Il Pacchetto primavera della Ue e il pacco del Governo Meloni

Per comprendere quale sarà l’impatto più duraturo del Governo Meloni sugli assetti economici dell’Italia, è sufficiente guardare alla recente Comunicazione della Commissione europea sul cosiddetto “Pacchetto primavera”, quell’insieme di raccomandazioni che la Commissione europea indirizza agli Stati membri dell’Unione per orientare politiche di bilancio e riforme. È il cuore della disciplina fiscale europea, il luogo istituzionale in cui l’austerità viene declinata in prescrizioni puntuali rivolte a ciascun Paese.

Il Governo Meloni si è presentato a questo appuntamento in mutande. Col fucile puntato dagli Stati Uniti di Trump, che hanno imposto nell’ambito della NATO un aumento della spesa militare, e tra le grida di dolore del capitalismo italiano, sempre più schiacciato tra la concorrenza internazionale e il rialzo dei costi dell’energia e dei carburanti, con un livello dei salari interni talmente basso da non lasciare più margini significativi di ulteriore compressione.

Con la finanziaria per il 2026, nel goffo tentativo di servire i tre padroni della NATO, dell’Unione europea e di Confindustria, il Governo Meloni ha provato, attraverso una serie di artifici contabili, a migliorare la situazione cosmetica dei conti pubblici del 2025. L’obiettivo era duplice: da un lato erogare minime mance al padronato nazionale, dall’altro uscire dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo dell’Unione europea. Una procedura che limita fortemente ogni aumento della spesa pubblica, tanto quella necessaria a onorare gli impegni assunti verso gli Stati Uniti sul riarmo quanto quella che il Governo vorrebbe utilizzare nella prossima legge di bilancio, in vista delle elezioni politiche del 2027.

Il tentativo è miseramente fallito, o almeno così potrebbe sembrare, allorché l’Eurostat ha certificato un deficit pubblico ancora superiore al 3% del PIL per il 2025, decretando la permanenza dell’Italia nella procedura di infrazione per deficit eccessivo.

Soffermiamoci però con attenzione su questo punto, e ci renderemo conto che tutte le debolezze strutturali del Governo Meloni rappresentano il punto di forza del meccanismo di sorveglianza dell’austerità europea. Scopriremo che se è vero che il Governo Meloni ha fallito nel tentativo di servire i tre padroni, è anche vero che la conseguenza di questo fallimento non pone affatto l’Italia in contrasto con la governance economica europea ma – al contrario – determina la permanenza del nostro Paese nel perimetro ristretto della sorveglianza speciale dell’Unione europea per il futuro – anche oltre il mandato politico dell’attuale maggioranza parlamentare, estendendo ai prossimi anni la morsa dell’austerità sull’economia italiana, il più solido argine istituzionale a qualsiasi rivendicazione sociale.

L’eredità del Governo che si ama definire sovranista è dunque una camicia di forza imposta agli assetti economici e sociali della nazione, un vincolo esterno a qualsiasi ipotesi di espansione dello stato sociale, un’ipoteca sull’Italia di domani.

Lo scorso maggio, incalzata dai settori del capitalismo italiano più direttamente esposti agli effetti della prolungata chiusura dello Stretto di Hormutz, la Presidente del Consiglio Meloni ha indirizzato alla Presidente della Commissione europea Von der Leyen la formale richiesta di margini di flessibilità nella disciplina di bilancio europea per far fronte al persistente rialzo dei costi dei carburanti.

La risposta della Commissione europea è contenuta nel già citato Pacchetto di primavera, dove tale flessibilità viene effettivamente accordata, secondo precise condizioni. Innanzitutto, la flessibilità concessa non coincide pienamente con quella richiesta dal Governo: Meloni chiedeva margini per fronteggiare il rincaro dei carburanti, mentre Bruxelles ha autorizzato maggiore spesa per investimenti in sicurezza energetica e transizione verde. Ma oltre a ciò, resta in piedi la solita logica: il conto di questa flessibilità concessa oggi, dovrà essere saldato, nei prossimi anni, sotto forma di un’ulteriore contrazione dello stato sociale a discapito delle fasce più deboli della popolazione.

La Commissione europea, infatti, ha inserito la flessibilità richiesta da Meloni all’interno dell’attuale clausola di flessibilità già presente nei regolamenti europei ma limitata, fino ad oggi, alle sole spese militari. In virtù di questa Clausola di salvaguardia nazionale, gli Stati membri possono temporaneamente discostarsi dalle misure di contenimento della spesa pubblica previste dal nuovo Patto di stabilità in circostanze eccezionali, fino a un massimo dell’1,5% del PIL. 

