Jobs Act e articolo 18: qual è la reale posta in gioco?

4 RUno dei cavalli di battaglia dell’azione del governo Renzi è stata la riforma del mercato del lavoro (il cosiddetto Jobs Act che declamato all’inglese evidentemente fa più bella figura e suona meno cattivo). Non si tratta di certo di una novità né per il tema né per le misure intraprese. Da circa venti anni in Italia, come nella gran parte dei paesi europei e non solo, è stata avviata una stagione di drastiche riforme del mercato del lavoro nella direzione di una maggior precarietà dei contratti, con l’introduzione di numerose tipologie contrattuali atipiche che hanno via via saturato il mercato del lavoro. Si sono così moltiplicate fattispecie contrattuali discontinue e prive di tutti i diritti tipici: diritto alla malattia retribuita, alle ferie retribuite, tutela dal licenziamento ingiustificato.

Questa la genesi del precariato: un’enorme mole di lavoratori senza diritti, privi di qualunque forza contrattuale per poter rivendicare migliori condizioni di lavoro. Uno stato di impotenza aggravato dall’impossibilità di un’organizzazione collettiva da parte di soggetti sfruttati in modo discontinuo e saltuario, senza alcun radicamento nel luogo del lavoro, senza mansioni stabili e determinabili e senza dunque quel sostrato umano e sociale di riferimento che è la condizione oggettiva per poter favorire un livello minimo di organizzazione dei lavoratori. Nel volgere di pochi anni si è costituito poco a poco, nei paesi economicamente più avanzati, questo nuovo esercito di schiavi. Nel contempo venivano implementate politiche sociali a carattere sempre più regressivo incentrate sul taglio della spesa sociale, la distruzione e mercificazione del sistema pensionistico pubblico, del sistema sanitario, il ridimensionamento dell’istruzione e di ogni altro servizio pubblico fino a pochi anni fa considerato universale (finanziato cioè attraverso le tasse, secondo la regola della fiscalità generale a carattere progressivo per cui “chi più ha più contribuisce”). Lavoratori senza diritti e, al tempo stesso, cittadini contribuenti senza servizi: ecco le condizioni di vita imposte dalle riforme del lavoro e dello Stato sociale realizzate negli ultimi venticinque anni. Mentre questo processo di precarizzazione del lavoro e smantellamento dei servizi sociali avanzava a grandi ritmi, allo stesso tempo si procedeva alla demolizione ideologica (prima ancora che materiale) dei residui di stabilità e di cultura del diritto permanenti nel mondo del lavoro ancora protetto, in quanto legato ad una generazione passata. Nasceva cioè quel vero e proprio mostro concettuale dell’ideologia del lavoratore tutelato come soggetto privilegiato di fronte alla crescente platea di precari. Quello che dovrebbe essere considerato un sacrosanto diritto sociale ad un lavoro stabile e ad un salario dignitoso viene trasformato dalla retorica corrente in un privilegio insostenibile che non potremmo più permetterci. La narrazione diventa quella della spietata legge della guerra tra poveri: “le risorse sono scarse, il costo del lavoro è troppo elevato ed è per questo che le imprese non assumono. Il mercato del lavoro è ingiustamente duale e iniquo e la colpa del dilagante precariato è dei lavoratori troppo tutelati”. Il nemico del precario, nell’immaginario della guerra tra poveri, anziché essere quel sistema socio-economico che nella sua logica spietata unicamente orientato al profitto lo condanna alla propria condizione, diventa il lavoratore tutelato da diritti conquistati in decenni di durissime lotte. E’ proprio sull’onda di questa ideologia, per anni propagandata in modo pervasivo, che arriviamo alle misere vicende attuali, al Jobs act e al dibattito sull’articolo 18 che ha riempito le pagine di giornali degli ultimi mesi.

