Licenziare per crescere: la trovata dei competenti

Con il passare delle settimane, e nonostante il nostro Paese si trovi ancora nel mezzo della pandemia, si avvicina la scadenza del blocco dei licenziamenti, destinato a diventare una misura sempre più limitata e selettiva. In maniera non sorprendente, e verosimilmente per preparare il terreno al colpo di spugna con cui il governo Draghi ripristinerà la piena libertà di licenziamento, diversi cantori del liberismo hanno iniziato un fuoco di fila contro la misura che ad oggi, molto parzialmente, limita tale ‘libertà’ per le imprese.

Ma in cosa consiste il blocco dei licenziamenti? Oltre ad un’estensione degli ammortizzatori sociali e della Cassa integrazione, il Decreto Cura Italia ha anche proibito i licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo e sospeso tutte le procedure di licenziamento collettivo. Il blocco dei licenziamenti, è bene chiarirlo subito, è una misura di tutela per i lavoratori a costo zero per le imprese, poiché è accompagnato dall’estensione della Cassa integrazione senza onere aggiuntivo, quindi a carico esclusivo dello Stato. Con il Decreto Agosto, poi, è stata introdotta una prima deroga, che ha permesso di sospendere il rapporto di lavoro alle aziende in liquidazione. Ma questo evidentemente non basta al padronato, come testimoniano i ripetuti strepiti di Confindustria. Su di un piano apparentemente meno volgare e con una patina di pretesa scientificità, è sceso nell’agone anche l’Osservatorio conti pubblici italiani, gestito dal mai domo Carlo Cottarelli, che in un recente intervento si chiede: Il blocco dei licenziamenti è utile a sostenere l’occupazione? La domanda è mal posta, il ragionamento che si dipana fallace, le conclusioni opportunistiche ed è proprio per questo che proveremo a fornire una risposta alternativa. 

La scopo di fondo dell’articolo, si legge, è comprendere se il divieto di licenziare sia una misura utile a sostenere l’occupazione, o se invece comporti un irrigidimento del sistema economico, dato che impedisce lo spostamento dei lavoratori verso settori più produttivi e meno colpiti dalla crisi. L’idea di fondo, non sorprendentemente, è che l’intervento normativo sia troppo invasivo e che il mercato, se lasciato libero di agire, sarebbe in grado di garantire dei risultati migliori. Proviamo a vedere se i conti tornano.

Come riportato nell’articolo, secondo i dati INPS il blocco dei licenziamenti ha comportato una riduzione delle cessazioni (licenziamenti + dismissioni), rispetto a novembre del 2019, di circa il 20%: 5 milioni a fronte di 6.3 milioni. Come si può vedere in maniera lampante dal grafico che lo stesso articolo riporta, tuttavia, il grosso della differenza rispetto all’anno precedente si è verificato durante il primo lockdown, che bloccò improvvisamente un numero considerevole di attività produttive. Il blocco dei licenziamenti, infatti, ha sprigionato i suoi effetti più potenti tra marzo 2020, quando si sono avute 500.000 cessazioni, e aprile 2020, con 200.000 cessazioni. Inoltre, è possibile apprezzare come, immediatamente dopo la fine della cosiddetta Fase 1, il numero di cessazioni nel 2020 segni un andamento simile a quello dell’anno precedente, recuperando buona parte del gap accumulato in primavera. Mentre tra aprile e settembre del 2019 le cessazioni, che per questioni legate al ciclo economico tendono ad aumentare fino alla fine dell’estate per poi ridursi in autunno, sono cresciute dell’80%, tra aprile e settembre del 2020 l’incremento è stato pari a circa il 170%. Sembrerebbe proprio che il blocco dei licenziamenti non abbia poi così imbrigliato il libero funzionamento del mercato e che, a guardare i dati riportati nell’articolo, quella forbice apertasi in primavera e pari a circa il 50% in meno di cessazioni si sia ridotta intorno al 15-16%.

