Chi difende l’austerità: una storia di pagliacci e cani da guardia

cani

Dopo giorni di andirivieni, contatti, riunioni, dichiarazioni e mezze dichiarazioni, sembra che le possibilità di un governo 5 Stelle – Lega siano concrete. Nulla ancora è certo e c’è ancora una possibilità che il tentativo fallisca. Tuttavia i due partiti hanno raggiunto un accordo, trascritto in un “contratto” dove sono stati riportati i punti salienti di un programma di governo comune.

Immediatamente si sono scatenate le voci scomposte e preoccupate dei guardiani più ligi all’austerità, ben rappresentate dai principali quotidiani (Repubblica e Corriere in primis). Ciò che si sottolinea è l’irrealizzabilità del programma Di Maio – Salvini e l’irresponsabilità di alcune proposte, che metterebbero a repentaglio la stabilità ed i conti del Paese e allontanerebbero gli investitori stranieri.

Il tenore di queste critiche è in realtà antitetico ai veri motivi per cui il duo Di Maio – Salvini merita di essere stigmatizzato e smascherato. 5 Stelle e Lega sono infatti partiti di sistema, essenzialmente liberisti e inclini ad eseguire, al netto di poche e incoerenti turbolenze, le direttive fondamentali del programma di austerità europea. Questo è il motivo principale per cui vanno radicalmente criticati. I centri di potere dominanti, invece, li attaccano ogni giorno per non aver dimostrato fino in fondo di voler eseguire perfettamente e senza sbavature la linea dell’austerità fanatica.

Del resto, basta aver chiare alcune coordinate fondamentali di analisi per capire che, se 5 Stelle e Lega sono false e pericolose alternative, chi ne rimprovera il presunto e inesistente populismo irresponsabile è forse peggio di loro e rappresenta e rappresenterà nei prossimi anni il cuore del problema e la sponda più efficace e devastante di applicazione del paradigma dell’austerità che sta annichilendo le nostre economie e le nostre società, scatenando povertà e disoccupazione di massa.

Una politica economica a favore delle classi subalterne, ovvero della stragrande maggioranza della popolazione, si deve articolare su due direttrici: 1) la ripresa della crescita economica, la riduzione della disoccupazione e l’uscita dalla crisi sono possibili soltanto con un aumento deciso dell’intervento pubblico, orientato a nuova spesa in deficit, in barba agli insensati vincoli di bilancio europei, e ad un rinnovato protagonismo dello Stato nella direzione dell’economia; 2) occorre predisporre un piano di vasta redistribuzione progressiva del reddito dai ricchi ai poveri e dai redditi da capitale ai redditi da lavoro, aumentando progressivamente la quota di reddito di questi ultimi a discapito dei primi, e restituendo contestualmente diritti e dignità al lavoro, calpestati da decenni di controriforme.

È evidente che se queste sono le coordinate di orientamento, la lettura dell’attualità diviene molto più chiara. L’avversario principale non può che essere l’armata dei sostenitori dell’austerità ad ogni costo, che oggi urlano contro Di Maio e Salvini soltanto perché il loro sostegno alle politiche recessive delle istituzioni europee sembrerebbe, a prima vista, troppo poco convinto. D’altro canto, è altrettanto chiaro che il duo 5 Stelle – Lega non soltanto ha proposte fumose, inconsistenti, contraddittorie e in ultimo quasi del tutto allineate al dogma dominante in tema di spesa pubblica; ma in più, in tema di distribuzione, lancia misure che remano esplicitamente nella direzione opposta a quella appena tracciata come auspicabile.

Ma proviamo un attimo a discutere nel merito le due principali critiche che i cani da guardia dell’austerità muovono al (forse) nascituro esecutivo giallo-verde: 1) i barbari sono ferocemente antieuropeisti e rappresentano un rischio per la nostra collocazione internazionale; 2) i barbari metteranno a repentaglio la stabilità dei conti pubblici, con connesso ed abbondante uso di parole quali spread, default e disgrazie varie.

