La battaglia per il salario minimo: il contesto

La sostanziale stagnazione dei salari, unita alla ricomparsa dell’inflazione sulla scena economica, ha riacceso il dibattito sull’opportunità di introdurre un salario minimo per tutelare il potere d’acquisto dei lavoratori. In questo contributo forniamo un affresco di quella che è la situazione salariale italiana, in modo da poter successivamente discutere (nella seconda parte del nostro approfondimento) benefici e limiti delle misure riguardanti l’introduzione di un salario minimo legale in tale contesto.

La questione salariale è da decenni il principale nodo da sciogliere per restituire dinamismo all’economia italiana e, soprattutto, per garantire condizioni di vita dignitose alle lavoratrici e ai lavoratori di questo paese. Negli ultimi 30 anni (1990-2020), infatti, l’Italia è l’unico paese ‘avanzato’ (area Ocse) che ha fatto registrare una riduzione dei salari reali (-2,9%), ossia della quantità di beni che il lavoratore può acquistare con la propria retribuzione (anche detto potere d’acquisto), a fronte di paesi come Francia e Germania che hanno visto rispettivamente una crescita del 31% e del 34%. Siamo perciò l’unico paese Ocse in cui, in media, i salari reali sono oggi inferiori rispetto a trenta anni fa.

Salari medi reali 1990-2020 (dati Ocse; fonte: OpenPolis)

Secondo un recente rapporto Inps, il numero di lavoratori dipendenti che percepiscono meno di 9 euro lordi l’ora in Italia è pari a 3,3 milioni, ben il 23,3% del totale. In più, circa 5 milioni di persone guadagnano meno di 780 euro al mese (dato preso per confronto con l’importo del Reddito di cittadinanza).

La questione salariale italiana ha però radici profonde, che non si fermano qui. Bisogna aggiungere al quadro chi un lavoro non ce l’ha e non riesce a trovarlo, ossia i disoccupati (2,174 milioni di persone nel primo trimestre 2022), e chi non lo cerca neanche più, ossia i lavoratori inattivi e scoraggiati (circa 1,1 milioni). Inoltre, va considerato anche il fenomeno del lavoro povero – il quale coinvolge tutte quelle lavoratrici e lavoratori che, pur lavorando, hanno retribuzioni che li collocano al di sotto della soglia di povertà – che è causato non solo da retribuzioni orarie troppo basse, ma anche dal numero ridotto di ore lavorate. In altre parole, pur introducendo un minimo salariale, tutti coloro che hanno contratti intermittenti, lavorando una manciata di ore su base settimanale o per un numero troppo ridotto di mesi l’anno, rimarrebbero intrappolati nella povertà lavorativa. In più, all’interno di questa casistica ampia, ricordiamo che il part-time è in genere involontario: i lavoratori che finiscono in tale categoria molto spesso vorrebbero lavorare più ore. Tuttavia, spesso alle imprese è più comodo assicurare un numero minore di ore e nel caso ricorrere allo straordinario o, più semplicemente, al nero.

Andando poi a guardare le dinamiche relative dei salari rispetto all’inflazione, l’erosione salariale si è accentuata nel 2021. Come recentemente evidenziato dall’Istat, la crescita delle retribuzioni contrattuali orarie si è fermata nel 2021 al +0,6%, mentre l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) – uno degli indici dell’inflazione – si è attestato su base annua al +1,9%. Questo differenziale tra andamento dei salari e prezzi ha comportato una notevole riduzione del potere d’acquisto (meno 1,3%). Detto altrimenti, i prezzi sono cresciuti anche nel 2021 più velocemente delle buste paga, peggiorando ulteriormente la capacità di spesa e la qualità della vita di lavoratrici e lavoratori.

Ancora peggio va nel 2022. I dati sull’inflazione prospettano una caduta verticale del potere d’acquisto nell’anno in corso. L’Ocse stima per l’Italia una riduzione dei salari reali del 3,2% nel 2022 e di ulteriori 0,6% nel 2023. La seconda peggiore performance nel biennio tra i paesi del G7, dopo il Regno Unito. Per quest’anno il dato acquisito dell’inflazione è pari a luglio al 6,6%, mentre la previsione annua dell’ISTAT sull’IPCA depurato dai beni energetici è pari al 4,7% per il 2022. Per i rinnovi dei CCNL (cioè per gli aumenti concordati delle retribuzioni contrattuali) il dato che viene usato è il secondo. Dato che con i salari derivanti dalle contrattazioni i lavoratori ovviamente acquistano anche beni come la benzina e pagano le bollette, ciò significa che si potrebbe avere una crescita media dei salari inferiore del 1,9% rispetto alla dinamica dei prezzi, generando un’ulteriore riduzione dei salari reali.

Se non dovesse bastare, tutte queste previsioni risultano estremamente ottimistiche, una volta considerati i dati attualmente a disposizione. L’ISTAT ha recentemente fotografato l’andamento dei salari e dei prezzi nei primi sei mesi del 2022: il divario tra inflazione (IPCA) e retribuzioni contrattuali si attesta intorno al 6%. Ciò significa che la caduta dei salari reali nei primi sei mesi dell’anno 5 volte più severa di quella fatta registrare in tutto il 2021. La realtà è di gran lunga peggiore delle aspettative. Un’inflazione intorno al 7% significa, concretamente, la perdita secca di (poco meno di) una mensilità su base annua, un disastro in termini sociali, se non dovesse esservi un’adeguata risposta in termini di politica economica. Quel che è peggio è che non ci sono miglioramenti in vista. Nella seconda metà del 2022, il rialzo dei prezzi dei beni energetici si sta scaricando attraverso il sistema delle interdipendenze industriali su altri comparti, a partire da quello alimentare, dove l’accelerazione dei prezzi è preoccupante soprattutto per le famiglie meno abbienti, che risultano le più colpite anche dai rincari energetici.

L’impatto dell’inflazione sulla dinamica dei salari reali non solo insiste su una situazione già drammatica da decenni, ma è odiosa dal punto di vista distributivo, colpendo le fasce più fragili della popolazione.

Per concludere, facciamo un rapidissimo raffronto con la situazione europea per quanto riguarda il solo tema del salario minimo, che è la misura che in questa sede ci interessa discutere tra tutte quelle che possono almeno parzialmente contrastare la caduta in povertà di milioni di lavoratori e l’erosione della quota a loro spettante del reddito prodotto. Il salario minimo è stato introdotto in 20 paesi sui 27 dell’Unione Europea. Solo nel 2022, per rispondere all’inflazione, la Francia ha alzato il salario minimo orario del 2%, portandolo a 11,07 euro lordi, che corrispondono per un tempo pieno (di 35 ore) a 1.329,06 euro netti (1.678,95 euro lordi). Da ottobre, il salario minimo orario in Germania sarà aumentato dai 9,82 euro lordi stabiliti a gennaio a 12 euro lordi, ossia da 1.621 euro lordi su base mensile a 1980 euro lordi (una variazione di circa 360 euro lordi mensili, pari a un aumento del 22%). Persino la Spagna, un’economia con retribuzioni inferiori a quelle italiane, è riuscita a introdurre la misura e oggi il salario minimo spagnolo si attesta a 1.166 euro lordi al mese.

Notiamo perciò una situazione realmente drammatica per il mondo del lavoro italiano che si confronta anche con realtà le quali, pur non essendo paradisiache, trovano forme di regolamentazione del salario minimo legale che nel bel paese non abbiamo ancora implementato. È necessario, perciò, capire più in profondità quali siano le proposte sul tavolo in Italia, e quali le specificità da attaccare.

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