Politiche di austerità: un disastro annunciato

keynesiano ussr

Negli ultimi anni si sono susseguite aspre discussioni sulla effettiva utilità delle politiche di austerità adottate in Europa come rimedio contro la crisi. Da tempo diverse petizioni da parte di una considerevole porzione di studiosi italiani di economia ne hanno segnalato la dannosità (2006 Appello degli economisti, 2010 Lettera degli economisti, 2013 Monito degli economisti). Pur essendo moniti estremante chiari e lungimiranti, può esserci il pericolo che nella ricezione da parte della più vasta platea dell’opinione pubblica resti il dubbio sul perché tali politiche sarebbero da contrastare. Da non addetto ai lavori, un lettore potrebbe infatti chiedersi: “Mi sembra evidente che le politiche di austerità non stiano aiutando la ripresa, ma… perché?”.

Se infatti la questione dirimente per la salute economica di un Paese e le sue prospettive di crescita risiede nel rapporto tra debito pubblico e PIL, non sembra esservi altra strada se non quella di liberare risorse adoperandosi in ogni modo per abbattere il debito pubblico accumulato nel tempo. Non a caso i parametri di Maastricht richiedono che gli Stati sottoscrittori tengano questo rapporto entro la soglia del 60%. L’ipotesi fondante questa strategia è la seguente: tagliando la spesa pubblica, il PIL si manterrà almeno invariato dato l’automatico aggiustamento compensativo della spesa privata. E questa ne è la versione prudente. In una economia chiusa il PIL è costituito dalla somma di consumi e investimenti privati, più la spesa pubblica (al netto delle tasse). Se si taglia quest’ultima, a parità di PIL dovrà aversi un aumento di una delle altre due componenti, quindi. Nella versione più audace, come quella propagandata a più riprese da economisti di fama mondiale quali Alesina e Giavazzi sui quotidiani nazionali più importanti, un decurtamento delle spese pubbliche avrebbe favorito inoltre un più che proporzionale aumento del PIL. Insomma, in un sol colpo avremmo finalmente dato una lezione all’inefficienza dei fannulloni italioti barricati negli uffici pubblici, ottenendo in più una crescita del PIL. Come sottrarsi a tale allettante proposta?

Ora, già di per sé è problematico trovare una misura di aggiustamento automatico tale che ad ogni euro in meno di spesa pubblica ne corrisponda uno in più di spesa privata (condizione che, come detto, lascia il PIL invariato), e questa è la critica alle politiche di austerità nella sua versione prudente. La critica audace porta invece a dire che in realtà per ogni euro di spesa pubblica in meno si avrà una diminuzione più che proporzionale del prodotto complessivo. In questo ultimo concetto è racchiuso un principio noto in economia come moltiplicatore keynesiano, portato alla ribalta negli anni ’30 del Novecento dall’economista inglese John Maynard Keynes (e, anche se meno conosciuto, da Michael Kalecki). I tempi erano particolarmente fertili allora per tali idee, visto che ci si trovava nel bel mezzo della Grande Depressione, dapprima affrontata seguendo la “Treasury view”, ossia un sostanziale immobilismo nell’attesa che il mercato si riprendesse (ricorda nulla?). Attraverso questo principio è possibile dire che variazioni delle spese autonome (ossia non legate al livello del reddito corrente), portano a variazioni più che proporzionali del PIL nella stessa direzione. La spesa pubblica è per antonomasia autonoma: i governi la aumentano nelle recessioni, e viceversa (cosa che invero accade molto più di rado).