  1. Gli europeisti della porta accanto

Ad una lettura del contratto di governo, l’accusa di antieuropeismo appare davvero ingiusta e rivolta in realtà a sinceri europeisti. Il contratto infatti dichiara a chiare lettere che il Governo si impegnerà a chiedere “la piena attuazione degli obiettivi stabiliti con il Trattato di Maastricht, confermati nel 2007 con il Trattato di Lisbona”. I media ci avevano raccontato di una imminente uscita dall’Euro, ma scopriamo che il futuro Governo si adopererà per il perfezionamento ed il rafforzamento di un’Unione monetaria “adeguata”, “coerente con gli obiettivi dell’unione economica”.

Il nazionalismo ed il sovranismo? Sì, ma anche il desiderio di “affermare l’identità europea sulla scena internazionale” e rafforzare ruolo e poteri del Parlamento Europeo. Nemici dell’austerità europea? In fondo neanche tanto. Al massimo si chiede di scorporare gli investimenti pubblici dal computo del deficit, una proposta già fatta da insigni, ragionevoli europeisti. E se l’Europa esagera nel chiedere eccessiva disciplina di bilancio, nessun problema: “insieme ai partner europei” si può provare a “rivedere” (termine molto rassicurante) l’impianto della governance economica europea, un calderone al cui interno fanno capolino il Patto di Stabilità e Crescita, il Fiscal Compact, la politica monetaria etc. Ci stavamo tutti preoccupando perché i barbari volevano andarsene sbattendo la porta. Scopriamo invece che, al massimo, vogliono sedersi ad un tavolo e discutere con i partner europei di eventuali migliorie.

Lo stesso approccio, improntato al buon senso ed alla collegialità, emerge anche quando, discutendo di debito pubblico e deficit, si prospetta una futura ridiscussione dei Trattati Europei, per modificare i quali, è opportuno ricordarlo, è necessaria l’unanimità di tutti gli Stati membri.

Ed infine, capolavoro surrealista, i nostri, in sede di programmazione settennale del bilancio dell’Unione Europea, si prodigheranno affinché il bilancio europeo stesso sia coerente con il contratto di governo stipulato tra 5 Stelle e Lega. Vaste programme. Si potrebbe anche fare notare come tutto il resto del contratto sia un fiorire di “dialogo nelle sedi comunitarie”, ricoprire un “ruolo determinante ai tavoli dei negoziati europei”, agire “in linea con la gerarchia europea” per la gestione dei rifiuti e così via, sostanzialmente per tutti i sotto-capitoli del programma. Addirittura il fiore all’occhiello dei 5 Stelle, il reddito di cittadinanza, andrebbe finanziato attingendo al Fondo Sociale Europeo, “invitando la Commissione Europea a monitorare” l’adeguato utilizzo da parte dell’Italia di questi fondi. La via giallo-verde al sovranismo riserva molte sorprese. Anche la gestione dei flussi migratori, il cavallo di battaglia della Lega, avverrebbe col “supporto delle agenzie europee”, in collaborazione con l’Unione Europea, per evitare di mettere in crisi gli accordi di Schengen.

  1. I responsabili che non ti aspetti

Veniamo alla questione della presunta minaccia alla stabilità dei conti del nostro paese. La stampa si è esercitata nel calcolare quanto saremmo spacciati se tutte le misure venissero applicate, calcolandone i costi e preconizzando imminenti default. Cottarelli propone addirittura un’utile tabella riassuntiva. Proviamo un attimo a prendere sul serio il contratto di governo: ciò che davvero conta, al di là delle dichiarazioni di facciata, si trova a pagina 17: il finanziamento di tutte le proposte presenti nel programma avverrà grazie al “recupero di risorse derivanti dal taglio agli sprechi”. Con una mano il governo darà, con l’altra toglierà. L’amore della coalizione giallo-verde per la spending-review non ci stupisce, d’altro canto.

Certo, i coraggiosi non escludono “un appropriato e limitato ricorso al deficit”, dove la parola limitato è stata aggiunta prima dell’ultimissima stesura, qualora la cautela e la responsabilità professata non fossero state sufficienti. I ravvedimenti operosi dell’ultim’ora non finiscono qui. La penultima versione dell’accordo proponeva di “superare” la regola dell’equilibrio di bilancio. Ribadiamo che le cose sbagliate non si superano, bensì si abrogano, si cancellano, si eliminano. Ma i contraenti devono aver ritenuto la formulazione migliorabile. Leggiamo adesso, infatti, che la regola dell’equilibrio di bilancio va “adeguata”.

