Il Governo all’attacco del reddito di cittadinanza: togliere a chi ha poco per dare a chi ha molto

Puntuale e implacabile, è ripartito – immediatamente dopo la chiusura delle urne – l’attacco al reddito di cittadinanza. Le intenzioni dei partiti usciti vincitori dalle elezioni sono state riassunte nei giorni scorsi da Ignazio La Russa: abolirlo, o almeno ridimensionarlo a misura di mera assistenza, dando due spiccioli a chi è fuori dal mercato del lavoro. Nessun sostegno per chi è alla ricerca di un impiego, nemmeno quel minimo di sicurezza economica che potrebbe sostenerlo se riceve solo proposte di lavoro indecenti. La stessa Giorgia Meloni, nel discorso con il quale si è presentata alla Camera per ottenere la fiducia, ha preannunciato modifiche a questo strumento, dipinto come puramente assistenzialista.

Le presunte ragioni per le quali quasi tutti i partiti dell’arco costituzionale sono contrari al reddito di cittadinanza sono ben note. Dalla sua introduzione nel 2019, questo strumento è stato oggetto di una campagna dai toni scandalistici (sostenuta da gran parte della stampa e da quasi tutte le forze politiche, ben al di là della nuova maggioranza) che ignora le drammatiche condizioni di povertà che ci sono in Italia e un mercato del lavoro iperprecario e sottopagato, dipingendo al suo posto un mondo fatto da “furbetti” che passano la giornata a pensare come truffare lo Stato.

In questa visione, i percettori sono dipinti come un esercito di divanisti truffatori (meglio se pure camorristi) e l’intero sistema come un enorme spreco di risorse pubbliche a favore di furbetti che non se lo meriterebbero.

Questa descrizione così accattivante, e rilanciata dai maggiori quotidiani, ha solo una pecca: che la realtà ci dice tutt’altro, e stavolta a nostro sostegno chiamiamo due fonti insospettabili.

La prima sono i dati della Guardia di Finanza, che per il periodo dal gennaio 2020 – agosto 2021 ad esempio ha constatato truffe ai danni dello Stato pari a circa 15 miliardi, di cui quelle relative al RdC ammontavano a 127 milioni (lo 0,8% del totale). E il resto? Beh, quello sono frodi fatte da imprese e/o soggetti ad alto reddito, quindi non contano…

La seconda fonte è la Caritas Italiana, che ha recentemente pubblicato il suo Rapporto annuale su povertà ed esclusione sociale dal titolo “L’anello debole” in cui si dice fra l’altro che solo il 44% dei poveri assoluti in Italia riceve il reddito di cittadinanza; questo dato, che ribadisce (come peraltro ampiamente spiegato nel Rapporto) l’assoluta insufficienza di questa misura, in alcuni giornali (ad esempio Il Mattino) viene magicamente rovesciato nel titolo roboante “Reddito di cittadinanza, più della metà assegnato a finti poveri”.

Va comunque sottolineato che il Rdc ha grossi limiti, che avevamo segnalato all’epoca della sua introduzione. Ma sono limiti che sono radicalmente diversi da quelli dipinti da chi ne vorrebbe l’abolizione.

Il Rdc è stato introdotto con un duplice obiettivo: da un lato è uno strumento di contrasto alla povertà tout court, dall’altro vorrebbe essere un sostegno economico finalizzato al reinserimento nel mondo del lavoro e all’inclusione sociale. Per quanto riguarda il primo punto, le condizioni per accedere al reddito di cittadinanza sono decisamente severe, in quanto al limite dell’ISEE si aggiunge il requisito di residenza in Italia da almeno 10 anni, circostanza che di fatto mette automaticamente fuori gioco buona parte della popolazione immigrata (questo fu il tributo pagato alla Lega al momento al momento dell’introduzione); inoltre il contributo concesso (nella misura massima di 780 euro al mese) non può certo essere considerato sufficiente per una vita dignitosa, specialmente per le famiglie numerose (per le quali il contributo aumenta, ma con una scala di equivalenza che penalizza le famiglie più numerose). Pur con condizioni così stringenti, va comunque ricordato che, stando ai dati INPS, nel 2020 il RdC ha fatto uscire dalla povertà 450mila famiglie (circa 1 milione di persone), quindi una sua cancellazione avrebbe conseguenze enormi su una povertà drammaticamente in crescita nel nostro paese: nel 2021 erano in condizione di povertà assoluta più di 1,9 milioni di famiglie (7,5% del totale) e circa 5,6 milioni di individui (9,4%).

