Roma: i rifiuti puzzano di austerità (Parte I)

I rifiuti a Roma: un incubo ricorrente e maleodorante

Ci risiamo. Come tutti gli anni, anche questa estate Roma si è trasformata in una discarica a cielo aperto, specialmente nei quartieri più periferici e popolari. La sacrosanta rabbia degli abitanti è sfociata in numerose forme di protesta, dalle manifestazioni del Quadraro, alle azioni di protesta di Casal Bruciato, dalla manifestazione davanti al Ministero per la Transizione Ecologica ai cassonetti incendiati a Tor Bella Monaca e nel resto della città. E non parliamo solamente delle montagne di rifiuti che si accumulano per giorni e settimane fuori dai bidoni della spazzatura, rendendo l’area irrespirabile e la vita di tutti i cittadini romani un inferno, ma anche di vere e proprie discariche abusive. Legambiente Lazio stima che ne esistano circa 1.000 di varie dimensioni e fornisce una mappatura impietosa, elaborata peraltro in un periodo dell’anno caratterizzato da bassa produzione di rifiuti e criticità contenute nella raccolta da parte dell’AMA. Questa fotografia dimostra in maniera lampante che la situazione drammatica dei rifiuti nella capitale non può essere compresa se letta solo con le lenti dell’emergenza stagionale, ma affonda le sue radici in problematiche strutturali.

Una risposta adeguata a questa situazione richiede da un lato un insieme di interventi immediati per garantire la salute dei cittadini e del territorio, dall’altro misure strutturali associate a un radicale cambio di paradigma.

La raccolta dei rifiuti urbani: il problema della differenziata e il numero di addetti

Concretamente, quali sono gli interventi da mettere in campo per ripristinare il funzionamento di un servizio pubblico essenziale quale la gestione dei rifiuti?

Il ciclo integrato dei rifiuti si compone di tre fasi: la raccolta, il trattamento e lo smaltimento. Per dare un nostro contributo in merito, quindi, iniziamo a dare un’occhiata ai dati più recenti sulla raccolta, che fotografano la situazione attuale. Nel 2019 Roma Capitale ha prodotto circa 1 milione e 688 mila tonnellate di rifiuti urbani (-2,4% rispetto al 2018), pari a 593 chili di produzione di rifiuti pro-capite annui (questi dati non tengono in considerazione gli afflussi di pendolari e turisti che caratterizzano la capitale).

Figura 1. Raccolta differenziata e Servizio porta a porta, Roma Capitale, 2007-2019

La raccolta differenziata ha raggiunto il 45,4% del totale (766 mila tonnellate), con un incremento (+3,2%) rispetto al 2018 che riconferma, se ce ne fosse ancora bisogno, la dinamica troppo lenta della crescita della differenziata. Per quanto riguarda la differenziata, infine, una frazione pari a un terzo del totale è riconducibile al servizio porta a porta, la cui crescita risulta anch’essa ferma al palo (Figura 1).

Come se non bastasse, questo servizio fa registrare inaccettabili squilibri tra i diversi Municipi: se nel 2018 il porta a porta pesava l’87%, il 62% e il 59% rispettivamente nel IX, X e I Municipio, lo stesso servizio era fermo a zero nel V Municipio e non superava il 20% nel II, III, VII, VIII, XI e XII Municipio (Tabella 1).

Tabella 1. Raccolta differenziata per tipologia, Porta a Porta (PAP) e Stradale, Roma Capitale, anno 2018

Un potenziamento drastico, radicale della raccolta differenziata è lo strumento centrale e prioritario per ridurre l’impatto ambientale riconducibile alla gestione dei rifiuti: tutto ciò che riusciamo a differenziare può essere riutilizzato, riciclato e recuperato (anche sotto forma di energia), purché il territorio si doti della necessaria dotazione impiantistica, riducendo drasticamente la quantità di rifiuti conferita in discarica, la quale rappresenta, a scanso di equivoci, il male assoluto e la soluzione peggiore tra tutte quelle possibili.

