A chi conviene la guerra

Per provare a fare i conti con un fenomeno così atroce, così enorme e tragico come la guerra, si ha la tentazione a ricorrere a categorie assolutorie e semplicistiche quali l’irrazionalità degli attori in campo, la loro pazzia, la crudeltà gratuita. Semplicistiche perché, di fatto, non spiegano nulla; assolutorie perché ci risparmiano il peso di porci delle domande.

Questa guerra, come tutte le guerre, non è iniziata per caso, ma perché interessi materiali precisi si sono sedimentati fino a un punto di non ritorno. Se le sirene guerrafondaie ci martellano giorno dopo giorno, soffiando sul fuoco e spingendoci sempre un passo in più verso l’abisso di una guerra di proporzioni inimmaginabili, sempre un passo più lontani da una risoluzione diplomatica del conflitto, è perché precisi interessi materiali hanno solo da guadagnare dalla situazione che si è venuta a creare nelle ultime settimane.

A chi conviene la guerra? Certamente non a chi, sul teatro bellico, dalla guerra riceve lutti e sofferenze. In altro modo, a centinaia o migliaia di chilometri di distanza da carri armati e bombe, non conviene alle persone comuni, che hanno visto le proprie bollette schizzare alle stelle e per le quali fare il pieno alla macchina è diventato un salasso. Altrettanto certamente, conviene invece alle società ed alle imprese che importano e distribuiscono il gas nel nostro Paese. Si tratta di un caso di scuola di cosa significhi concretamente ‘più mercato’ per le tasche della maggioranza della popolazione e vale la pena esplorarlo in dettaglio, con l’aiuto di un assoluto insospettabile. Come spiega, infatti, Carlo Cottarelli, il prezzo del gas che entra nelle nostre bollette e che paghiamo segue le quotazioni di questa materia prima sul mercato Ttf (Title Transfer Facility), dove ogni giorno enormi flussi finanziari speculativi si incontrano alla ricerca di profitti. Per fare un esempio, nell’anno precedente allo scoppio della guerra il prezzo sul mercato Ttf – che, è bene ribadire, è quello rilevante per il calcolo delle nostre bollette – è aumentato del 550%. Tuttavia, le compagnie che importano e rivendono gas nel nostro Paese, quelle a cui paghiamo le nostre bollette, non pagano il gas al prezzo Ttf, ma sulla base di contratti di fornitura pluriennali, che hanno visto un aumento del costo del gas, sempre nello stesso periodo, del 58%. Detto in parole semplici, le persone comuni pagano una bolletta in cui si considera che il costo della materia prima, il gas, è aumentato a dismisura, di più di cinque volte in un anno. Ciò ha portato a un aumento delle bollette di circa il 41 per cento nel trimestre in corso. Le compagnie che il gas ce lo vendono e che incassano le nostre bollette, però, hanno visto un aumento effettivo dei costi di importazione dello stesso identico gas di circa un decimo dell’aumento del Ttf. Non è difficile capire dove va a finire questa differenza ampissima tra aumento dei ricavi e aumento dei costi effettivi delle compagnie importatrici, andando a foraggiare un’esplosione dei profitti delle imprese che operano nel settore del gas. Esplosione che la cosiddetta tassa sugli extra profitti annunciata dal Governo andrebbe a toccare in maniera marginale.

La narrazione dominante dei principali mezzi di comunicazione, d’altronde, porta a credere che il nostro Paese compri il gas da entità lontane ed astratte quali oligarchi russi, emiri e satrapi, che senza pietà si arricchiscono alle nostre spese. La realtà dei fatti, però, ci racconta di come ENI, giusto per menzionare l’attore principale, abbia giacimenti di gas in Egitto, Indonesia, Costa d’Avorio (i giacimenti in questi tre Paesi rientrano nella categoria ‘giant’, la seconda nella classificazione dei giacimenti di gas, che comprende i giacimenti da 85 a 850 miliardi di m3), Algeria, Mozambico, Nigeria, Angola, Vietnam, Emirati Arabi Uniti etc. etc., in un contesto in cui il peso del gas nel mix energetico nazionale è passato dal 33,5% del 2014 al 48% del 2021. Forse non serve neanche aggiungere che anche l’accresciuta dipendenza italiana dal gas è frutto di precise scelte politiche, ed in particolare è figlia dell’austerità fiscale che, a partire dal 2014, mette un freno agli investimenti pubblici in energie rinnovabili, il cui contributo alla produzione totale di energia ha avuto un andamento opposto a quello del gas, passando dal 43,2% del 2014 al 38% del 2021.

In questo quadro, da ormai diversi mesi, da quando cioè i prezzi delle materie prime hanno iniziato una corsa al rialzo che la guerra ha solamente peggiorato, un refrain ha fatto ciclicamente capolino, rilanciato a turno da Confindustria ed esponenti del Governo: bisogna aumentare immediatamente la produzione nazionale di gas, per limitare la nostra vulnerabilità a shock ed imprevisti esterni. Nel 2021 la produzione nostrana di gas è stata pari a 3,1 miliardi di metri cubi, che corrispondono a circa il 4% del gas consumato in un anno in Italia, una percentuale risibile, con margini di incremento e una capacità di ridurre la dipendenza energetica italiana minimi. Ma evidentemente non è questo che sta a cuore a chi suona la grancassa: nel 2021, 2,2 dei 3,1 miliardi di metri cubi di gas prodotti in Italia, circa il 71%, sono stati esportati all’estero, alimentando i profitti di pochissimi senza curarsi del fabbisogno energetico del nostro Paese.

Va detto che nel mercato dell’energia non sono soltanto i produttori di gas a guadagnare dalla crisi in corso. Anche le aziende fornitrici di energia rinnovabile sono state paradossalmente in grado di intascare profitti addizionali, a causa di un meccanismo perverso di determinazione dei prezzi energetici che lega in maniera indissolubile il prezzo dell’energia – quale che sia la fonte dalla quale viene prodotta – al prezzo del gas. Un’altra meraviglia dei meccanismi del mercato europeo dell’energia.

Una guerra, così come una pandemia, è per pochissimi un’opportunità e una fonte di arricchimento, come abbiamo provato ad argomentare qui, a pochi giorni dal pronunciamento della Camera che impegna il Governo ad aumentare le spese militari annue da 25,8 a 38 miliardi l’anno. Disvelare gli interessi geopolitici ed economici di chi soffia sul fuoco e vuole risolvere la guerra con più guerra, scommettendo su una guerra di logoramento, è un tentativo, prima che sia troppo tardi, di mettere un granello di sabbia negli ingranaggi di chi ci vuole trascinare nel conflitto.

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