L’estate del Governo del cambiamento: una rinfrescata di austerità

eratagliI barconi? Affondati! La povertà? Abolita! Quando si tratta di comunicazione social questo Governo sa essere schietto, spietatamente immediato, diretto. Il problema è che, quando si passa dalle parole ai fatti, lo stesso Governo si riappropria in fretta e furia di tutto l’armamentario tecnico per dire e non dire, di tutta l’ambiguità tipica del linguaggio istituzionale asciutto, freddo, neutrale. È così che la povertà viene abolita dal balcone di Palazzo Chigi tra le urla e gli schiamazzi, mentre i tagli vengono inflitti nottetempo, nel silenzio degli uffici tecnici, con un sibillino comunicato stampa che annuncia “misure urgenti in materia di miglioramento dei saldi di finanza pubblica”, un decreto-legge “con il quale … si dispone l’accantonamento per un importo pari ad almeno a 1,5 miliardi di euro per l’anno 2019 delle dotazioni di bilancio in termini di competenza e cassa. Gli accantonamenti sono disposti, prevalentemente, sulle disponibilità dei Fondi da ripartire che non risultano ancora finalizzate per la gestione. Per consentire alle Amministrazioni centrali dello Stato la necessaria flessibilità è comunque consentita, con decreti del Ministro dell’economia e delle finanze da comunicare alle Camere, su richiesta dei Ministri interessati, la possibilità di rimodulare i predetti accantonamenti nell’ambito degli stati di previsione della spesa, garantendo comunque la neutralità degli effetti sui saldi di finanza pubblica.” Il termine adottato dai giornalisti per tradurre in italiano questo comunicato è ‘congelamento’: i fondi accantonati per realizzare il reddito di cittadinanza e quota 100 verranno congelati per la quota che non è ancora stata impiegata. Cerchiamo di scavare sotto a questo linguaggio tecnico per far emergere il contenuto politico della più recente misura economica varata dal Governo.

Partiamo dal contesto, per capire perché vi sia necessità di “misure urgenti in materia di miglioramento dei saldi di finanza pubblica”. Lo scorso dicembre il Governo ha varato una finanziaria che accoglieva le principali richieste dell’Europa in termini di tagli alla spesa pubblica e maggiori tasse, infliggendo al Paese l’ennesima dose di austerità, in perfetta continuità con i precedenti esecutivi. Dopo numerosi tweet battaglieri che minacciavano deficit a due cifre per rilanciare l’occupazione e sradicare la povertà, in barba ai diktat di Bruxelles, il Governo si inchinava alle richieste delle istituzioni europee con una legge finanziaria che prevedeva un deficit pubblico del 2,04% del PIL, corrispondente ad un avanzo primario di circa l’1,5% del PIL: una misura che sottrae all’economia tramite le tasse più risorse di quelle che restituisce con la spesa pubblica. L’austerità dura e pura.

Questi valori del deficit indicano con precisione i saldi di finanza pubblica in rapporto al prodotto sociale, cioè al PIL e, poiché si riferiscono all’anno successivo, non possono che essere basati sulle previsioni di crescita. Tuttavia, le previsioni che accompagnavano la finanziaria si sono rivelate troppo ottimistiche. Non c’è nessuna ripresa all’orizzonte, e fintantoché i Governi continueranno a realizzare avanzi primari – cioè ad imporre l’austerità – l’economia italiana è destinata al declino.

Giunti a metà del 2019, i dati sulla crescita certificano che il PIL sarà inferiore a quello stimato nella finanziaria, e dunque che il rapporto deficit/PIL sarà più elevato di quello pattuito, ma non per effetto di una più che mai necessaria manovra espansiva, quanto per gli effetti recessivi dell’austerità. Da questo scollamento tra gli impegni assunti dal Governo nei confronti dell’Europa e l’evoluzione reale dei saldi di finanza pubblica deriva il dibattito di questi giorni. Per mantenere le promesse, per garantire a Bruxelles la ferrea applicazione della linea dell’austerità in Italia, il Governo deve fare quello che tutti i Governi degli ultimi trent’anni hanno fatto senza soluzione di continuità: tagliare la spesa sociale per rispettare i vincoli di bilancio. Sui social il dibattito prende una direzione ben precisa, con Salvini e Di Maio che escludono qualsiasi ulteriore concessione all’Europa: basta tagli, gli italiani hanno sofferto già abbastanza! Fuori dai social, ecco il decreto-legge che congela i fondi accantonati per reddito di cittadinanza e quota 100. Il concetto è chiaro: dopo aver disegnato una manovra finanziaria di tagli e sacrifici, che concedeva solo le briciole di un reddito di cittadinanza ai minimi termini e una deroga alla Fornero per pochi eletti, quota 100, il Governo ha deciso di riprendersi pure una parte significativa di quelle briciole. Qualora dovessero avanzare delle risorse rispetto a quelle previste per reddito di cittadinanza e quota 100, infatti, queste non potranno essere utilizzate per scopi diversi dalla disciplina fiscale e dal raggiungimento del deficit concordato con la Commissione. Non appena i burocrati di Bruxelles hanno alzato i toni con il Governo italiano, minacciando una procedura d’infrazione per deficit eccessivo, gli spavaldi populisti gialloverdi hanno abbassato la testa, accantonando parte delle risorse originariamente destinate a pensionati, lavoratori, poveri e disoccupati. Come al solito, i soldi non ci sono mai: questa volta sono stati congelati.

