Delocalizzazioni e mini-job: il lato oscuro della Germania mercantilista

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Il cosiddetto ‘modello tedesco’ di crescita ci viene puntualmente presentato come l’avanguardia europea dello sviluppo economico, specialmente se contrapposto ad un’area mediterranea beatamente inefficiente. Le vere ragioni della competitività tedesca vanno tuttavia ricercate nella capacità di produrre a costi più bassi le stesse merci realizzate in altri Paesi (come l’Italia). Questo schema di crescita trainato dalle esportazioni poggia essenzialmente sul contenimento del costo del lavoro e non, come ci viene spesso raccontato, sulla spiccata propensione dei tedeschi ad investire ed innovare processi e prodotti. Tutt’altro che secondario è il  ruolo giocato dall’introduzione della moneta unica e dalla conseguente perdita di un naturale strumento di gestione dell’economia: in breve, se fino al 1999 Paesi come l’Italia potevano usufruire della leva del cambio per difendere la competitività delle proprie merci (oltre che l’occupazione ed i salari), con l’euro si è accettato di usare la stessa moneta dei tedeschi, e di conseguenza la competizione internazionale è finita per scaricarsi unicamente sulle spalle dei lavoratori. Questi ultimi sono stati infatti chiamati a sopportare continue riforme del mercato del lavoro (superamento dell’articolo 18 e Jobs Act in ultimo) volte alla moderazione salariale e, dati alla mano, senza effetti positivi sui livelli occupazionali.

Un ulteriore “segreto” del successo del modello tedesco risiede nelle delocalizzazioni. Il crescente processo di globalizzazione dei mercati ha favorito lo spostamento di determinate fasi del ciclo produttivo in Paesi che presentano condizioni più favorevoli al conseguimento del profitto, tra cui l’impiego di forza lavoro indigena a costi contenuti. È quindi immediato notare che l’esternalizzazione di una determinata parte della produzione tenderà ad avvenire verso Paesi in cui è possibile sfruttare salari più bassi e manodopera meno tutelata, al fine di ridurre i costi di produzione. Proprio con riferimento al caso tedesco, già nel 2010 alcuni economisti avevano iniziato a parlare di questo ‘aiutino’ alla competitività tedesca, sottolineando che la Germania stava largamente beneficiando dalle pratiche di off-shoring in Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Ucraina. Qualche dato: nel 1999 la quota di investimenti esteri tedeschi diretti verso l’Est europeo era del 4%, mentre raggiungeva il 30% già nel 2004. In altri termini, molte imprese tedesche stavano aprendo stabilimenti ad est dell’ormai capitolata Cortina di Ferro al fine di trasferirvi le fasi meno complesse della produzione (ovvero, quelle richiedono minori competenze lavorative) e lasciando dentro ai propri confini i processi che richiedono forza lavoro qualificata.

Un aspetto cruciale è tuttavia legato al fatto che questa tendenza vede la Germania delocalizzare in Paesi non inclusi nell’Eurozona, e pertanto dove è anche possibile sfruttare – oltre ad un contesto istituzionale più favorevole al capitale e meno tutelante per il lavoratore – il potere d’acquisto di una moneta forte, come l’euro, che permette l’approvvigionamento di prodotti semilavorati a costi particolarmente favorevoli. La rilevanza di questi rapporti commerciali è cresciuta costantemente nel tempo, fino a rappresentare il 20% del commercio tedesco: se da un lato questi rapporti sono favoriti anche da ragioni di carattere storico (quali gli stretti legami politici ed economici che legavano la Germania Est ai Paesi del blocco sovietico prima della riunificazione), riteniamo che le motivazioni preponderanti ricadano nella logica dell’economicità, come ad esempio l’ampia disponibilità di manodopera e semilavorati a basso costo. In questa ottica andrebbero interpretati anche gli interessi della Germania all’allargamento ad est dell’Unione Europea, che di fatto favorirebbe il commercio per effetto del mercato unico.