Il grottesco, tuttavia, arriva quando gli autori provano a rispondere alla prima proposizione della loro domanda, vale a dire se il blocco dei licenziamenti sia tale da sostenere l’occupazione. La risposta che essi danno è negativa: le assunzioni, si mostra, nello stesso periodo considerato sono state inferiori alla riduzione delle cessazioni. Mentre infatti le cessazioni diminuivano di 1 milione e mezzo circa, grazie al blocco dei licenziamenti, le assunzioni diminuivano di ben 2 milioni. La diminuzione dei licenziamenti, si sostiene, non è stata quindi tale da compensare il calo delle nuove assunzioni. Ma perché avrebbe dovuto? Non è dato saperlo. Le assunzioni di nuovi lavoratori, cioè la domanda di lavoro da parte delle imprese, seguono l’andamento del reddito e della domanda aggregata. Se c’è una prolungata fase di rallentamento economico, le imprese scelgono di ridurre la loro produzione e conseguentemente assumere meno lavoratori, che possano licenziare o meno. Un calo così drammatico delle assunzioni dovrebbe, quindi, indurre a guardare la luna della crisi economica e non il dito degli interventi normativi sulle tutele ai lavoratori. La ricerca scientifica, tra l’altro, ha ormai chiarito che maggiori tutele ai lavoratori, in termini ad esempio di protezioni contro i licenziamenti o sostegno alla contrattazione collettiva, non sono associate a peggioramenti occupazionali. Anzi, se le liberalizzazioni del mercato del lavoro dovessero produrre una caduta dei salari, il contraccolpo occupazionale dovuto alla riduzione dei consumi rischierebbe di essere negativo. Ma lungi dall’indugiare in questi ragionamenti, gli autori preferiscono tirare in ballo teorie obsolete e smentite dai fatti, oltre che dal buon senso. Il blocco dei licenziamenti avrebbe infatti favorito i cosiddetti insider, i lavoratori tutelati e quindi gli adulti, rispetto ai giovani e alle donne. Non potendo licenziare, infatti, i padroni si sarebbero limitati a non rinnovare i contratti a tempo determinato ormai in scadenza, proprio quelli che riguardano maggiormente donne e giovani. Non vi è dubbio che esistano lavoratori su cui pesa maggiormente il peso della crisi, ma è possibile sostenere che ciò dipenda dalle presunte eccessive tutele di cui godrebbero altri lavoratori? Evidentemente no, infatti la tesi per cui – ripetiamolo – il blocco dei licenziamenti comporti un irrigidimento del sistema economico e impedisca lo spostamento dei lavoratori verso settori più produttivi e meno colpiti dalla crisi risulta addirittura contraddittoria. Essa, per essere valida, richiederebbe un mercato del lavoro saturo, in cui la scarsità di manodopera in settori dinamici sarebbe dovuta alla scelta di mantenere in vita settori ormai decotti. Ma in una condizione come quella dell’Italia, con 2 milioni e mezzo di persone – tra cui tantissime donne e giovani – in cerca di occupazione, davvero i fantasmagorici settori trainanti non troverebbero manodopera disponibile? La realtà è che, come purtroppo i dati dimostrano e come abbiamo spesso dimostrato, la domanda di lavoro da parte delle imprese in questo paese è stagnante se non addirittura in declino, sfiancata da decenni di politiche di austerità la cui tendenza non è stata invertita neanche dai miseri programmi di spesa europei. Come infatti mostra il rapporto ISTAT sul mercato del lavoro del quarto trimestre 2020, mentre si riducono dell’1.7% le posizioni lavorative dipendenti (ma aumentano della stessa percentuale quelle in somministrazione), la domanda di lavoro si è ridotta rispetto all’anno precedente dello 0.3%. Non vi sono settori dove ricollocare i lavoratori indebitamente trattenuti nelle imprese in crisi dal blocco dei licenziamenti così come non vi è una domanda di lavoro tale da assorbire la disoccupazione.

