Il “Nairu”, la disoccupazione e i falsi miti dell’ideologia dominante

LAVORO

Uno dei concetti maggiormente in voga presso istituti di ricerca ed istituzioni internazionali (non ultima, la Commissione Europea) per redigere le ricette di politica economica riguarda le stime sulla disoccupazione strutturale. Esso prende in gergo l’acronimo di NAIRU, che sta per Non-Accelerating Inflation Rate of Unemployment. Parlando in termini spiccioli, è il tasso di disoccupazione al quale il tasso di inflazione non accelera. Essendo l’inflazione niente altro che il tasso percentuale di incremento del livello generale dei prezzi da un anno al seguente, questo vuol dire che quando la disoccupazione è al livello del NAIRU, l’inflazione rimane stabile e non accelera.

La domanda forse naturale a questo punto è: bene, ma quanto è questo livello? Come si calcola? Perché dovrebbe essere rilevante? Comincerei descrivendo brevemente il ragionamento che sta al di sotto del NAIRU. Nella economia neoclassica, quella oggigiorno dominante in accademia e nei media, il tasso di disoccupazione di equilibrio è determinato dall’incontro di due curve: quella di domanda di lavoro, costruita sommando la domanda di lavoro di tutte le imprese, e quella di offerta di lavoro, che somma tutte le offerte individuali dei lavoratori che mettono a disposizione il loro tempo libero al fine di percepire un salario. Quando le curve si incontrano, si ha un equilibrio che determina contemporaneamente il salario reale per lavoratore e il corrispondente tasso di disoccupazione.

In alcune versioni della teoria questo tasso di disoccupazione comprende solo i disoccupati frizionali, ossia quelli che stanno cambiando lavoro perché stanchi del proprio, si stanno formando in attesa di un nuovo impiego, ecc.; insomma, non vi sarebbe alcuna problema di disoccupazione involontaria, quella che incontra chi vorrebbe lavorare ma non trova opportunità. A volte a questo tasso viene fatta corrispondere anche una assenza di inflazione. Nella versione però a noi più di interesse, quella appunto del NAIRU, si contempla una inflazione non uguale a zero, e anche la possibilità che ci sia disoccupazione involontaria. Un bel passo in avanti, non c’è che dire.

Nell’impianto generale del NAIRU, ci sarebbero delle difficoltà nell’eliminare la disoccupazione involontaria, che è poi quella che crea disagio sociale. Queste difficoltà sono rintracciabili nella rigidità del mercato del lavoro, la quale non permette al salario di scendere al livello che permetterebbe di avere la tanto agognata corrispondenza fra domanda ed offerta di lavoro. Va da sé che tali fattori andrebbero assolutamente eliminati per permettere a tutti i lavoratori di beneficiare del pieno impiego e alle imprese di espandere la produzione.

I freni al benessere sono rintracciabili nei sindacati, nei sussidi di disoccupazione, nelle tutele contro i licenziamenti, nelle inefficienze dei centri per l’impiego. Tutti questi fattori, infatti,concorrerebbero a tenere a freno offerta e domanda di lavoro. Il concetto cruciale è quello ambivalente di concorrenza: un salario reale troppo elevato scoraggia le imprese nel competere per assumere i lavoratori, tutele troppo favorevoli scoraggiano i lavoratori che vorrebbero offrirsi ad un salario minore, e le imprese che potrebbero sostituire lavoratori efficienti che costano meno con lavoratori che costano di più. Un bel guaio davvero.

Bisogna perciò munirsi di buona volontà e disboscare la selva di concessioni fatte negli anni ai lavoratori. Sindacati meno strutturati e coinvolti nelle contrattazioni, sussidi di disoccupazione meno durevoli e meno esosi per le casse statali, abolizione di ormai obsolete tutele contro il licenziamento permetterebbero alfine di togliere potere contrattuale ai lavoratori e far sì che il salario reale sia libero di cadere al livello del NAIRU.