In questo contesto dobbiamo però considerare che il tessuto produttivo tedesco è a vocazione fortemente industriale. La manifattura continua a ricoprire un ruolo preponderante, nonostante la crisi abbia fatto accelerare la caduta della quota relativa a questo settore nel PIL tedesco (nel 2016 il 22% del valore aggiunto tedesco derivava dalla produzione di beni manifatturieri, a fronte del 16% in Italia) e sebbene i componenti a più basso contenuto tecnologico siano realizzati all’estero, mentre restano in Germania le fasi finali della produzione oltre alle attività di ricerca e sviluppo. Se le economie dell’Est europeo risultano quindi indispensabili al modello produttivo tedesco, al quale forniscono una forza lavoro disciplinata e poco costosa, il settore manifatturiero tedesco è riuscito, grazie ad un forte tasso di sindacalizzazione favorito dalla dimensione delle imprese tedesche (35 addetti in media per impresa, al fronte dei 9 in Italia), a mitigare la spinta al ribasso sui salari. Tuttavia, il crollo delle retribuzioni è avvenuto invece in altri settori che comunque concorrono a garantire competitività alla manifattura tedesca. In particolare, esso è stato particolarmente pronunciato nei servizi, settore nel quale una quota rilevante di occupati subisce gli effetti della precarietà. Il suddetto crollo delle retribuzioni fa sì che il settore manifatturiero si possa avvantaggiare, per l’appunto, del basso costo dei servizi di cui usufruisce, riducendo così una componente di costo.

La precarizzazione, spinta e sostenuta dalle riforme Hartz, ha avuto la sua massima manifestazione nell’introduzione dei mini-job, una serie di contratti di lavoro atipici introdotti nei settori non orientati all’export che prevedono retribuzioni di 450 euro mensili (che scendevano a 400 prima del 2013) o addirittura di 1 euro all’ora. Stando ai dati, circa 7.4 milioni di tedeschi sono attualmente coinvolti in quelle mansioni “scarsamente retribuite” che ricadono nelle pratiche contrattuali previste dal nuovo assetto istituzionale del mercato del lavoro. È infine interessante notare che le suddette riforme hanno prodotto una cospicua balcanizzazione del mercato del lavoro anche in riferimento alla sotto-occupazione: stando ad uno studio del 2012, il tasso di disoccupazione delle Germania sarebbe il doppio di quello ufficialmente indicato qualora si facciano delle appropriate correzioni basate sull’incidenza del lavoro part-time e atipico.

Come interpretare congiuntamente questi due fenomeni? Meglio partire dagli effetti: tra il 2000 ed il 2011 il salario medio orario nominale in Italia è cresciuto del 40% a fronte di una crescita di poco più del 20% in Germania. Il dato sulle retribuzioni medie riflette (oltre al ‘vero’ tasso di disoccupazione) da un lato la riduzione del salario reale nei settori a basso valore aggiunto dovuta alle riforme del mercato del lavoro, e dall’altro una modesta dinamica delle retribuzioni nei settori più avanzati. Queste ultime, per effetto delle delocalizzazioni attuate o anche semplicemente minacciate, non sono cresciute come in altri Paesi europei. In altre parole, la disponibilità di forza lavoro vicina e a buon mercato rende disciplinato il lavoro tedesco anche nei settori caratterizzati da una più alta produttività.

In conclusione, queste considerazioni mettono in discussione la visione di una “società a due livelli”, nella quale la contrapposizione cruciale sarebbe quella che si manifesta tra i subalterni specializzati operanti nella manifattura e i lavoratori non qualificati che operano nei servizi. Più lucidamente, quel che effettivamente emerge è una società a due classi (salariati e capitalisti) in cui il processo combinato di deregolamentazione del mercato del lavoro e di movimento incontrollato dei capitali ha portato a pressioni a ribasso sul costo del lavoro, con l’unico effetto di spostare ancor più i rapporti di forza a favore dei capitalisti.

 

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