L’altro punto, quello del reinserimento nel mondo del lavoro, è come noto l’aspetto più diabolico, in quanto sin dalla sua introduzione il sussidio poteva essere tolto a chi rifiutava – nell’arco di 18 mesi – 3 proposte di lavoro ritenute congrue, dove la congruità dipendeva essenzialmente dalla vicinanza al luogo di residenza del percettore del RdC (le offerte “rifiutabili” sono poi state ridotte appena a 2 dal Governo Draghi). Tralasciamo per un attimo il mito così caro a tanti economisti ed opinionisti da salotto, secondo cui il lavoro c’è, e la disoccupazione dipende da lavoratori poco flessibili (in termini prima di tutto di richieste salariali, ma anche delle altre condizioni lavorative), e concentriamoci su un aspetto specifico, e cioè i presunti effetti di scoraggiamento alla ricerca di un posto di lavoro: anche in questo caso i dati INPS ci restituiscono una realtà tutta differente, in quanto oggi il 23% dei lavoratori italiani (circa 5 milioni di persone, soprattutto con contratti part-time) guadagna meno di quanto sarebbe loro assicurato dal RdC.

Occorre specificare, inoltre, che una condizione per avere il reddito è proprio cercare lavoro e che se le proposte di lavoro fossero presentate presso i centri per l’impiego, il lavoratore dopo le 2 proposte non potrebbe più rifiutare. Peccato che queste proposte di lavoro non arrivino, se non attraverso canali informali (come i social network), in modo tale da aggirare le norme che regolano i rapporti di lavoro.

Insomma, se guardiamo i fatti, il RdC andrebbe sì cambiato, ma per motivi e in direzione opposti rispetto a quanto sostenuto dai suoi detrattori: andrebbe trasformato in uno strumento veramente universale, capace di intercettare le forme di povertà più severe (immigrati, famiglie numerose), indicizzato rispetto all’inflazione, e soprattutto non condizionato all’accettazione di una qualsiasi offerta di lavoro.

Sappiamo purtroppo che non sarà così, e il RdC continuerà a essere utilizzato strumentalmente per alimentare una infinita guerra fra poveri, come già accaduto durante la campagna elettorale con alcuni passaggi surreali, come l’uscita di Calenda sugli infermieri che riceverebbero uno stipendio da fame non perché, appunto, i salari nel settore sanitario sono vergognosamente bassi, ma perché con le loro tasse devono contribuire a garantire un reddito a chi sta peggio di loro (guadagnandosi, il nostro Carletto, gli improperi degli infermieri che meritoriamente non si prestano a questo giochetto).

Vedremo nelle prossime settimane se la nuova compagine governativa terrà fede o meno alla promessa di smantellare un argine (piccolo e timido, lo ripetiamo ancora una volta) alla povertà più estrema, o preferirà continuare con una guerra a bassa intensità, per non incendiare un autunno che già si presenta molto caldo. C’è tuttavia un ultimo punto politico che occorre evidenziare: come abbiamo scritto recentemente, il governo Meloni si pone in perfetta continuità con il Governo Draghi sul piano delle politiche economiche, con una piena adesione al dogma dell’austerità. Ecco allora che il RdC esce dalla sua dimensione di guerra fra poveri (cioè fra gli ultimi e i penultimi) e diventa più in generale lo strumento per un ricatto infame: volete che tiriamo fuori due soldi per calmierare l’emergenza bollette? Beh, allora per forza tocca rivedere il reddito… Volete che manteniamo il reddito? Eh, ma quindi tocca tagliare con ancora più insistenza i vari servizi pubblici… E poi occorrerà pure trovare i soldi per finanziare condoni e flat tax varie.

Occorrerà quindi tenere le antenne ben alzate, perché è interesse di noi tutti evitare gli “sfondamenti” delle politiche di austerità che, come ormai ben sappiamo, procedono sempre con logica incrementale, qualunque sia il punto di attacco iniziale.

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