Ecco che il sindacalista ed il politicante di turno però si affrettano a contestare questa visione: “Scusate, ma non sarebbe meglio far fare allo Stato delle serie politiche di domanda che permettano di riassorbire la disoccupazione, magari a salario invariato?”. Mal ve ne incolse. Se infatti si tenta di portare la disoccupazione sotto il NAIRU, ossia sotto il livello determinato dalle strutture istituzionali (quindi determinate dal lato dell’offerta), si avrebbe nel breve periodo un indubbio miglioramento, ma con un costo. Dopo qualche tempo infatti, la disoccupazione salirebbe di nuovo al livello del NAIRU, visto che le politiche di domanda nulla possono contro la struttura del mercato, e allo stesso tempo l’inflazione salirebbe danneggiando i percettori di redditi fissi. Insomma, altra via non c’è se non attraverso serie riforme strutturali come quelle prima fugacemente descritte.

Lungi dall’avere solo questa valenza, il NAIRU è anche imprescindibile quando si tratta di computare in Europa l’ammontare di spesa in deficit che uno Stato può permettersi. Se infatti una economia si trova, assumiamo, al livello descritto dal NAIRU, questo vuol dire (seguendo la teoria) che il prodotto che una economia può realizzare è molto prossimo a quello potenziale. Che significa questo? Che dati tutti i fattori produttivi a disposizione (lavoro, capitale, risorse naturali, tecnologia) l’economia sta già producendo al massimo delle sue potenzialità. Pertanto una politica di spesa pubblica sarebbe assolutamente dannosa: essendo al massimo della produzione raggiungibile, ulteriori stimoli farebbero di conseguenza aumentare l’inflazione, non potendo la produzione aumentare ulteriormente. Ecco che alle esose richieste di uno Stato spendaccione e dissoluto come i famosi PIIGS per esempio, la benevolente saggezza della Commisione Europea replica dicendo: “Caro, smettila di spendere ancora perché i tuoi lavoratori stanno già producendo al massimo. E tu saresti così irresponsabile da voler punire i loro sudati stipendi con maggiore inflazione? Vergognati!”.

Quando invece la disoccupazione sale al di sopra del NAIRU, a seconda dell’entità dello scarto fra disoccupazione effettiva e strutturale, gli Stati sono lasciati più liberi di fare politiche che tentino di abbassare la disoccupazione. Se però si vuole davvero risolvere il problema alla radice in maniera definitiva, nel lungo periodo non vi sono alternative: le rigidità che causano la persistente durata di una disoccupazione elevata vanno cancellate, e bisogna cercare di tenere il NAIRU come stella polare delle proprie politiche al fine di contenere l’inflazione.

In conclusione, una disamina sulla correttezza o meno di questa teoria richiederebbe un ulteriore approfondimento. Per porre però qualche pulce nell’orecchio di chi legge, prendiamo due casi concreti. In Italia, per citare un caso, dovremmo far sì che i salari dei lavoratori dipendenti cadano sotto quelli attuali; la disoccupazione infatti, stando alla logica del NAIRU, è causata dall’operaio che prende 1200€ al mese in fabbrica, o da ogni altro lavoratore dipendente, il cui salario sarebbe “troppo alto”. Interventi attivi da parte dello Stato per contrastare una disoccupazione ben oltre il 12-13% (in riferimento al nostra paese) o persino ben oltre il 20% (come in Spagna), avrebbero invece come effetto, oltre il breve periodo, un mero aumento dell’inflazione. Se i tassi di disoccupazione vigenti sono prevalentemente attribuibili a disoccupazione strutturale (dipendente da salari rigidi troppo alti) sarebbe possibile abbassarli soltanto con una riduzione delle tutele di chi è impiegato in modo tale da rendere possibile una fluttuazione dei salari verso il basso.

Insomma, è il NAIRU una buona spiegazione della realtà che ci circonda?

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