo i bravi e ci dotiamo di un Governo responsabile e sanamente europeista, i mercati ce la faranno pagare e ne subiremo tutte le conseguenze.

Il meccanismo appena descritto è perverso ed ha come principale scopo quello di disciplinare la condotta di Governi e classi dirigenti anche solo minimamente recalcitranti. Non è tuttavia solamente odioso nelle sue conseguenze. È anche fallace nelle sue fondamenta, poiché si basa su una rappresentazione caricaturale, egalitaria e pseudo-democratica dei mercati che purtroppo non ha nessuna connessione con la realtà. E non si tratta di complottismo o di bizzarre tesi su oscuri poteri che controllano il mondo da dietro le quinte. È tutto alla luce del sole, raccontato in maniera trasparente dal quotidiano di Confindustria e dalle pagine economiche dei principali giornali. Non esiste nessuna entità soprannaturale denominata “mercato”. Esiste un numero limitato di enormi società finanziarie con la capacità di determinare l’andamento del mercato. Il caso italiano, da questo punto di vista, è paradigmatico. Il fondo speculativo Bridgewater, il più grande del mondo, ha iniziato, nelle settimane precedenti alle elezioni del 4 marzo, a scommettere contro l’Italia, prevedendo instabilità politica. Bridgewater ha infatti deciso di “vendere allo scoperto” le azioni di 18 grandi aziende italiane. Concretamente, questo significa rovesciare quel consueto schema di speculazione finanziaria che prevede prima l’acquisto e poi la vendita: il fondo speculativo ha prima venduto sul mercato, diciamo a un prezzo pari a 100 euro, azioni che non possedeva (prendendole a prestito da un intermediario), scommettendo sul fatto che il prezzo fosse destinato a scendere nell’immediato futuro. Qualora il gioco riuscisse, quando Bridgewater comprerà effettivamente sul mercato le azioni (per renderle all’intermediario che gliele aveva imprestate) potrà farlo ad un prezzo inferiore a 100 euro, diciamo 90, facendo quindi un profitto di 10 euro. Il problema risiede nel fatto che Bridgewater ha il potere di fuoco di far accadere il risultato che desidera, poiché il suo atto di vendere orienta in maniera decisiva il “mercato”, il quale asseconderà il calo del prezzo che Bridgewater desidera. In che senso “asseconderà”? Gli altri operatori osserveranno il comportamento di Bridgewater e, confidando nel fatto che Bridgewater abbia informazioni che essi non possiedono o essendo consapevoli della forza del medesimo fondo nell’orientare l’andamento dei prezzi, venderanno i titoli a loro volta, facendo avverare la “predizione” di Bridgewater. Di fatto grandi società come Bridgewater operano alla stregua di “bond vigilantes”, un numero limitato di agenti che con la loro condotta sono in grado di determinare l’andamento dei prezzi e dei rendimenti dei titoli finanziari di uno Stato apparentemente sovrano. Sorveglianti panottici, che non possono essere visti, ma possono potenzialmente vedere tutti i sorvegliati, i quali si comporteranno come se fossero sempre sotto osservazione.

A questo fuoco incrociato della finanza speculativa internazionale si aggiunge, in Europa, il ruolo equivoco della Banca Centrale Europea (BCE), l’autorità monetaria che dovrebbe tutelare la stabilità finanziaria della regione. Storicamente, ogni banca centrale agisce in difesa dei titoli emessi dal proprio Paese quando questi finiscono sotto il tiro della speculazione: non appena società come Bridgewater iniziano a vendere, la banca centrale – che ha il potere di emettere moneta – inizia ad acquistare, bloccando così la discesa dei prezzi dei titoli bersagliati e mettendo il Paese al sicuro dalla tempesta. Con la nostra adesione alla moneta unica abbiamo rinunciato alla sovranità monetaria, trasferendo alla BCE il governo della stabilità finanziaria del nostro Paese: abbiamo ceduto l’ombrello dell’autorità monetaria a Francoforte, ed ora siamo in balia dei mercati. Per comprendere il potere che la BCE avrà sui destini dell’Italia (come degli altri paesi membri dell’eurozona) basta considerare che la banca centrale sta accumulando circa 400 miliardi di euro di debito pubblico italiano nei suoi conti: qualora decidesse di iniziare a liberarsi di quei titoli, potrebbe scatenare una tempesta finanziaria tale da mettere in ginocchio l’intero sistema. Questo significa che la BCE ha in mano la migliore arma capace di disciplinare la nostra classe dirigente: se non fai quello che ti chiede l’Europa, finisci vittima degli sciacalli della speculazione senza alcuna banca centrale a difendere la stabilità finanziaria. Proprio come avvenuto alla Grecia nel 2009, alla vigilia della crisi.

Tramite il ricatto della disciplina dei mercati, dunque, si realizza una precisa linea politica che promuove attivamente il modello economico e sociale neoliberista. Quando a breve sentiremo le sirene del “ce lo chiedono i mercati, dobbiamo fare i bravi ed essere disciplinati e responsabili”, teniamo a mente che il vero messaggio è “un numero ristretto di società finanziarie sta speculando, allo scopo di aumentare i propri profitti, sulle nostre spalle, con la conseguenza di giustificare quelle riforme strutturali (aumento della facilità di licenziamento, espansione del ricorso ai contratti a termine, riduzione della spesa pubblica) che riducono i salari reali e consentono ai capitalisti di ottenere profitti sempre più consistenti”. L’unica maniera di essere responsabili, in questo contesto, è non assecondare queste pulsioni distruttive e non far pagare a lavoratori, pensionati e disoccupati il desiderio di profitto dei pochissimi.

 

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