Prima gli italiani, poi gli immigrati: purché lo sfruttamento continui

divisi non siamo niente

Nel dibattito politico sull’immigrazione, la destra, in tutte le sue sfumature, esercita la ben nota strategia del terrore. Gli immigrati rubano il lavoro agli italiani, gli immigrati sono quasi tutti criminali, gli immigrati ci costano moltissimo. Tutto questo si traduce nel noto odioso slogan: “Prima gli italiani”. Il fatto che sia odioso, tuttavia, non deve impedirci di discuterne seriamente i presupposti, allo scopo di fare chiarezza sul perché questo slogan risulti convincente per una frazione non trascurabile della popolazione e per avere strumenti per contrastarlo efficacemente.

Partiamo da una semplice domanda: perché la destra ha come sua principale bandiera la condanna dell’immigrazione? La risposta non è scontata. Certo, una componente di bieco razzismo gioca un ruolo importante. Ma, a fianco di questo, c’è fondamentale la difesa degli interessi delle classi più abbienti. Perché la borghesia, grande o piccola che sia, in realtà ha sempre visto nell’immigrazione uno strumento di moderazione salariale. Infatti un aumento della popolazione in età lavorativa influisce negativamente sulla forza contrattuale dei lavoratori quando l’economia non è in grado di assorbire tale aumento. Quando il tasso di occupazione diminuisce, la concorrenza tra i lavoratori per ottenere un posto di lavoro aumenta, spingendo in questo modo verso il basso i salari.

Perciò i padroni trovano un terreno più fertile quando la forza lavoro impiegata è rappresentata da un’alta percentuale di immigrati. Infatti quest’ultimi provengono generalmente da paesi in cui gli standard di vita sono inferiori. Inoltre, una volta giunti nel “nuovo” paese, gli immigrati vivono quasi esclusivamente del loro lavoro, non potendo contare su familiari e ammortizzatori sociali, e il rischio di rimanere senza (che sia un contratto regolare o meno) è un peso insostenibile. La paura di perdere la principale fonte di sussistenza e il pericolo dell’emarginazione spingono la maggior parte degli immigrati ad accettare i lavori più rischiosi, addirittura rinunciando alle norme di sicurezza, pur non possedendo un’assicurazione sanitaria.

E leggi come la Bossi-Fini (legge 30 luglio 2002, n. 189) rappresentano uno strumento per rendere ancora più fragili gli immigrati, consentendo ai capitalisti di comprimere ancora di più il costo del lavoro e arricchirsi di conseguenza, sfruttando i lavoratori. Infatti è la precarietà della loro permanenza sul territorio italiano, vincolata al possesso di un contratto di lavoro, non importa quanto opprimente ed iniquo, uno dei principali fattori che costringe questi lavoratori ad accettare condizioni contrattuali più sfavorevoli, poiché l’alternativa è il rimpatrio ed il ritorno ad una situazione ancora peggiore, dalla quale il migrante ha deciso di fuggire, mettendo spesso a repentaglio la propria vita. L’instabilità della permanenza può essere in parte dovuta alla precarietà del lavoro, come evidenziato dall’elevata quota di immigrati impiegati con contratti stagionali, condizione particolarmente sperimentata nel settore agricolo o nel settore edile. D’altronde senza una stabilità contrattuale non è possibile ottenere il permesso di soggiorno. Si crea dunque una sorta di circolo vizioso in quanto l’immigrato, non potendo contare su contratti di lavoro duraturi e regolari, non può ottenere la cittadinanza, e senza questa non ha la forza contrattuale per rivendicare condizioni migliori. Da una tale situazione le imprese traggono vantaggio, poiché hanno a disposizione manodopera a basso costo. Riducendo i salari, infatti, i capitalisti possono ottenere maggiori profitti. Allo stesso tempo la destra, che ha come principale ragion d’essere la difesa degli interessi delle classi dominanti, agita lo spauracchio dell’immigrazione e così facendo irride e prende in giro il popolo. D’altronde Marx, in una lettera del 1870 (inviata a Sigfried Meyer e August Vogt), spiega bene come il capitalismo sfrutti l’immigrazione per dividere la classe lavoratrice:

Questo antagonismo viene alimentato artificialmente e accresciuto dalla stampa, dal pulpito, dai giornali umoristici, insomma con tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti. Questo antagonismo è il segreto dell’impotenza della classe operaia […] a dispetto della sua organizzazione. Esso è il segreto della conservazione del potere da parte della classe capitalistica. E quest’ultima lo sa benissimo.”

Quanto più i lavoratori sono uniti nelle rivendicazioni, tanto più sarà la loro forza e maggiori le possibilità di ottenere conquiste. Evitare che ciò accada è la più grande preoccupazione dei capitalisti, creare artificiali divisioni all’interno della classe lavoratrice è uno strumento vecchio quanto il mondo, pericoloso e finalizzato esclusivamente a ciò.

Alla luce di queste considerazioni, sono inaccettabili alcune posizioni, che appartengono anche ad una parte del centro-sinistra o presunto tale, che difendono l’immigrazione sulla base del fatto che gli immigrati “non ci rubano il lavoro, fanno mestieri che gli italiani non vogliono più fare, prendono quattro soldi e neanche danno fastidio”. Tradotto: gli immigrati accettano condizioni (economiche e non solo) che gli italiani non sono disposti ad accettare, perché quei lavori sono sottopagati e perché magari eccessivamente pericolosi. Ma questo significa semplicemente legittimare e alimentare un sistema economico fondato sullo sfruttamento, in cui il lavoratore immigrato sfruttato ha, nella migliore delle ipotesi, lo scopo di far dormire sonni tranquilli al benpensante che si può sentire progressista perché, “si, ok, la badante e la colf sono in nero però almeno non si trovano in uno dei terribili lager libici tanto cari a Minniti.”

Il lavoro, tuttavia, dev’essere dignitoso e retribuito nella giusta misura, per tutti. Altrimenti è sfruttamento. Non sono i giovani ad essere choosy, come ebbe a dire la Fornero nel 2012 e come ripete ogni giorno, in televisione, sui giornali ed alla radio Pietro Ichino. Se ci sono lavori che gli italiani non sono disposti a fare è perché questi lavori non sono dignitosi e sono penosamente retribuiti. Spetta all’unità dei lavoratori, indigeni e migranti, combattere affinché questi lavori spariscano. E se questo si traduce in una diminuzione dei profitti per il padronato, ciò vuol dire che la battaglia politica si muove nella direzione giusta. Si cade, altrimenti, in un paradosso per certi versi simile a quello della destra. Difendere l’immigrazione per consentire ai padroni di sfruttare maggiormente i lavoratori.

Il tema dell’immigrazione è percepito, in maniera crescente, come patrimonio della destra, un problema per cui solo la destra ha ricette, una destra che attribuisce ai migranti la responsabilità di disoccupazione e sofferenze sul mercato del lavoro. Una discussione seria ci può permettere, tuttavia, di individuare la vera causa ultima per questi fenomeni: il modo di produzione capitalistico, per il quale disoccupazione e compressione salariale sono elementi strutturali, necessari e naturali, non certo patologici.

 

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