Le scaramucce di cartapesta: Meloni e Schlein duellano sulla pelle dei lavoratori

Ad ascoltare il battibecco tra la leader del PD Elly Schlein e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni viene spontaneo pensare al verso del poeta che, nella sua ultima opera, scrive: «non so se il riso o la pietà prevale». È lo stesso sentimento che suscita la mancanza di pudore delle due presunte rivali della scena politica del Paese, entrambe impegnate a occultare la realtà e, senza esitazione, a tirare la corta coperta della narrazione sul mercato del lavoro ora da un lato ora dall’altro. A rimanere scoperti e indifesi, di fronte ai venti di guerra e a una precarizzazione ormai di lungo periodo, sono invece proprio i lavoratori e le lavoratrici di questo Paese. Come non ci stanchiamo mai di dire, tuttavia, i fatti hanno la testa dura e, anche in questo caso, non possono che inchiodare entrambi gli schieramenti alle loro responsabilità decennali. La segretaria del PD, in sfregio alla decenza, ha accusato il Governo di aver accentuato la precarietà. Proprio lei, che guida il partito che ha animato la trentennale disarticolazione del mercato del lavoro, anche raccogliendo il lascito dei partiti che l’hanno preceduto. Pronta la replica della Presidente del Consiglio che, approfittando della sciatteria dell’opposizione parlamentare, ha sottolineato come sotto il suo governo si sia registrato un aumento di circa 1,5 milioni di lavoratori a tempo indeterminato a fronte di una riduzione di circa mezzo milione di lavoratori a tempo determinato. Tutto vero, se non fosse che il diavolo si annida nei dettagli. Guardiamo quindi cosa è accaduto all’occupazione in questo Paese negli ultimi anni.

Se si osserva l’andamento complessivo, nel periodo successivo alla pandemia, l’occupazione è effettivamente cresciuta, anche se in misura moderata e con un evidente rallentamento negli anni più recenti. Dal 2022 al 2025 il numero totale di occupati è aumentato di poco meno di un milione di unità, passando da circa 23,3 a poco più di 24,1 milioni. Si tratta di una crescita reale ma contenuta, concentrata soprattutto nella fase di espansione post-Covid e dovuta alla crescita del PIL, sostenuta in quegli anni da programmi di spesa fiscali possibili grazie alla temporanea sospensione delle regole europee di bilancio. Ma siccome l’austerità è un tratto distintivo dell’UE, e non potrebbe essere altrimenti, dal 2023, con il ritorno in vigore del Patto di stabilità, si è assistito al rallentamento della crescita economica e dunque anche della dinamica occupazionale. Già da ciò, dovrebbe emergere che la premier ha ben pochi meriti da attribuirsi.

Prima di procedere nel dettaglio, vale la pena chiarire un punto: anche nella visione più ottimistica (o ingenua), sarebbe più corretto parlare di “recupero” che non di “aumento” dell’occupazione, poichè, se allarghiamo un po’ di più l’orizzonte temporale e prendiamo in considerazione il numero di ore lavorate  (in modo da neutralizzare anche l’effetto degli accresciuti part-time più o meno involontari), i dati EUROSTAT indicano un ammontare di 44.837.909 ore nel 2007 (prima dello scoppio della crisi finanziaria) e 44.560.823 nel 2023 (ultima annualità disponibile). In mezzo, le ore lavorate sono state sempre di meno, per cui anche considerando un qualche ulteriore aumento nell’ultimo biennio (nel quale, come detto, la dinamica è comunque rallentata) si tratta, sostanzialmente e finalmente, solo degli stessi numeri di 20 anni fa.

Ma andiamo avanti. Scomponendo i più recenti dati ISTAT, emerge che l’aumento riguarda prevalentemente il lavoro dipendente. Tra il quarto trimestre del 2022, subito dopo l’insediamento del governo, e il quarto del 2025, gli occupati dipendenti sono cresciuti di circa 600 mila unità, mentre gli autonomi pur aumentando in misura più limitata (+240 mila), hanno comunque raggiunto la cifra record di 5 milioni e duecentomila. È dunque all’interno del lavoro dipendente che si concentra la dinamica recente. Ed è proprio qui che la narrazione governativa prova a trovare un appiglio: nello stesso periodo, infatti, i contratti a tempo determinato diminuiscono in modo quasi continuo, passando da circa 3 milioni a poco meno di 2,5 milioni, mentre i contratti a tempo indeterminato aumentano di oltre un milione, superando i 16,4 milioni. La quota di occupati stabili sul totale dei dipendenti cresce quindi in modo significativo. 