La domanda che sorge spontanea allora potrebbe essere: perché la raccolta differenziata e il servizio porta a porta non decollano, così come sarebbe necessario, al fine di aumentare la quota di differenziazione?

Una prima, importante risposta la troviamo nell’andamento dell’organico AMA e nei suoi bilanciLa raccolta differenziata costa, sia in termini di addetti che di impianti. Il porta a porta, in particolare, garantirebbe un incremento significativo della quota differenziata (fino al 20% secondo diverse stime), sebbene risulti molto complesso nelle aree ad elevata densità abitativa e ancora più costoso rispetto alla raccolta differenziata di tipo tradizionale (stradale). Servono infatti più operatori, più mezzi e più viaggi. Viceversa, a fronte di un evidente aumento del fabbisogno di addetti associato al rafforzamento della differenziata e del porta a porta, l’azienda ha subito una perdita di più di 500 dipendenti. Le risorse dedicate al personale sono diminuite di quasi 10 milioni di euro nel quinquennio 2015-2019, passando da 360 a 351 milioni di euro, ma soprattutto si è registrata una riduzione del numero di addetti di AMA dagli 8.000 del 2015 ai circa 7.500 del 2019 (Figura 2).

Figura 2. Addetti e monte salari AMA (2010-2019). Fonte: bilanci AMA.

Da questo punto di vista, gli obiettivi posti dall’ultimo Piano Regionale dei Rifiuti (2020-2025) possono sembrare allettanti (arrivare al 70% di differenziata entro il 2025), ma risultano del tutto privi di fondamento: sostenere di voler aumentare del 30% la differenziata in 4 anni senza stanziare le risorse necessarie – e sfidare il Patto di Stabilità Interno – non è altro che una mancanza di rispetto verso l’intelligenza dei cittadini romani e semplice fumo negli occhi. Cionondiméno, è assolutamente necessaria una decisa inversione di tendenza, con l’assunzione di un numero adeguato di addetti, la quale implica un significativo aumento delle risorse dedicate agli stipendi. Questa, tra l’altro, non è una peculiarità di AMA ma una caratteristica strutturale del tipo di servizio: le spese per gli addetti sono la componente di gran lunga preponderante nelle spese necessarie a garantire il servizio di raccolta rifiuti. Coloro che hanno gestito i rifiuti fino a questo momento, in Comune come in Regione, non hanno la credibilità per condurre un’operazione di questo tipo.

Le responsabilità politiche

La competenza per la gestione dei rifiuti urbani (non speciali) spetta normalmente alle comunali o alle società partecipate che gestiscono il servizio per conto dei comuni: nel caso di Roma Capitale, AMA S.p.A., una azienda pubblica che gestisce le diverse fasi del ciclo integrato dei rifiuti (Figura 3) – come dicevamo, la raccolta, il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani – oltre all’espletamento dei servizi cimiteriali e al mantenimento del decoro urbano (pulizia delle strade e dei bagni pubblici). Spetta invece alle Regioni la fase di programmazione.

Figura 3. Una visione d’insieme delle diverse fasi del ciclo dei rifiuti (Fonte: ISPRA)

Anche in questo ambito, le condizioni disastrose del presente sono la conseguenza di precise scelte politiche messe in atto dalle amministrazioni comunali e regionali che hanno guidato Roma e il Lazio negli ultimi decenni. Il vergognoso rimpallo di responsabilità cui abbiamo assistito negli ultimi anni tra l’amministrazione capitolina della Raggi (Cinque Stelle) e la giunta regionale di Zingaretti (PD) non fa altro che mettere in luce le pesanti responsabilità politiche di entrambe le parti.