Gli autori provano, tuttavia, ad argomentare la loro tesi calcolando l’elasticità dell’occupazione al reddito. Essa è una misura di come il numero di occupati vari percentualmente in proporzione ad una variazione percentuale del PIL. Tale misura permette, ad esempio, di valutare in quali Paesi una medesima variazione del reddito nazionale produca o distrugga più occupazione. Nell’articolo in questione la si brandisce per sostenere che, nei Paesi in cui più si sono limitati i licenziamenti (come Spagna, Italia e Grecia), una caduta percentuale del PIL si è associata ad una maggiore riduzione dell’occupazione. Posta così, sembra fare effetto, perché sembra smentire l’utilità di tutelare i posti di lavoro. L’elasticità dell’occupazione al PIL, infatti, è stata più alta in Italia (0.18) che in Francia (0.11): vorrebbe dire che una caduta del PIL dell’1% avrebbe prodotto una riduzione dello 0.18% di occupati in Italia e dello 0.11% in Francia. Ma è davvero così scontato attribuire questa differenza al blocco dei licenziamenti? Andando a guardare l’elasticità media tra il 2008-2019, si noterà ad esempio che la Germania (0.83) ha un valore quasi quattro volte superiore a quello Francese (0.26), ma inferiore a quello Italiano (1.07). Chi è dunque il virtuoso? Queste discrepanze dipendono da fattori di varia natura, come ad esempio la facilità con cui si sono distrutti posti di lavoro durante la crisi del 2008 o se la successiva ripresa abbia riguardato settori che utilizzano più o meno lavoro. Esistono insomma una serie di fattori, legati all’assetto istituzionale del mercato del lavoro, ma anche e soprattutto alla struttura produttiva del paese, che determinano questo valore. Utilizzare questa variabile per argomentare che il blocco dei licenziamenti sia non solo inutile ma dannoso è pretestuoso e ideologico. Andando per altro a guardare con attenzione i dati emerge una impressionante, questa sì, correlazione supportata dalle evidenze. Dove si osserva una maggiore elasticità, quindi una caduta maggiore dell’occupazione in proporzione alla caduta del PIL, si osserva anche una maggiore incidenza del precariato. In Spagna ed Italia, dove l’elasticità nel 2020 è stata pari a 0.28 e 0.18, la quota di dipendenti con contratti a tempo determinato nel 2019 era pari, rispettivamente, al 26.3% e al 17.3% (di cui più del 60% giovani tra i 15-24 anni). Nei paesi invece con un’elasticità dell’occupazione al reddito inferiore come Germania (-0.04) e Francia (0.11) i contratti a tempo determinato riguardavano l’11% e il 16% dei dipendenti. Si può quindi argomentare che, come era da attendersi, le politiche di flessibilizzazione del mercato del lavoro e il precariato abbiano contribuito a scaricare il peso di questa drammatica crisi in maniera maggiore sui lavoratori proprio dove queste politiche sono state più pervasive, lasciandoli privi di tutele e di prospettive.

Le risposte alla retorica domanda dell’Osservatorio conti pubblici italiani è dunque presto fornita. Il blocco dei licenziamenti è servito a non scaricare ulteriormente sui lavoratori il peso di una crisi drammatica e durissima, alleviando il pericolo del disastro sociale della disoccupazione di massa, con le sue drammatiche conseguenze anche economiche. Ma cosa bisogna fare per sostenere, nel senso di aumentare, l’occupazione e migliorare la condizione dei lavoratori svantaggiati? Per fare ciò servono politiche della domanda, investimenti pubblici e aumenti salariali che sostengano i consumi. Esattamente l’opposto di quanto propugnato dall’Osservatorio conti pubblici italiani, impegnato unicamente a fornire una parvenza di legittimazione teorica e preparare il terreno al giro di vite invocato da Confindustria.

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