Prima di addentrarci nell’analisi, ricordiamo anzitutto un elemento spesso rimosso nel dibattito pubblico: il contratto a tempo indeterminato oggi non coincide più con quello tradizionale. Con il Jobs Act, introdotto nel 2014 dal governo guidato dal Partito Democratico, il contratto a tutele crescenti ha di fatto ridefinito il tempo indeterminato, riducendo in modo significativo le garanzie contro il licenziamento senza giusta causa. Si tratta quindi di una stabilità solo formale.

Questa evoluzione si inserisce in una traiettoria di lungo periodo che, a partire dalla metà degli anni Novanta, ha progressivamente deregolamentato il mercato del lavoro italiano. Dal pacchetto Treu alla legge Biagi, fino alle riforme degli anni successivi e al Jobs Act, la direzione è stata quella di ampliare la flessibilità in entrata e in uscita e di ridurre i vincoli al licenziamento. Sotto tutti i governi che si sono susseguiti, di centro sinistra, di centro destra, tecnici, l’attacco al mercato del lavoro è stato sistematico e, addirittura, se si guardano gli indicatori OCSE, l’Italia emerge come il paese che più di tutti ha precarizzato il mercato del lavoro. In questo contesto, l’aumento recente dei contratti a tempo indeterminato non segnala un rafforzamento delle tutele, ma si colloca all’interno di un assetto istituzionale in cui il tempo indeterminato stesso ha perso gran parte della sua funzione originaria di protezione contro la precarietà.

Chiarito questo, torniamo al decantato aumento del numero di lavoratori dipendenti a tempo indeterminato e chiediamoci da che dipende.

Dipenderà forse da un intervento deciso del Governo contro la precarietà? La risposta è presto data. No, tutt’altro!

A nostro avviso, sono due i fattori che spiegano questa dinamica.

Innanzitutto, è necessario guardare alla composizione dell’occupazione per età. L’aumento dei contratti a tempo indeterminato è infatti fortemente concentrato nelle classi più anziane, anche in conseguenza dell’innalzamento dell’età pensionabile, che ha determinato una maggiore permanenza in attività di lavoratori già occupati stabilmente. Questo produce un incremento quasi meccanico della quota di lavoratori a tempo indeterminato, per il semplice fatto che i lavoratori che restano più a lungo nel mercato del lavoro sono, nella grande maggioranza dei casi, già titolari di contratti stabili.

La crescita degli indeterminati, infatti, deriva in larga parte – per circa l’85 per cento – dall’aumento dell’occupazione tra gli over-50, e in particolare tra gli over-60, mentre le classi centrali risultano sostanzialmente stabili e quelle più giovani contribuiscono solo marginalmente. Nella fascia tra i 35 e i 49 anni si osserva addirittura una riduzione. La composizione dell’occupazione si sposta quindi verso lavoratori con maggiore anzianità lavorativa, che hanno una probabilità molto più elevata di essere occupati con contratti a tempo indeterminato.

In altre parole, una parte rilevante dell’aumento degli indeterminati non deriva da un cambio di passo delle politiche del governo in materia di precarietà, ma dal semplice fatto che una quota significativa della nuova domanda di lavoro, stimolata dalla crescita del PIL, sia stata assorbita dalla permanenza in attività dei lavoratori più anziani. Il loro peso relativo all’interno della forza lavoro dipendente, infatti, è aumentato in modo significativo, determinando un effetto di composizione che contribuisce a spiegare la crescita dei contratti stabili.