Qual è lo spirito guida della riforma del lavoro del governo Renzi? E’ quella che da anni ministri del lavoro e presunti esperti economisti e giuslavoristi tentano di tracciare. Lo schema è il seguente: “il precariato dilaga ed è un male! Ci sono troppe tipologie di lavoro atipico, ed è un male! La colpa di questo è da attribuire al fatto che i contratti di lavoro tradizionali a tempo indeterminato sono troppo rigidi e garantisti, troppo costosi per le imprese e insostenibili per un sistema economico aperto alla concorrenza internazionale. Pertanto per riportare giustizia nel mercato del lavoro e difendere il triste destino dei precari, la soluzione è trasformare il contratto a tempo indeterminato in un contratto senza diritti, sulle orme del “mitico” modello inglese”. Davvero geniale! Per superare lo stadio di degrado lavorativo del precariato e liberare il mondo del lavoro dalle molteplici tipologie di contratto precario, si precarizza il contratto tipico. Per far sentire i malati meno soli si fa ammalare l’intera società! La guerra tra poveri è una consolidata strategia che ha sempre mostrato il suo buon funzionamento a beneficio della classe dominante. La disarticolazione materiale del mondo del lavoro è accompagnata da una disarticolazione ideologica utile per prevenire eventuali afflati di riunificazione dell’azione della classe sociale subalterna. Il Job Act, presentandosi superficialmente come equo rimedio della precarietà per un contratto unico universale, va in realtà proprio nella direzione di completare il lungo ciclo della precarizzazione del lavoro avviato venti anni fa a partire dalla legge Treu (1996) passando per la legge Biagi (2003). Siamo dunque al punto di arrivo di un processo che per compiersi ha dovuto attendere molti anni a causa della maggior difficoltà politica di colpire i diritti faticosamente acquisiti dei lavoratori tutelati dai contratti a tempo indeterminato. Si è seguita la via più facile politicamente: plasmare un nuovo esercito di lavoratori precari e poi affermare di voler risolvere il dualismo ingiusto del mercato del lavoro precarizzando anche i contratti a tempo indeterminato scardinando la struttura garante dei diritti più importanti. La rimozione dell’articolo 18 per i neo-assunti in tema di licenziamenti per causa economica è un aspetto sicuramente emblematico di questa volontà, non solo per gli aspetti simbolici legati a quella che altro non è che un’ordinaria norma di civiltà, ma anche per il contenuto esplicitamente antisindacale di un simile provvedimento. Vediamo meglio di cosa si tratta.

L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori approvato nel lontano 1975 parte dal principio, fino a circa tre decenni fa ampiamente condiviso dalla stragrande maggioranza delle culture politiche maggioritarie nel nostro paese, che il lavoro non è una merce qualsiasi, poiché è il mezzo di sostentamento della grande maggioranza della popolazione; ed in quanto tale è meritevole di una tutela da forme di arbitrio illimitate nel suo utilizzo e nel suo abbandono. In linea di principio la disciplina sui licenziamenti in Italia non è affatto restrittiva (come spesso si sente dire nei dibattiti pubblici), ma prevede ampie casistiche di libertà di licenziamento da parte dell’impresa. Un lavoratore può infatti essere licenziato in tre casi:

  • giusta causa, laddove risulti gravemente inadempiente rispetto al lavoro che deve svolgere;
  • giustificato motivo soggettivo, laddove risulti chiaramente inadempiente (in maniera meno grave rispetto alla giusta causa) nell’esercizio delle proprie mansioni.
  • giustificato motivo oggettivo, laddove l’impresa soffra di una crisi economica che la obbliga a dover ridimensionare il numero dei lavoratori impiegati.