Ma in sostanza, questo moltiplicatore in cosa consisterebbe? Un modo per capire l’intuizione di base è pensare ad un disoccupato senza possedimenti, percettore di un sussidio di disoccupazione a fondo perso. Esso sarà quindi quasi interamente speso (il soggetto ha una alta propensione al consumo). Questa spesa costituirà quindi un reddito per il macellaio del quartiere, per il giornalaio del centro città, per il circolo sportivo frequentato dai figli. A loro volta, i soggetti riceventi tale spesa ne consumeranno una porzione, e così via. Il processo cumulativo farà quindi sì che a fine ciclo il reddito prodotto globalmente possa essere superiore alla iniezione iniziale effettuata dallo Stato, ovvero un multiplo: da qui la denominazione di moltiplicatore. Lo stesso ammontare di spesa si potrebbe però realizzare chiedendo al disoccupato di lavorare utilmente per la comunità, in settori magari in cui la rischiosità (o l’entità) dell’investimento è tale da spaventare il singolo privato. Per l’economia verrebbe in essere un processo cumulativo favorevole: l’altrimenti inoccupato oltre a dare una spinta ai consumi lavorerebbe in un settore ad alto valore sociale aggiunto, in un progetto che probabilmente non verrebbe mai eseguito da un privato, formando anche competenze personali che in altra situazione non avrebbe acquisito (da spendere poi altrove), lasciando alla comunità un contributo foriero di enormi ricadute (esternalità, in gergo) positive. Un esempio facile? Un piano nazionale di messa in sicurezza del territorio. Potenzialmente, gli effetti moltiplicativi di una tale spesa sarebbero esorbitanti. Volendo restare con i piedi per terra, anche un semplice sussidio al consumo per restare inattivo a casa avrebbe i suoi effetti. Il tutto naturalmente vale se finanziato in deficit (per chi stesse pensando ai famosi 80€ dell’attuale Governo).

Va da sé che, tornando al nostro cruccio concernente il rapporto tra debito e PIL, se riteniamo valido questo principio, ad un taglio della spesa pubblica di 100€ corrisponderà una caduta del reddito più che proporzionale. Di conseguenza il rapporto tra debito e PIL aumenterà, in quanto se il debito cade di 100€, il PIL cadrà in misura più marcata. Per un valore trascurabile del moltiplicatore (per esempio, uno) ad una caduta del debito di un certo valore ne corrisponderà una del PIL di pari ammontare. Se quindi si può procedere senza danni gravosi alla riduzione del debito, va comunque tenuto a mente che lo si sta facendo a danno del PIL stesso.

Nella letteratura pre-crisi però i valori del moltiplicatore erano stimati essere inferiori all’unità, ragion per cui per 100€ di tagli la caduta del PIL sarebbe stata minore di 100€. Di nuovo, si abbatte il debito contemporaneamente al reddito nazionale, che però cade di meno questa volta; di conseguenza, il rapporto debito/PIL migliora. Gli effetti favorevoli sarebbero però rintracciabili in una maggiore efficienza del sistema (meno spesa pubblica), nella rinnovata fiducia dei mercati (minori spreads), nei maggiori investimenti verso il Paese. C’è da dire che con tempismo rimarcabile le stime sono in effetti però state ormai interamente riviste portando i valori del moltiplicatore significativamente sopra uno, fino a valori anche di tre (sarebbe utile per il lettore provare l’esercizio con un valore di questa entità). È interessante notare quindi che le versioni del moltiplicatore con valori minori di uno sembrano piuttosto estreme; e sono le versioni che hanno incentivato l’adozione di misure di restrizione di bilancio. Le versioni Alesinian – Giavazziane di austerità espansiva invece predirebbero valori del moltiplicatore addirittura negativi, per cui una minore spesa pubblica darebbe il via ad un processo di incremento del PIL. Alla luce delle considerazioni piuttosto spicciole qui riportate e della esperienza recente, tali visioni appaiono estremamente infondate. Esse ci dicono che tanto il livello del PIL quanto il tasso di crescita del PIL di una economia sono indipendenti dalle azioni del settore pubblico, ma sono altresì determinati al di fuori del suo campo di azione. Se un ruolo c’è per lo Stato, è quello di garantire alcune funzioni essenziali (ordine pubblico, sistema giudiziario ecc.), e di tanto in tanto tamponare le momentanee carenze di occupazione.

Quando quindi appaiono su giornali e blog online petizioni come quelle citate ad inizio articolo, la logica sottostante il rifiuto delle politiche di austerità di bilancio passa (in parte, ma non solo) per ragionamenti di tipologia opposta a quest’ultima, e che si rifanno ad una logica spiccatamente keynesiana. Come considerazione finale c’è da dire però che se i suddetti appelli appaiono importanti segnali dati da una parte dell’accademia, essi dovrebbero anche riportare più esplicitamente gli obiettivi da perseguire, lasciandone l’eventuale ammorbidimento alla sfera politica (un chiaro esempio ne è l’obiettivo di stabilizzare il rapporto debito/PIL, o il suggerimento di non puntare solo su riforme strutturali come nel monito del 2013).

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