Una seconda componente rilevante è rappresentata dalle decontribuzioni per le assunzioni a tempo indeterminato, una delle varie forme di regali e sconti alle imprese che da decenni vengono costantemente approvati dai governi di ogni colore di questo paese. Negli ultimi anni, diversi interventi hanno ridotto il costo contributivo del lavoro stabile, incentivando trasformazioni contrattuali e nuove assunzioni formali a tempo indeterminato. Se ne trova ampia traccia sul sito del Ministero del Lavoro per quanto riguarda gli interventi di riduzione degli oneri contributivi, mentre più di recente il Governo ha optato per maxideduzioni a fini fiscali dei costi per il lavoro dipendente. Anche questo fattore contribuisce alla ricomposizione osservata nei dati, spingendo le imprese verso rapporti di lavoro nominalmente più stabili perché più economici. Si tratta, si badi bene, di una rivisitazione della mai abbastanza maledetta teoria del cuneo fiscale, secondo cui il problema dei bassi salari e della bassa occupazione starebbe nella differenza fra il costo che pagano le imprese e il netto che finisce nelle tasche dei lavoratori, su cui davvero non vale la pena tornare ancora, tanto è stata smentita dalla teoria e dai fatti. Ma stavolta c’è anche un altro aspetto: il Governo negli ultimi anni ha continuamente prodotto nuove misure di sostegno alle imprese (ad esempio: IRES premiale, iper ammortamenti, crediti d’imposta di varie natura e specie), talvolta di breve durata, alla ricerca della forma perfetta (cioè quella preferita dai padroni) per sostenere le imprese; gli interventi di agevolazione del lavoro dipendente sono solamente uno dei tanti modi con cui si è alimentato questo flusso.

Inoltre, soffermandosi sulla composizione della forza lavoro, essa ha effetti anche sulla dinamica dei salari reali. Abbiamo più volte sottolineato la difficile situazione distributiva del Paese. Anche l’OCSE e l’ILO hanno evidenziato come l’Italia rappresenti un caso problematico per l’andamento dei salari reali, con livelli che nel lungo periodo risultano stagnanti se non addirittura in riduzione.

Si potrà, tuttavia, sentire il Governo rivendicare aumenti salariali superiori alla media degli ultimi decenni e, anche in questo caso, occorrerà guardare con attenzione ai dati. È vero che, dopo la forte perdita di potere d’acquisto legata alla crisi inflazionistica del 2022, i salari reali in Italia hanno mostrato una lieve risalita. Tuttavia, questa ripresa resta modesta, inferiore a quella osservata nella maggior parte delle altre economie avanzate, e soprattutto insufficiente a riportare i salari sui livelli precedenti allo shock inflazionistico.

Guardando ai dati AMECO sulla compensazione reale per dipendente, si osserva infatti una riduzione significativa nel 2023, seguita da un recupero molto graduale: i salari reali crescono di circa l’1,4 per cento nel 2024, dello 0,9 per cento nel 2025 e dello 0,9 per cento nel 2026. Si tratta di incrementi assai contenuti e insufficienti a compensare la perdita subita durante la fase inflazionistica così che, anche nel 2025, i salari reali sono restati inferiori ai livelli pre-crisi. Parte di questi incrementi è stata inoltre annullata dal fiscal drag (cioè l’aumento del peso fiscale reale a causa dello spostamento verso scaglioni d’imposta con aliquota più alta in occasione di rinnovi contrattuali). Ed è esattamente in questa situazione che ci troviamo in una fase in cui l’inflazione prevedibilmente tornerà a crescere, a causa dell’aggressione USA all’ Iran.

C’è ancora un ulteriore elemento: anche l’aumento dei salari medi, infatti, risente del cambiamento nella composizione della forza lavoro. La maggiore permanenza in attività dei lavoratori più anziani, che percepiscono retribuzioni mediamente più elevate, tende infatti a far crescere il salario medio anche in assenza di incrementi diffusi delle retribuzioni individuali. I differenziali per età sono rilevanti e relativamente stabili: guardando ai dati ISTAT fino al 2023 (ultimo dato disponibile), i lavoratori tra 30 e 49 anni guadagnano in media circa il 9-10 per cento in più rispetto ai 15-29 anni, mentre per gli over-50 il divario rispetto ai giovani supera il 15 per cento. L’aumento del peso relativo di queste classi contribuisce quindi a sostenere il salario medio aggregato, senza che ciò corrisponda necessariamente a un miglioramento generalizzato delle condizioni salariali.

Il triste teatrino della politica parlamentare, dunque, ci restituisce l’immagine di un’accozzaglia unanimemente impegnata in schermaglie demagogiche e baruffe sulla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici, quando, al contrario, dovrebbe assumersi la responsabilità di un turpe e ben meno rivendicabile primato: quello di aver progressivamente smantellato tutte le tutele del mercato del lavoro, fiaccato da continue deregolamentazioni e da una dinamica della domanda aggregata strutturalmente anemica. Ancora una volta, quindi, per uscire da queste secche, occorre cambiare tutto.

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