Globalizzazione, protezionismo e conflitto sociale

Globalizzazione

In continuità con una tendenza affermata ormai da anni, il ritornello pervasivo dell’attuale governo è la necessità di varare riforme strutturali per salvare il paese. La necessità di tali riforme, sarebbe legata in particolare alla pressione di un contesto internazionale sempre più dinamico e aperto che imporrebbe al nostro paese un adeguamento ai tempi che cambiano per non restare indietro nella sfida della globalizzazione. Al di là della vacua retorica delle parole degli uomini politici di turno, vi è tuttavia un fondo di verità in questa logica, vera soltanto però se si accetta il campo su cui la logica si muove. E tuttavia, come ogni campo logico storico e sociale, esso può essere rifiutato e invertito. Capiamo dunque, dapprima, il senso della logica suddetta e, in secondo luogo, la ragione per cui è nell’interesse della classe sociale subalterna sovvertire il presupposto su cui si fonda.

Il radicale cambiamento di paradigma che ha caratterizzato le politiche economiche dei paesi europei a partire dagli anni ’80-’90 verso politiche liberiste in tutti gli ambiti delle politiche pubbliche, è stato accompagnato e spesso preceduto da un altro cambiamento, meno percepibile e più silenzioso, ma dalle gigantesche conseguenze: la transizione da sistemi economici parzialmente chiusi a sistemi economici aperti, l’adozione cioè di politiche commerciali libero-scambista.

Un sistema economico nazionale parzialmente chiuso prevede un rigido controllo dei movimenti di capitali e merci dall’estero e verso l’estero, limitati dalla presenza di dazi e tasse di trasferimento. Ciò implica la capacità da parte di un paese di poter minimizzare il condizionamento esterno nel momento in cui vuole applicare una determinata linea di politiche economiche.

Un sistema economico aperto, ovvero liberalizzato verso l’estero dove merci e capitali migrano liberamente in entrata e in uscita, sarà invece per definizione pesantemente condizionato anche nei suoi equilibri interni. E’ ad esempio impossibile godere di piena sovranità sulle scelte fiscali e tributarie in presenza di piena liberà di movimento delle merci e dei capitali. Nell’ipotesi in cui uno Stato volesse ad esempio tassare i profitti in maniera intensa e progressiva sconterebbe la probabile fuga di capitali all’estero e allo stesso tempo dovrebbe fare i conti con la concorrenza inflitta al proprio sistema produttivo da merci prodotte in paesi a fiscalità più agevolata. Analogo ragionamento varrebbe per la possibilità di implementare politiche di forte regolamentazione dei mercati e delle imprese. Le politiche economiche pubbliche (in tutte le loro sfumature), in economia aperta, tendono, dunque, a “dovere” alleggerire la pressione fiscale e regolativa sui soggetti detentori di redditi alti o altissimi, in particolare, nel concreto, sulle grandi società di capitali e sui redditi finanziari dotati, per definizione, di forti capacità di spostamento e delocalizzazione.

La stessa identica dinamica la possiamo riscontrare in merito all’efficacia della difesa dei diritti dei lavoratori e dei diritti sociali dei cittadini (Stato sociale in tutte le sue forme). La difesa di tali conquiste o il loro rafforzamento, divengono gravemente compromessi da un contesto di economia aperta. Per ottenere salari più alti e migliori condizioni di lavoro, infatti, i lavoratori, associati in strutture sindacali, devono poter contare su una minaccia credibile ed effettiva garantita dall’unità del mondo del lavoro coeso nel comune rifiuto di lavorare a determinate condizioni, obbligando così le imprese ad innalzare salari e tutele se vogliono continuare a poter produrre. Questa dinamica conflittuale ha la possibilità di funzionare soltanto in un contesto di economia almeno parzialmente chiusa in cui le imprese sono vincolate al territorio in cui operano (dove cioè la migrazione del capitale verso l’estero risulta molto costosa per via delle tasse da pagare su tale trasferimento).

In un contesto di economia aperta, invece, è evidente che la forza persuasiva della minaccia di qualsivoglia rivendicazione dei lavoratori si dissolve semplicemente nella libertà dell’impresa di spostare il proprio capitale laddove ne ha convenienza. Un’azione sindacale quand’anche forte e determinata rischierebbe così di avere come esito non un aumento dei salari, ma la chiusura degli stabilimenti industriali e la delocalizzazione massiccia dei capitali all’estero.

In assenza di minacce credibili, dunque, il ruolo del sindacato si riduce a quello di un organismo di intermediazione di facciata.

Così come il ruolo delle politiche economiche di uno Stato, in economia aperta, è ridotto e ridicolizzato dalla pressione della minaccia della delocalizzazione delle imprese e dalla pressione dei cosiddetti mercati finanziari, allo stesso modo il ruolo di un sindacato è ridotto e ridicolizzato dalle medesime minacce.