La pianificazione regionale si è rivelata del tutto inadeguata, basandosi su previsioni ‘ottimistiche’, se non del tutto campate per aria, circa la crescita della differenziata e del riciclo a livello regionale. Tali proiezioni non erano suffragate dalle tendenze pregresse, né tantomeno si individuavano e mettevano a disposizione le risorse finanziarie indispensabili ad invertire tali tendenze. Giusto per dare un’idea: già nel 2006 il D. Lgs. 152 disponeva (art. 205) che la raccolta differenziata raggiungesse il 45% in ogni Ambito Territoriale Ottimale (ATO) entro il 2008. Secondo ISPRA, Roma Capitale ha raggiunto questo obiettivo solo nel 2017. Si noti che la Regione Lazio, nel vecchio Piano Rifiuti (2012-2017), disponeva per l’ATO di Roma un obiettivo pari al 65%, previsto dal D. Lgs. 152, entro il 2012.

La mancata realizzazione degli obiettivi in materia di raccolta differenziata – facilmente prevedibile – comporta un aggravio significativo sugli impianti di trattamento e smaltimento finale, perché resta ancora troppo elevata la quantità di rifiuti indifferenziati, alla quale si aggiungono gli scarti del trattamento della differenziata; scarti che sono tanto più elevati quanto più inefficienti sono (come di fatto sono) i processi di trattamento. Fissare una quota di differenziata concretamente inarrivabile ha dunque comportato una sottostima rilevante in termini di capacità degli impianti di trattamento e smaltimento per chiudere il ciclo.

Come se non bastasse, il nuovo Piano Rifiuti del Lazio (2019-2025) prevede di portare la differenziata al 70% entro il 2025, stanziando un fondo regionale di 57 milioni di euro al fine di agevolare gli investimenti dei vari ATO negli impianti. Al di là della grancassa con cui questa misura è stata accolta, però, si tratta di una cifra del tutto insufficiente in proporzione agli obiettivi prefissati.

La Regione Lazio ha infine la responsabilità dell’infrazione europea per aver violato, nella discarica di Malagrotta e in altri sei siti in Lazio, le direttive Ue sul trattamento dei rifiuti (1999/31/Ce e 2008/98/Ce). Il ritardo nella chiusura della discarica di Malagrotta – la discarica più grande d’Europa – è stato peraltro aggravato dalla totale mancanza di programmazione alternativa, ossia di un piano per lo smaltimento in altri siti dei rifiuti che finivano usualmente a Malagrotta.

D’altra parte, il grave deficit impiantistico (trattamento e smaltimento) della capitale è imputabile anche, se non soprattutto, all’amministrazione comunale. La Regione, infatti, non è direttamente responsabile per la costruzione degli impianti, definendo esclusivamente gli ATO entro cui questi devono essere realizzati. In altre parole, se si può imputare alla regione Lazio un grave ritardo nell’implementazione del Piano Regionale dei Rifiuti e una previsione impiantistica insufficiente, la Città metropolitana di Roma e la giunta Raggi non è stata in grado di individuare le aree in cui realizzare i diversi tipi di impianti di trattamento e smaltimento, figuriamoci di costruirli.  

Tale carenza si è riverberata negativamente anche sulla fase della raccolta dei rifiuti in città. Risulta del tutto evidente, infatti, che l’accumulo dei rifiuti urbani anche fuori dai cassonetti a cui assistiamo quotidianamente sia legato a doppio filo, oltre che alle carenze di personale, anche a una capacità di assorbimento degli impianti del tutto insufficiente: non sanno dove portarli! Gli ultimi nuovi impianti inaugurati a Roma risalgono ormai al 2008 e la capacità di trattamento effettiva si è ridotta negli anni, sia a causa dell’invecchiamento e alla conseguente chiusura degli impianti, sia a causa di incidenti, come quello occorso nel caso del TMB Salario (Trattamento Meccanico Biologico) nel 2018. In più, a questo si aggiunge anche una drammatica carenza di macchinari: il parco macchine a disposizione di AMA è inadeguato e obsoleto. Un numero su tutti: AMA non ha a disposizione nel proprio parco alcun macchinario destinato alla raccolta dei rifiuti che rimangono a terra, il che è incredibile se si pensa che realtà molto più piccole di AMA invece ne posseggono. Questo tipo di carenza strutturale è anche responsabile del continuo ricorso alla esternalizzazione dei servizi quali, per l’appunto, la raccolta a terra dei rifiuti. Esternalizzazioni a cui AMA fa continuo ricorso per coprire le menzionate carenze strutturali.