Aveva destato molto scalpore la presunta proposta di cancellare 250 miliardi di debito pubblico, attualmente detenuti dalla Banca Centrale Europea. Nella penultima versione del contratto questa era sfumata in un più sobrio “[proporremo che] i titoli di Stato di tutti i Paesi dell’area euro, già acquistati dalla Banca centrale europea con l’operazione del quantitative easing, siano esclusi pro quota dal calcolo del rapporto debito-PIL”. Per il sollievo dei cani da guardia, che si erano mobilitati come un sol uomo, niente di tutto questo è sopravvissuto nell’ultima e definitiva stesura.

La mirabolante Banca (si presume pubblica) per gli investimenti? Sarà finanziata “utilizzando le strutture e le risorse già esistenti”. Legge Fornero e Jobs Act? Non siamo riusciti a trovare traccia della loro abolizione o cancellazione, nel corposo testo dell’accordo. In compenso abbiamo trovato molteplici indizi in merito a quali interessi di classe questo governo difenderà, dalla dichiarazione esplicita di “contrarietà a misure di tassazione di tipo patrimoniale” ad una riscoperta passione per i voucher, da un sistema impositivo regressivo e sbilanciato a favore di ricchi e detentori di capitale, fino ad arrivare a condoni per gli evasori fiscali, mascherati e raccontati come “pace fiscale” ma che condoni rimangono. A volo di uccello, si ribadisce anche come “le sole condizioni di difficoltà economiche non possono mai giustificare l’occupazione abusiva” (probabilmente saranno necessarie anche malattie terminali o tragedie familiari), le uniche infrastrutture pubbliche che si costruiranno saranno carceri e prigioni, l’impiego pubblico riguarderà principalmente potenziamenti degli organici delle forze dell’ordine, l’erogazione del reddito di cittadinanza sarà subordinata al ricatto di dover accettare entro due anni un’offerta di lavoro e non poterne rifiutare più di tre, indipendentemente da retribuzione, condizioni lavorative o qualifiche.

E quindi

Queste brevi considerazioni ci restituiscono l’immagine di un programma perfettamente in continuità con i dogmi dell’Unione Europea. Un programma siffatto non può costituire in alcun modo la premessa per un cambiamento sostanziale nelle condizioni sociali dei lavoratori. Il paradigma dell’austerità può portare solo a disoccupazione e concorrenza al ribasso sui salari tra i lavoratori.

Ci si potrebbe dunque chiedere per quale ragione Corriere, Repubblica e altri “rispettabili” organi d’informazione sbavino rabbiosi davanti a tale programma. Credono forse che 5 Stelle e Lega possano davvero mettere in discussione i desiderata di Bruxelles? Assolutamente no. Lo fanno perché rappresentano un’area politica in disperato bisogno di recuperare consensi e che per fare ciò ha necessità di mobilitare l’elettorato più impressionabile dal fantasma del default. Che questo tentativo vada, prima o poi, a buon fine è probabile. Che possa essere una strategia stabilmente profittevole per il PD e per gli altri “responsabili” è, invece, impossibile, perché saranno ancora loro, con la loro obbedienza alle regole di bilancio, a spianare la strada a vecchi e nuovi finti populisti.

Siamo dunque intrappolati in un circolo vizioso. Austerità e recessione favoriscono i partiti sedicenti anti-sistema. Questi vincono le elezioni, ma non muovono un dito contro l’austerità, lasciando perlomeno invariate le condizioni in cui versano i lavoratori. In questo scenario, i responsabili contrattaccano. “Avete visto? Facevate promesse irresponsabili e non potete mantenerle”. In un modo o nell’altro (con l’aiuto della speculazione, degli strali di Bruxelles e delle sponde del Mattarella/Napolitano di turno), gli elettori tornano all’ovile e reinstallano al governo i partiti responsabili, facendo ripartire il processo.

Questo circolo (vizioso per i lavoratori, virtuoso per il capitale) si interrompe soltanto mettendo fine all’austerità, sfidando apertamente le istituzioni europee e gli interessi che esse rappresentano. Una prospettiva infinitamente lontana dal programma 5 Stelle – Lega. I cani da guardia dell’austerità possono dormire (purtroppo) sonni tranquilli!

 

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