In un simile quadro, peraltro, si ha buon gioco nel dipingere, propagandisticamente, una rivendicazione sindacale come un fatto anacronistico, massimalista e persino controproducente per il buon andamento del sistema economico.

E’ quindi evidente che, nel conflitto distributivo che determina gli assetti di distribuzione del reddito in una società, sia diretto (contrattazione lavoratori-imprese) sia indiretto (redistribuzione dai più ricchi ai più poveri tramite la tassazione e la spesa pubblica), un contesto di economia aperta favorirà drasticamente la controparte forte a discapito della controparte più debole. Si tratta di un’inesorabile dinamica oggettiva contro cui l’unica maniera di opporsi è sovvertire la logica che ne fa da premessa: invertire cioè la tendenza all’indiscriminata apertura dei sistemi economici per tornare ad un sistema di economia prevalentemente chiuso. Ebbene sì, il vecchio e tanto vituperato protezionismo! Non certo il protezionismo aggressivo utile ai capitalisti esportatori, costruito su sussidi e incentivi alle esportazioni, ma il sacrosanto protezionismo difensivo che isola, almeno in parte, il sistema economico nazionale dagli indiscriminati movimenti di merci e capitali che lo rendono altrimenti vulnerabile e alla mercé dei capricci volubili degli investitori e dei mercati.

Un protezionismo dunque che limiti drasticamente la libertà delle merci di entrare e (perché no?) anche di uscire dal paese, per scongiurare la concorrenza insostenibile tra merci prodotte all’interno e merci prodotte all’esterno del contesto normativo di riferimento e per puntare allo stesso modo su un’elevata domanda interna.

Un protezionismo che limiti drasticamente la libertà del capitale di emigrare dal paese delocalizzando investimenti finanziari e attività produttive. In una frase sola, un protezionismo capace di vincolare la vita economica della collettività al territorio in cui si svolge, di territorializzare il conflitto sociale, le scelte democratiche sul nostro futuro e la capacità di monitoraggio, controllo e trasparenza dei processi di trasformazione della società.

Il pensiero sociale critico e alternativo a quello dominante, per troppo tempo si è incagliato nelle illusioni insostenibili di un rovesciamento internazionalista della globalizzazione capitalistica, a presunto vantaggio degli oppressi di tutto il mondo, come se lo spazio mondo, senza una struttura politica mondiale, potesse realmente diventare un proficuo terreno di scontro e trasformazione. Questa illusione narrativa si è sciolta come neve al sole di fronte alla totale superiorità del capitale nell’organizzarsi senza frontiere né limiti al cospetto della cronica e inevitabile incapacità dei lavoratori e dei soggetti subalterni di strutturarsi in una dimensione sovranazionale o persino “mondiale” senza mediazione politica organizzata.

L’affermazione di tutto ciò, naturalmente, non lede in alcun modo una prospettiva internazionalista seria che veda nell’unità ideale e materiale degli interessi di tutti i subalterni del mondo una pietra miliare irrinunciabili. Semplicemente la prospettiva internazionalista deve passare, nella forma concreta dello spazio politico territoriale, della sovranità popolare geograficamente, culturalmente e istituzionalmente determinata.

Il ‘900, secolo delle grandi trasformazioni socio-economiche e dei vasti processi di emancipazione delle classi popolari ci insegna, nel centro come nella periferia capitalistica, che non è lo spazio fluido deterritorializzato a favorire i processi emancipativi, ma lo spazio politico tangibile e concreto, protetto dalle mire destabilizzanti del capitalismo globale e capace di innescare meccanismi di sviluppo endogeno e di sganciamento almeno parziale dalle catene dello sfruttamento nella sua gerarchia internazionale imperialistica.

E’ dunque necessaria una radicale rimessa in discussione del dogma della libera circolazione delle merci e dei capitali tornando a parlare senza remore ideologiche di protezionismo difensivo, evitando di lasciare questo tema, così prezioso, in pasto a chi ne vorrebbe far un uso aggressivo, mercantilistico e puramente favorevole agli interessi delle imprese esportatrici. Un protezionismo difensivo è senza dubbio il miglior alleato di qualunque istanza emancipativa forte.

Un pensiero su “Globalizzazione, protezionismo e conflitto sociale

  1. Questo articolo omette gravemente un aspetto della questione connesso essenzialmente agli altri: la libera circolazione delle persone. Inoltre bisognerebbe parlare del novecento come del secolo dello sradicamento di massa, delle migrazioni interne e dell’asservimento delle classi popolari al grande capitale industriale, più che come quello della loro emancipazione…

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