Il Governo dell’inflazione: l’esecutivo Meloni all’attacco dei salari

A poco più di un mese dalle elezioni, abbiamo già avuto modo inquadrare la natura antipopolare del nuovo governo Meloni in riferimento a diversi provvedimenti ipotizzati. Che si tratti di sistema pensionistico o dell’attacco al Reddito di Cittadinanza, il nuovo esecutivo non perde occasione per ribadire il proprio approccio: forte coi deboli e debole coi forti. Che la retorica della ‘destra sociale’ fosse solo una cortina fumogena per celare le politiche neoliberiste che verranno, già si intuiva dalle dichiarazioni di vari esponenti di Fratelli d’Italia. La perfetta continuità tra il governo Draghi e quello Meloni implica infatti la pedissequa accettazione delle condizionalità europee e del ritorno all’austerità: il pilota automatico è solo passato di mano.

In questo sciagurato scenario politico, l’ISTAT ha recentemente pubblicato gli ultimi dati sulle retribuzioni in relazione all’inflazione. Purtroppo, come avevamo anticipato, la questione salariale si fa sempre più drammatica. Dopo una caduta reale media di circa 3 punti percentuali nel trentennio 1990-2020, i salari reali si sono ulteriormente ridotti nel biennio 2021-2022.

Prima di proseguire, ricordiamo due cose. In primo luogo, “caduta dei salari reali” non è un qualcosa di astratto: vuol dire, nel migliore dei casi, che le spese assolutamente ineliminabili ci costano di più, e ci rimane meno per le spese un pochino meno indispensabili, quindi potremo comprare meno beni e servizi; se poi la questione si protrae nel tempo, probabilmente anche quelle spese che ritenevamo ineliminabili (come ad esempio cibo e salute) inizieremo a farne di meno e di più bassa qualità. Questa caduta dei salari reali, inoltre, non è neppure qualcosa che piomba dal cielo, tipo legge divina o fisica, ma la conseguenza sociale di quell’antagonismo tra salari e profitti che contraddistingue il sistema capitalistico: i salari diminuiscono se e perché i profitti aumentano (e viceversa, ovviamente), e quindi la caduta dei salari è una plastica raffigurazione della lotta di classe agita dai padroni.

Con questo in testa, torniamo al punto: nello specifico, ISTAT segnala che nei primi 9 mesi del 2022, la retribuzione oraria media è aumentata di un modesto 1%. Considerando l’impennata nell’andamento dei prezzi, misurato dall’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA), nello stesso periodo, questi dati ci dicono che in Italia si è registrata una perdita di potere d’acquisto media pari al 6,6%: un dato pesantissimo che incide quotidianamente sulle nostre condizioni di vita.

Ciò che è peggio è che l’inflazione è ben lontana dal suo picco, come dimostrano le stime preliminari relative all’IPCA nel mese di ottobre, le quali delineano un aumento dell’indice del 4% su base mensile e del 12,8% su base annua. Al di là di quelli che saranno i dati definitivi, queste stime ci indicano una caduta dei salari reali che potrebbe verosimilmente aggirarsi intorno al 10% nei primi dieci mesi dell’anno, e potrebbe peggiorare nell’ultimo bimestre. Uno scenario da incubo.

Tra le altre indicazioni rilevanti fornite da ISTAT, figurano anche i dati sui contratti collettivi nazionali (CCNL) vigenti e quelli scaduti in attesa di rinnovo. Se l’andamento dei salari reali sopra menzionato è frutto di un dato medio, infatti, è del tutto evidente che la situazione è molto diversificata nei diversi settori economici. La dinamica delle retribuzioni contrattuali è stata particolarmente stagnante nel settore dei servizi, a causa del mancato rinnovo dei principali contratti del settore, a partire dal CCNL Commercio, che si applica a quasi 3 milioni di lavoratrici e lavoratori e scaduto ormai dal dicembre del 2019.

Come non bastasse, non è l’unico: l’ISTAT evidenzia che i CCNL scaduti a fine settembre 2022 sono 29 e coinvolgono circa 6,3 milioni di dipendenti (il 50,7% del totale). Più della metà delle lavoratrici e dei lavoratori coperte dalla contrattazione collettiva è in attesa di un rinnovo del proprio CCNL che non arriva, per di più in un periodo in cui l’inflazione morde e rende difficili le scelte familiari quando si tratta di fare la spesa, pagare le bollette, l’affitto o la rata del mutuo.

