
A pochi giorni dalla sua approvazione definitiva, la manovra finanziaria per il 2026 continua a far discutere. C’è chi la definisce prudente, chi la giudica inadeguata o ingiusta; ciò che appare certo è che l’impianto complessivo della legge di Bilancio da 22 miliardi conferma una linea di politica economica restrittiva, con effetti negativi sulla crescita e sui divari territoriali, in particolare nel Mezzogiorno.
La manovra si configura come una delle più esigue degli ultimi anni e non si discosta dal segno recessivo di quella precedente, anzi lo accentua. Per il 2026 è previsto un avanzo primario dell’1,3%, un dato che indica come lo Stato sottragga all’economia, attraverso il prelievo fiscale, più risorse di quante ne immetta tramite la spesa pubblica. Si tratta di una scelta che comporterà un’ulteriore compressione della domanda interna e della crescita economica. Le conseguenze appariranno particolarmente significative sul piano territoriale. L’esperienza degli ultimi quindici anni mostra come le politiche di austerità abbiano avuto un impatto più marcato nelle regioni del Sud rispetto a quelle del Nord. Anche nei prossimi anni è prevedibile che l’inasprimento della stretta di bilancio colpisca soprattutto il Mezzogiorno, determinando un peggioramento delle condizioni economiche rispetto al resto del Paese e rispetto agli anni passati, con un ulteriore ampliamento dei divari di crescita.
Sul fronte della sanità, lo stanziamento aggiuntivo di 2,4 miliardi di euro appare gravemente insufficiente. A fronte di una spesa sanitaria complessiva che nel 2025 si attesta intorno ai 140 miliardi di euro, l’incremento previsto non comporta un aumento reale delle risorse. Con un’inflazione intorno al 2%, l’aumento nominale non copre né l’inflazione corrente né quella accumulata negli anni precedenti e si limita a un parziale adeguamento contabile. In termini reali, ossia in termini di prestazioni sanitarie garantite ai cittadini, la spesa resta stagnante. Non a caso, la spesa sanitaria italiana continua a collocarsi intorno al 6,4% del PIL, tornando al livello più basso post crisi del 2008, ben al di sotto della media europea che supera l’8%. Diverso è il caso della spesa militare, che registra un incremento di circa 1,1 miliardi di euro, pari a un aumento del 3,5% rispetto al 2025. Si prevede infatti che la spesa passi da 31,3 miliardi nel 2025 a 32,4 miliardi nel 2026, superando così l’inflazione e configurandosi come un aumento in termini reali.
Anche sul piano della finanza pubblica, la strategia adottata non sembra in grado di migliorare il rapporto debito/PIL. Studi recenti mostrano come le politiche di austerità e i tagli alla spesa pubblica abbiano effetti recessivi e, paradossalmente, finiscano per peggiorare proprio quel rapporto che intenderebbero migliorare. Secondo il Documento Programmatico di Finanza Pubblica 2025, il rapporto debito/PIL passerà dal 136,2% nel 2025 al 137,4% nel 2026, per poi scendere lievemente al 137,3% nel 2027 e al 136,4% nel 2028. Dunque, nonostante i tagli alla spesa pubblica – in particolare in settori chiave come sanità, istruzione e università – il peso del debito sull’economia non registrerà un miglioramento significativo.
Sul versante delle entrate, il taglio dell’Irpef viene presentato come una misura per aumentare i redditi, ma i suoi effetti appaiono limitati e regressivi. La riduzione dell’aliquota dal 35 al 33% avvantaggia soprattutto i contribuenti con redditi superiori ai 50 mila euro e non incide sulle fasce più deboli. Inoltre, la riduzione del gettito fiscale, in un contesto di vincoli di bilancio stringenti e di avanzi primari, rischia di tradursi in una contrazione dei servizi pubblici, senza produrre un reale aumento dei salari; e questo è vero in particolare per lavoratori e pensionati, cioè gli unici soggetti che pagano l’IRPEF, con quel poco di progressività che le è rimasta. L’idea che la crescita dei redditi e dei salari possa essere sostenuta attraverso il solo taglio delle imposte appare dunque poco fondata. L’unica soluzione per aumentare i salari è aumentare i salari!
All’ultimo giro di tavolo, il Governo ha fatto uscire dal cilindro altri 3 miliardi per le imprese, ma anche in questo caso non cambia la valutazione circa l’impatto sulla crescita delle varie misure, comprese quelle per l’innovazione, la digitalizzazione e la ZES unica. In particolare, l’incremento di circa 600 milioni di euro della dotazione del credito d’imposta ZES è stato finanziato attraverso il taglio di risorse al Fondo per lo sviluppo e la coesione, che avrebbero potuto sostenere servizi pubblici e infrastrutture nel Mezzogiorno. Inoltre, le maggiori risorse sono destinate ad aumentare i benefici per imprese che hanno già realizzato investimenti, senza incentivare nuovi progetti produttivi. L’effetto principale rischia quindi di essere una riduzione dei costi e un aumento dei profitti, senza ricadute significative in termini di sviluppo e occupazione. In questo contesto, emerge la necessità di un vero piano di investimenti pubblici per il Sud, oggi ostacolato dai rigidi vincoli di bilancio europei e dall’assenza di una chiara volontà politica. Un esempio concreto di dove lo Stato potrebbe intervenire in modo efficace è rappresentato dalle Acciaierie d’Italia, gli stabilimenti dell’ex Ilva. Dopo il fallimento dei bandi rivolti alle multinazionali del settore, andati deserti o conclusi con offerte giudicate inadeguate, la nazionalizzazione degli impianti è tornata al centro del dibattito. Un intervento pubblico consentirebbe di affrontare in modo integrato le questioni di salute, ambiente e lavoro, attraverso un piano industriale credibile e un processo di riconversione verso i forni elettrici. Si tratta di un’operazione che richiederebbe risorse ingenti, stimate tra i 7 e i 9 miliardi di euro, ma soprattutto una chiara scelta politica di investire sul territorio e mantenere il controllo pubblico dell’industria tarantina anche dopo il risanamento. In assenza di una strategia di questo tipo, l’alternativa sarebbe la chiusura degli impianti, con un impatto sociale ed economico devastante non solo per il territorio interessato, ma per l’intero sistema produttivo nazionale che dipende dall’acciaio prodotto in Puglia.
La manovra 2026 rivela quindi le priorità politiche del governo perfettamente in linea con quelle stabilite dai vincoli di bilancio dell’UE e con gli indirizzi politici e geopolitici generali imposti dall’Europa e dagli Stati Uniti: tagli a sanità, istruzione (ma ulteriori fondi per le scuole private), pensioni e welfare a fronte di un aumento reale della spesa militare. Sacrificare servizi pubblici essenziali e potenzialità di sviluppo del paese per finanziare armamenti e profitti privati mette a rischio benessere e coesione sociale della collettività.
Occorre cambiare tutto, rovesciando a 360 gradi il paradigma distruttivo entro cui le politiche economiche si muovono da decenni rivendicando investimenti pubblici orientati ad uno sviluppo sostenibile, equità, redistribuzione progressiva e tutela dei diritti sociali. Proteggere salute, ambiente, istruzione e il welfare in tutte le sue forme non è solo una necessità economica, ma una scelta di civiltà.