Ciò comporta l’invio di enormi quantità di rifiuti a impianti terzi – dentro e fuori Regione – per il trattamento e lo smaltimento, il quale implica spese ingenti e il rischio continuo di subire inaspettate limitazioni degli sbocchi. A sua volta, questo comporta l’accumulo di rifiuti nei punti di raccolta cittadini (prima del conferimento al TMB), rallentamenti della raccolta e cassonetti strabordanti circondati di sacchetti e bestie di ogni genere. La mappatura che abbiamo realizzato dei principali impianti di trattamento e smaltimento nel Lazio rivela peraltro i gravosi problemi associati a un deficit impiantistico strutturale che effettivamente caratterizza Roma in particolare, ma anche l’intero territorio regionale.

Un problema strutturale

Ma c’è di più. Non ci si può fermare in superficie, ossia alle responsabilità, del tutto evidenti, delle amministrazioni locali e regionali di tutti i colori che hanno governato Roma e il Lazio. Perché tutti i partiti hanno accettato che la vicenda rifiuti continuasse a degenerare a Roma? In fondo, l’interesse elettorale avrebbe dovuto spingere a investire su impianti, punti di raccolta, mezzi di trasporto e personale necessario al funzionamento complessivo del ciclo dei rifiuti. Si tratta pur sempre di una delle questioni più sentite da parte dei cittadini romani negli ultimi anni. Perché nulla (o quasi) è stato fatto? 

Come abbiamo già evidenziato, il problema dei rifiuti a Roma non può che essere letto alla luce del più generale impoverimento dei servizi pubblici – dalle strade all’edilizia popolare, dal trasporto pubblico all’offerta culturale. Tutti coloro che hanno guidato il Campidoglio e la Regione hanno infatti accettato supinamente l’austerità imposta dalle normative nazionali ed europee, colpendo direttamente il tessuto sociale della città attraverso il contenimento e spesso il taglio orizzontale della spesa per le diverse voci di bilancio dedicate ai servizi pubblici.

La premessa ineludibile per una Roma vivibile e libera dai rifiuti passa dunque dal rifiuto dei vincoli di bilancio che gravano sugli enti locali, così come del piano di rientro del debito, che costringe la capitale d’Italia a oltre 200 milioni di euro di avanzo di bilancio, cioè a sottrarre questa cifra dalla disponibilità della cittadinanza, ogni anno.

Dobbiamo invece rivendicare che, alla gestione del ciclo dei rifiuti della città più popolosa d’Italia, così come a tutti gli altri servizi pubblici essenziali, siano garantiti fondi sufficienti, per tutelare la salute pubblica e impedire le emergenze igienico-sanitarie che si susseguono periodicamente nella Capitale. Non c’è nessun ostacolo tecnico al reperimento di tutte le risorse necessarie, con uno spettro ampio di soluzioni che va dal mettere le mani in tasca a palazzinari e sciacalli vari che spolpano quotidianamente Roma, fino alla spesa finanziata a debito. C’è, invece, una priorità politica chiara e che rappresenta il discrimine con chi ha governato Roma negli ultimi decenni, cioè centro-destra, centro-sinistra e Cinque Stelle: la salute e la tutela dell’ambiente sono le uniche cose che contano e sono incompatibili con l’austerità, che genera solo miseria e impoverimento.

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