Il caso Embraco: Calenda recita ancora

chiagne e fotte

L’affaire Embraco, assurto agli onori delle cronache negli ultimi giorni, è soltanto l’ultimo episodio di una lunga serie (Fiat, Geox, Omsa, Dainese, Bianchi, Zanussi, Bialetti etc.) di attacchi sferrati al mondo del lavoro del nostro paese. La vicenda è facilmente sintetizzabile: l’azienda brasiliana Embraco, che produce compressori per frigoriferi a Riva di Chieri, in provincia di Torino, ha deciso di spostare la produzione in Slovacchia e contestualmente licenziare quasi 500 lavoratori nello stabilimento italiano. Una scena purtroppo già vista, dall’esito già scritto nonostante gli strepiti in mala fede di qualche esponente di Governo che si prepara alla prossima campagna elettorale.

La cosa più drammatica, probabilmente, è che in tutta questa situazione non c’è nulla di anomalo, nulla di patologico, dato il contesto politico ed istituzionale attuale. La Slovacchia può offrire, ad un’azienda desiderosa di aumentare i propri profitti, una fantastica terna: salari enormemente più bassi rispetto all’Europa occidentale, una tassazione vantaggiosa e l’accesso al mercato unico Europeo. Il ministro Calenda, che per misteriose ragioni sta uscendo dalla vicenda come una specie di working class hero, almeno agli occhi di qualche triste commentatore politico, sintetizza in maniera piuttosto efficace la questione: “La situazione sleale dell’Est è intollerabile. Se un lavoratore è pagato la metà di quello italiano, noi non possiamo competere ad armi pari visto che questi Stati hanno pari accesso al mercato europeo. Questo è il nodo su cui si deve intervenire”. In linea di principio, non potremmo che essere d’accordo. Il problema viene fuori quando si passa alla pars costruens, alle proposte di Calenda: “Io non potrei fare una norma che dice che per Embraco il costo del lavoro è un po’ più basso, perché sarebbe un aiuto di Stato. Ma penso si possano interpretare i trattati nel senso di dire che in questo specifico caso, cioè di un’azienda che si muove verso la Slovacchia, verso la Polonia, questa normativa può essere derogata”. Tradotto: se un’azienda mi minaccia di delocalizzare verso paesi con salari e costi del lavoro più bassi, la soluzione è elemosinare con l’Europa la possibilità di garantire alla stessa azienda condizioni lavorative che non sfigurino di fronte a ciò che la Slovacchia può offrire. D’altronde, non sarebbe certo la prima volta che i lavoratori si trovano di fronte al ricatto tra perdere il lavoro o rinunciare a condizioni lavorative dignitose. Sarebbe anche curioso chiedere al ministro quale azienda, a questo punto, non eserciterebbe con lo Stato italiano lo stesso trucco. Se è sufficiente minacciare la delocalizzazione verso l’Est Europa per aspirare a sgravi fiscali e a qualche calcio in culo ai lavoratori, perché non farlo a prescindere dalle reali intenzioni di spostare la produzione?

Questi interrogativi risultano comunque probabilmente oziosi. L’Unione Europea, è utile ricordarlo, è strutturalmente costruita per permettere ad una classe transnazionale di capitalisti di ricercare le condizioni di produzione più vantaggiose ed il luogo dove poter pagare i salari più bassi, per poi rivendere i propri prodotti all’interno del mercato unico europeo. La libertà di circolazione dei capitali e delle merci sono due pilastri dell’architettura istituzionale europea. Si può fare finta di ignorarlo, magari facendo un po’ di pantomima a Bruxelles per dare almeno l’impressione di avere a cuore gli interessi del proprio paese. Oppure se ne possono trarre le conclusioni logiche, lottare per rompere la gabbia dell’Unione Europea e riappropriarsi della possibilità di fare politica industriale ed intervento pubblico nell’economia. Tertium non datur.

 

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