E’ evidente che si tratta di una vasta casistica che permette agli imprenditori di licenziare un lavoratore ogni qualvolta ve ne siano rilevanti ragioni (soggettive od oggettive). Non è permesso invece il licenziamento arbitrario. Ovvero un imprenditore non può licenziare un lavoratore a caso: perché magari prova antipatia nei suoi confronti, o perché (tipico il caso di una lavoratrice donna) teme che possa assumere vincoli familiari che (per diritto) diminuiranno temporaneamente la presenza sul posto di lavoro, o per altre ragioni discriminatorie, magari perché quel lavoratore ha una forte propensione alla rivendicazione dei propri diritti personali e di categoria ed è attivo nell’azione sindacale aziendale. Per tutte queste ragioni giudicate arbitrarie in Italia non si può licenziare. Cosa fa l’articolo 18? Impone semplicemente che la vicenda di un licenziamento considerato dal giudice ingiustificato (non rientrante quindi nelle tre tipologie elencate) debba risolversi non solo con una somma di risarcimento pagata al lavoratore, ma con la sua reintegrazione sul posto di lavoro. In sostanza una forma di tutela forte finalizzata a disincentivare efficacemente i licenziamenti arbitrari. La norma peraltro non si applica alle piccole imprese (con meno di 15 dipendenti) per questioni inerenti la maggior difficoltà di rapporti interpersonali diretti che possono crearsi tra datore di lavoro e lavoratore a seguito di dispute e controversie. nEbbene, un punto chiave della riforma del lavoro contenuta nel Jobs Act in via di approvazione è la rimozione dell’articolo 18 per i neo-assunti in caso di licenziamento illegittimo di tipo economico (cioè per presunto, ma in realtà falso, giustificato motivo oggettivo). La norma resterebbe valida invece per i falsi licenziamenti discriminatori e forse (la partita è tutta fa giocare) per quelli disciplinari. Non è ancora chiara al momento la portata del provvedimento e la sua possibile estensione nel tempo anche oltre i 3 anni dopo l’assunzione. In ogni caso, la giustificazione del provvedimento si situa nell’idea che una maggiore flessibilità in uscita favorirebbe maggiori assunzioni. Uno strano nesso di causalità basato su un falso presupposto: ovvero che le imprese non assumono perché il costo del lavoro è troppo elevato. La verità appare ben diversa: le imprese non assumono perché non vendono sul mercato i prodotti e i servizi. E’ invece evidente che la norma, lungi dal poter sortire un qualche effetto occupazionale, porterebbe ad una drastica riduzione dei disincentivi al licenziamento arbitrario (camuffato in questo caso da motivazioni economiche) favorendo quella brutale liberalizzazione del licenziamento voluta per poter lasciare mano libera agli imprenditori nel liberarsi di lavoratori scomodi (magari perché ritenuti arbitrariamente poco produttivi, magari perché portatori di problemi fisici che li rendono meno efficienti, magari perché troppo sindacalizzati, magari perché non sufficientemente servili) camuffando i provvedimenti come “economici”. Non sempre è infatti semplice provare, in sede di giudizio, il carattere discriminatorio di un licenziamento.

Il depotenziamento dell’articolo 18 è quindi solo un primo passo verso l’orizzonte auspicato del contratto unico di cui commentatori come il giuslavorista Pietro Ichino e l’economista Francesco Giavazzi ci parlano da anni: ovvero il superamento del dualismo tra precari e non precari realizzato generalizzando a tutti la precarietà. Oggi l’articolo 18, domani la malattia, la maternità, le ferie e altro ancora. Un vero affare per la stragrande maggioranza della popolazione lavoratrice! Nel mentre, ci ripetono la favola del lavoratore privilegiato che condanna il precario alla sua misera esistenza, e del pensionato sessantacinquenne che condanna i giovani a non avere una pensione domani continua ad essere propagandata a reti unificate. A ben vedere la posta in gioco è altissima: rifiutare categoricamente la retorica della guerra tra poveri individuando la vera causa della precarietà del lavoro (cioè a dire il sistema socio economico unicamente orientato al profitto) e rivendicando stabilità lavorativa e dignità del salario per tutti: contratto unico a piene tutele e pieni diritti, altro che jobs act!

Lo sciopero sociale di venerdì 14 novembre sicuramente è andato in questa auspicabile direzione!

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