RITORNA IL RIALZO DEI TASSI: LA BCE ALL’ATTACCO DEI LAVORATORI

Giovedì 11 giugno la Banca Centrale Europea ha annunciato l’aumento del tasso di interesse di riferimento di 25 punti base. Il tasso di interesse di riferimento rappresenta il tasso al quale la BCE concede prestiti alle banche che operano nell’Unione europea e che, a cascata, influenza i tassi ai quali vengono stipulati i mutui o ai quali cittadini e imprese accedono al credito. Questa decisione comporterà quindi un aumento del tasso sui depositi che le banche detengono presso la banca centrale, dal 2% al 2,25%.

La scelta, sebbene attesa, non è di secondaria importanza. Si tratta infatti del primo aumento degli ultimi tre anni che, dopo il periodo di inflazione post-pandemica, ci avevano abituato a tassi via via decrescenti: dal 4% del maggio 2024 al 2% del giugno dello scorso anno.

Secondo la presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, la decisione, assunta all’unanimità, è stata presa per prevenire i rischi inflazionistici che potrebbero derivare dalla guerra tra Stati Uniti e Iran, in particolare per quanto riguarda i prezzi dei generi alimentari.

Le banche centrali ci hanno ormai abituato a un modo di operare per cui un aumento dell’inflazione (o delle aspettative di inflazione) deve essere tassativamente contrastato con una politica monetaria restrittiva, così da affievolire la domanda aggregata, aumentare la disoccupazione, indebolire la capacità rivendicativa dei lavoratori e spegnere sul nascere qualsiasi dinamica inflattiva.

È importante notare, quindi, che, lungi dall’essere un mero espediente tecnico, la scelta della BCE presenta chiari connotati politici, poiché implica la decisione su chi debba sostenere i costi delle crisi geopolitiche che il sistema imperialista statunitense ciclicamente ripropone, crisi che spesso si traducono anche in un aumento dell’inflazione in Europa, e quindi anche su chi, al contrario, debba trarne beneficio.

Come abbiamo già spiegato in un precedente pezzo, l’inflazione – vale a dire l’aumento percentuale del livello dei prezzi – è una delle molteplici forme in cui si esplica la lotta di classe. Nel caso specifico di un aumento dei prezzi interni trainato dall’incremento del costo dell’energia e dei beni importati, l’inflazione assume la forma di un tentativo, da parte dei padroni nostrani, di mantenere invariati i propri margini di profitto scaricando il peso della crisi sul resto della popolazione. In un contesto in cui i salari reali in Italia sono addirittura diminuiti negli ultimi vent’anni, in assenza di una loro reazione, la situazione distributiva non potrà che peggiorare ulteriormente. L’inflazione, dicevamo, è una manifestazione della lotta di classe e in quanto tale, non è uguale per tutti. Può avere, anzi, effetti asimmetrici, colpendo le classi sociali in maniera diversa. Ad esempio, come sottolineato dal Rapporto ISTAT 2022, un’inflazione che colpisca soprattutto i beni energetici o i beni alimentari, peserà maggiormente sulle famiglie con redditi più bassi, che ne destinano una quota maggiore proprio all’acquisto di quei beni il cui costo è aumentato maggiormente.

Dall’altro lato, l’inflazione erode la ricchezza e le rendite finanziarie, e quindi il patrimonio della parte alta della distribuzione del reddito. In questo secondo caso, la politica monetaria gioca un ruolo chiave e, se orientata ad aumentare i tassi di interesse, finisce senza dubbio per favorire i più ricchi. E così, come in un giallo in cui il colpevole si scopre già alla prima pagina, abbiamo già la risposta alla domanda delle domande: a chi gioverà l’aumento dei tassi di interesse? L’indiziato numero uno è sempre lo stesso: le banche private. Queste, infatti, continueranno a realizzare profitti sempre maggiori mantenendo invariato il tasso riconosciuto sui depositi dei correntisti e aumentando, invece, quello applicato ai prestiti concessi a famiglie e imprese. Gli attenti lettorinoteranno insomma come la storia si ripete: vedremo a breve altre annate favorevoli ai profitti bancari, e forse qualche altra sparata del governo sul tassare gli extraprofitti che, come al solito, si risolverà in un nulla di fatto. Se da un lato quindi ci guadagnano le Banche, dall’altro lato ci perdono tutte le famiglie, i lavoratori e le lavoratrici. Sia coloro già indebitati con un mutuo a tasso variabile che, secondo i dati della BCE, in Italia sono molto più diffusi che nel resto d’Europa, che vedranno il proprio reddito ulteriormente eroso dall’aumento della rata del mutuo, sia coloro che si indebiteranno a un costo maggiore, o che a questo costo non si potranno permettere di farlo. A ciò va aggiunta l’ormai nota relazione positiva tra tassi di interesse e affitti: a perderci saranno quindi anche coloro che, non potendo accedere a un mutuo, sono costretti ad “accontentarsi” di pagare un affitto ancora più salato per lavorare o studiare (e gli affitti, al contrario dei salari, sono in molti casi agganciati automaticamente all’inflazione). Ma i lavoratori e le lavoratrici ci perderanno anche in un modo, se vogliamo, più indiretto, ma non per questo meno odioso. L’aumento dei tassi di interesse, infatti, graverà anche sullo Stato, che si troverà a pagare interessi più elevati sul nuovo debito pubblico. Ciò significa che, in virtù dei vincoli di spesa dell’Unione europea, che impongono nel medio periodo il rispetto di rigidi limiti a deficit e debito, l’aumento dei tassi lascerà ancora meno spazio alla spesa sociale. Una beffa, per i lavoratori, dalle mille sfaccettature, alla quale si aggiunge anche la farsa. Vale a dire che l’efficacia dell’aumento dei tassi nel frenare l’aumento dei prezzi è tutt’altro che scontata. Come ha dimostrato parte della ricerca scientifica, infatti, una politica monetaria di questo tipo può avere effetti controproducenti perché, oltre a esercitare una pressione al rialzo sugli affitti e quindi, in una certa misura, sull’indice dei prezzi, aumenta anche i costi di finanziamento delle imprese, che potrebbero scaricarli, in determinate condizioni, sui prezzi dei prodotti.

In sintesi, seppur è vero che l’instabilità geopolitica possa portare aumenti dei costi dei beni di importazione con un possibile rischio di inflazione via via maggiore, il rialzo dei tassi è quantomeno una pillola particolarmente amara e un farmaco non necessariamente efficace. La decisione sul come e sul chi deve pagare gli effetti delle crisi è politica e deve essere parte del dibattito. Se da un lato, politiche di sostegno ai consumi dei ceti più poveri potevano essere la miglior strategia per compensare il carovita, dall’altro il rialzo attuale sembra giovare solamente a Banche e ceti più benestanti, rinforzando le elevate disuguaglianze, e facendo come sempre pagare il prezzo più salato ai lavoratori.

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