La pace fiscale di Salvini è la solita guerra liberista alle tasse

liberismo e barbarie

Preso dagli ultimi giorni di campagna elettorale, il candidato premier della Lega Matteo Salvini ha sferrato l’attacco finale agli elettori indecisi, lanciando la proposta di una “pace fiscale”. I più ingenui hanno subito pensato alla possibilità che il leader del Carroccio stesse proponendo, sull’onda di un programma di governo a tinte anti-europeiste, una tregua alle sanguinose politiche di austerità che dal 1991, a colpi di avanzi primari, stanno flagellando l’economia italiana, con impatti devastanti su crescita ed occupazione. Per capire che si tratta di qualcos’altro sarebbe tuttavia sufficiente ricordare che la Lega Nord aveva dato il proprio assenso all’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione (sia alla Camera sia al Senato), con la buona compagnia degli altri partiti di governo, oltre che di vari esponenti (tra i quali spicca il fulgido esempio di Stefano Fassina) di quelle compagini che spesso, nella vulgata giornalistica, vengono erroneamente etichettate come sinistra radicale.

La proposta di Matteo Salvini è chiara: dopo aver trascorso anni ad inveire contro Equitalia, dipingendo le sue invettive come una battaglia a favore dei ceti subalterni (sostenendo che “vanno a prelevare non dai grandi ma spesso e volentieri dai piccoli che arrivano a chiudere se non a suicidarsi”, o ancora che vessano “quelli che per mille euro di multa si vedono ipotecare la casa o bloccare la macchina”), ora lancia l’idea di un condono per le cartelle insolute fino i 200mila euro (laddove con tale cifra ci si riferisce alle tasse e alle imposte non pagate, non ai redditi imponibili), sanabili con un pagamento nella misura del 15%. Non c’è tuttavia da stupirsi troppo: guardando all’intero scacchiere politico dell’attuale centrodestra questa mossa rientra nella più ampia gamma di sanatorie proposte in campo fiscale ed edilizio da Forza Italia ed in materia di giustizia penale (ma solo per gli italiani) da Fratelli d’Italia.

C’è comunque dell’altro: i consiglieri economici della Lega hanno placidamente aggiunto che questa manovra sarebbe parte integrante del disegno di legge sulla Flat Tax. Così come l’aliquota unica graverebbe nella stessa proporzione su tutti i redditi, a tutto beneficio dei cittadini e delle imprese più ricchi, il condono suggerito da Salvini prevede una medesima proporzione di decurtazione dei pagamenti per tutte le cartelle, andando a beneficio prevalentemente dei grandi evasori: un debito pregresso verso Equitalia di 200 mila euro sarebbe estinguibile con soli 30 mila euro, con un ammanco nelle casse dell’Erario pari a 170 mila euro che si traduce in un’evasione non più penalmente perseguibile di pari importo. È facile ipotizzare che un debito di così ampia portata verso le casse dello Stato sia stato contratto da un ricco imprenditore piuttosto che da un povero lavoratore. Pertanto, un grande evasore trarrebbe, in termini assoluti, un vantaggio ben più ampio di quello di cui si gioverebbe un contribuente medio-piccolo, lo stesso a cui Salvini strizza l’occhio quando dà degli assassini agli esattori di Equitalia.

Proposte come il condono fiscale devono necessariamente far riflettere su quella che è la vera natura della Lega. Seppur in tempi recenti Salvini sembri porsi come rappresentate di una compagine attenta ai diritti sociali delle fasce economicamente più svantaggiate della popolazione (ad esempio, proponendo l’abolizione della Legge Fornero), la vera anima della Lega si pone in antitesi agli interessi dei ceti popolari e appare totalmente allineata alla concezione di quel capitalismo liberista che, quando un po’ meno esposto alla concorrenza internazionale, favorirebbe ulteriormente la media impresa del Nord contro gli interessi dei lavoratori e del resto del Paese. Sanatorie fiscali e flat tax si inseriscono in una ricetta di politica economica che, superando i criteri di progressività e favorendo l’evasione dei grandi contribuenti, è ben lungi dal costituire una mutazione genetica rispetto a una leggendaria “Lega delle origini”. Essa sembra, piuttosto, il punto d’approdo naturale del partito fondato da Umberto Bossi: dietro la maschera barricadera del secessionismo e dell’antieuropeismo si nasconde (male) la volontà dei pingui capitalisti del nord-est di operare, con le mani il più possibile libere da regolamentazioni e fisco, nell’ambito del più ampio spazio liberistico europeo. Un programma di governo marcatamente liberista, fondato sul superamento di quel principio di equità distributiva che ha consentito, fino alla metà degli anni ’80, una correzione, seppur parziale, delle disuguaglianze sociali generate dal capitalismo. Le suddette misure, sommate ai toni spesso apertamente razzisti della campagna elettorale della Lega, mostrano chiaramente il carattere antisociale del programma di Salvini e i veri tratti politici di quella che, erroneamente, viene vista come un’alternativa alle politiche di austerità promosse dall’establishment europeo.

 

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