Con il Pacchetto di primavera, la Commissione europea ha esteso tali casi eccezionali dalla sola spesa militare agli investimenti “per rafforzare la sicurezza energetica dell’Europa e accelerare la transizione dai combustibili fossili”, ma limitatamente allo 0,3% del PIL di ciascun anno tra il 2026 e il 2028, e con un ulteriore limite massimo dello 0,6% cumulativo, da cui deriva la cifra di circa 14 miliardi di euro che ha assunto lo spazio fiscale accordato da Von der Leyen a Meloni per la prossima finanziaria. Esistono, tuttavia, una serie di caveat non da poco da tenere a mente.

Un aspetto politico significativo, infatti, è che la flessibilità per la sicurezza energetica può essere attivata soltanto dagli Stati che hanno già aderito alla clausola relativa alle spese militari. Chi vuole la prima deve dunque accettare anche le seconde: chi vuole investire in transizione verde, deve fare anche la conversione militare.

A ciò si aggiunge una coincidenza temporale tutt’altro che irrilevante. La flessibilità accordata all’Italia è infatti limitata al triennio 2026-2028, esattamente lo stesso orizzonte temporale coperto dalla prossima manovra di bilancio, cioè l’ultima legge di bilancio di questa legislatura. Ciò significa che il margine aggiuntivo di spesa concesso dalla Commissione europea potrà essere interamente utilizzato dall’attuale Governo, il quale sfrutterà ragionevolmente tutti i margini a disposizione. Il fardello, dunque, si scaricherà sul prossimo Governo che, qualora voglia cambiare programmazione, sarà costretto a tagliare da una parte per mettere dall’altra.

Dunque, la Meloni ha ottenuto un minimo margine per la sua finanziaria elettorale, ma a che prezzo? E chi pagherà tale prezzo?

Il prezzo è scritto a chiare lettere dalla Commissione europea nel Pacchetto primavera con la chiosa: “È importante sottolineare che tale approccio assicura che tutte le garanzie di sostenibilità di bilancio restino pienamente in essere.” Tradotto in termini tecnici, ciò significa che siamo all’interno delle regole stabilite per la Clausola di salvaguardia nazionale, rispetto alla quale nessuna deroga ulteriore viene concessa: la deviazione è accordata all’Italia per consentirle di spendere qualcosa in più nella prossima finanziaria (cioè esattamente per i prossimi tre anni), ma tale maggiore spesa sarà pienamente conteggiata negli anni successivi e allontanerà la nostra posizione fiscale dal percorso di rientro previsto. In pratica, ogni euro speso in più oggi significherà ulteriori tagli alla spesa pubblica e aumenti delle tasse domani, quando la finestra di flessibilità concessa dai conservatori europei ai conservatori italiani si chiuderà, e saremo chiamati a rispettare rigidamente le regole dell’austerità – ma da una posizione fiscale aggravata dalle mance elettorali del Governo Meloni. La flessibilità accordata è infatti soltanto temporanea: concede all’Italia un margine aggiuntivo di spesa nel breve periodo, ma non ha alcun impatto sul medio periodo, poiché il Paese resta impegnato a ridurre in maniera consistente deficit pubblico e debito pubblico entro il 2031, e tale impegno rimane fuori discussione.

Questo prezzo, è evidente, lo pagheranno i giovani studenti che vedranno chiudere le scuole e ridimensionare l’offerta formativa nelle università, la pagheranno i cittadini che vedranno chiudere ospedali e teatri, biblioteche e presidi sociali, la pagheranno i pensionati – ai quali saranno richiesti ulteriori sacrifici – e la pagheranno tutti i lavoratori sotto forma di un indebolimento dello stato sociale.

Quando, nel 2027, il prossimo Governo si troverà a scrivere la finanziaria per il 2028, troverà il conto svuotato dalla flessibilità accordata dall’Unione europea al Governo Meloni e, al tempo stesso, dovrà fronteggiare un inasprimento dell’austerità europea che è la conseguenza naturale di quella flessibilità temporanea. A dimostrazione del fatto che la lotta contro l’austerità è la lotta contro il Governo Meloni oggi, e contro tutti i Governi che domani intendono scegliere il campo della piena compatibilità con il progetto europeo dell’austerità.

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