E in questa situazione sempre più grave, che coinvolge un numero crescente di persone, “il Signor Presidente del Consiglio dei Ministri, On. Giorgia Meloni” che fa, oltre a imbarazzanti comunicati stampa? Una chiara indicazione delle sue intenzioni ci arriva dalle dichiarazioni programmatiche al Senato in occasione della fiducia al nuovo esecutivo.

Da un lato, il salario minimo legale è stato definito da Meloni uno “specchietto per le allodole” per risolvere la questione del lavoro povero e dei bassi salari, limitandosi a un vago riferimento alla Direttiva della Commissione europea sul salario minimo, la quale tuttavia costituisce una vera e propria farsa priva di conseguenze concrete. Ancora, con scarsa originalità, la Prima Ministra se l’è presa con il Reddito di Cittadinanza, che torna sempre utile sia nella versione “pasto gratis per gli sfaticati” sia un quella “spreco di risorse che ci costringe a tagliare servizi ai più poveri”; la colpa insomma, ormai lo sappiamo bene, è sempre di qualcuno più povero di te…

Ma quali sono allora le soluzioni avanzate da Meloni? L’estensione della contrattazione collettiva, ma soprattutto il famigerato taglio del cuneo fiscale: secondo la premier infatti “i salari sono così bassi in Italia perché la tassazione del lavoro è al 46,5%”, dunque se non si riduce i salari non potranno che rimanere bassi. Peccato che, secondo i dati OCSE, Germania e Francia – così come Belgio e Austria – abbiano tradizionalmente un cuneo fiscale superiore a quello italiano, eppure hanno fatto registrare discreti aumenti nelle retribuzioni reali medie negli ultimi 30 anni (rispettivamente 34% e 31%). Insomma, le ricette economiche di Meloni sono le stesse degli ultimi decenni e non hanno niente di buono da offrire al mondo del lavoro.

Per di più, la proposta è un taglio progressivo di 5 punti percentuali per i redditi sotto i 35mila euro, due terzi destinati ai lavoratori e un terzo alle aziende. Una misura praticamente identica a quella richiesta da Confindustria negli ultimi anni. Se da un lato i lavoratori ricevono due spiccioli (ma davvero due) grazie all’aumento del netto in busta paga che il taglio del cuneo comporterebbe nell’immediato, dobbiamo evidenziare con chiarezza che questi aumenti sarebbero facilmente assorbiti dalle aziende nel medio periodo tramite i successivi rinnovi contrattuali, come hanno ricordato persino gli economisti mainstream Boeri e Perotti. Insomma, tutto pur di evitare la cosa più semplice e ovvia, che abbiamo già detto in passato: se vuoi alzare i salari, non c’è altro modo che alzare i salari.

Infine, e crediamo che questo tenderà a monopolizzare il dibattito nelle prossime settimane, una riduzione delle tasse ben più sostanziale per i redditi più alti. Che la chiamino flat tax, flat tax incrementale, estensione del regime forfettario, la sostanza è sempre la stessa: (continuare a) dare soldi ai più ricchi.

Il Governo Meloni, fin dall’inizio e come facilmente prevedibile, getta quindi via la maschera di governo del cambiamento e si mostra per quello che è, ovvero il soggetto più adatto a gestire – senza cambiare in nulla la politica economica – una stagione in cui la crisi morderà come non ricordiamo da molto tempo: un perfetto mix di austerità e repressione, come è palesemente dimostrato dalle cariche contro gli studenti alla Sapienza.

È necessario invertire questa agenda, a partire dal ritorno alla scala mobile e l’indicizzazione dei salari alla dinamica dei prezzi. Non possiamo più permetterci ulteriori arretramenti in termini di salari reali. Questa dovrebbe essere la priorità numero uno di qualsiasi forza di opposizione al governo Meloni, la cui ragion d’essere non è altro che rendere i ricchi più ricchi e i poveri più poveri.

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