Cosa significa congelare i fondi? In buona sostanza, significa tagliare le spese che quei fondi dovevano finanziare, ma il Governo ricorre ad un arzigogolato marchingegno contabile che gli consente di far passare sotto silenzio i tagli. Congelare i fondi significa infatti impegnarsi a tagliare per il medesimo ammontare determinate spese, precisamente individuate; qualora però si dovesse ritenere che quelle specifiche spese debbano essere preservate, allora si dovranno individuare altre spese da tagliare per una cifra equivalente. Quindi il decreto-legge varato con il favore delle tenebre taglia spesa sociale, e precisamente le misure bandiera di questo Governo, per assecondare le richieste di maggiore austerità che arrivano dall’Europa o, in subordine, impegna il Governo a tagliare altrove la spesa pubblica per un pari ammontare. Non c’è alcun conflitto tra Europa e Governo populista, nessuna frizione, nessun braccio di ferro, ma una sintonia perfetta che discende da una linea politica comune, l’austerità. Paradossalmente, quelle forze politiche, Lega e Cinque Stelle, che hanno raccolto milioni di voti di protesta contro anni di misure lacrime e sangue, si ritrovano oggi ad amministrare esattamente le stesse politiche di chi li ha preceduti.

Forse non ci avete fatto caso, ma non si parla più di spread. Strano, no? Pochi giorni fa, dalle colonne di Repubblica, l’economista liberista Alberto Bisin ammoniva con tono grave: “I sovranisti all’interno della coalizione di governo hanno un piano e lo stanno eseguendo sistematicamente. Il piano porta a preparare l’uscita dell’Italia dall’euro. Che questo obiettivo sia raggiunto o meno, l’esecuzione del piano porterà alla rovina del Paese. Dico questo con una certa difficoltà perché mi rendo conto della serietà di queste affermazioni.” Accipicchia, deve essere un piano davvero segretissimo, perché se ne è accorto solo Bisin, mentre i mercati finanziari, quelli che muovono miliardi di euro con un click, che decidono la vita o la morte dei Governi, stanno comprando in massa titoli di Stato italiani, spingendo lo spread intorno ai 210 punti base, un valore che non si vedeva da oltre un anno, esattamente dai tempi in cui non era stato ancora formato l’attuale Governo. L’Italia dunque dorme sonni tranquilli sui mercati, scontando il 2,1% in più dei titoli di Stato tedeschi, contro il 3,2% che pagava più della Germania ai tempi della redazione della legge finanziaria, quando il Governo annunciava una battaglia contro l’Europa in difesa del lavoro e della crescita. Una battaglia che non c’è mai stata. Al contrario, questo Governo – come certificano il dato sullo spread e la chiusura della procedura d’infrazione – vive in piena armonia con le istituzioni europee e i mercati finanziari, per un semplice motivo: ha accettato, fin da subito, di applicare ogni singola richiesta di Bruxelles. L’ultima è contenuta nel decreto-legge appena varato, 1,5 miliardi di euro che erano destinati alla spesa sociale, reddito di cittadinanza e quota 100, e che vengono tagliati per rispettare la ferrea disciplina dei conti. L’Europa ordina, Lega e Cinque Stelle eseguono in silenzio, un silenzio rotto solo da qualche cinguettio lontano che non spaventa nessuno a Bruxelles. Il problema, il nostro problema, è che l’Europa non si fermerà certo a questa misura: il percorso di rientro dal debito previsto dal Fiscal Compact impone una progressione di tagli alla spesa pubblica e incrementi delle imposte che sta erodendo, giorno dopo giorno, salari, stato sociale e diritti dei lavoratori in un vortice che non ha fine. Oggi vengono sacrificati sull’altare del pareggio di bilancio 1,5 miliardi di spese sociali, ma già si prepara l’ennesima finanziaria fatta di nuovi tagli sul bilancio pubblico. È questa la lotta di classe che ci tocca combattere, e la stiamo perdendo.

Contro l’ennesimo Governo dell’austerità occorre organizzare una resistenza che parta dalla presa di coscienza della perfetta continuità che lega le attuali forze populiste ai tradizionali partiti di centrodestra e centrosinistra, caduti in disgrazia dopo vent’anni di politiche contro i lavoratori. Una continuità che ha come collante la gestione del potere e vive della piena compatibilità tra le forze politiche al Governo e le istituzioni europee. Per rompere questa macchina che schiaccia ogni giorno i lavoratori occorre far saltare il tavolo della disciplina fiscale, imporre un’agenda politica e sociale che sia incompatibile con il perimetro sancito dai vincoli europei.

 

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