Portogallo: tra mito della crescita e realtà dello sfruttamento (Parte seconda)

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Il Portogallo ci viene spesso raccontato come un vero e proprio ‘caso di scuola’, ossia come un Paese che, nel pieno rispetto della ricetta del rigore previsto dai trattati europei, ha risposto alla crisi ‘facendo i compiti a casa’, avviato un virtuoso processo di riforme e, come previsto, è ora tornato a crescere e a prosperare. A riguardo proponiamo la seconda puntata (qui è disponibile la prima) di una riflessione sull’economia lusitana, per far emergere le (molte) ombre e le (poche) luci su quanto sta accadendo.

A questo link è scaricabile (in formato .pdf) l’intero contributo.

 

È innegabile che negli ultimi anni l’economia portoghese sia stata oggetto di alcuni interventi dall’impatto redistributivo progressivo, ovvero a favore dei più poveri: vi è stato un aumento del 5% del salario minimo (che ha raggiunto i 580 euro) e degli stipendi pubblici, il cui blocco imposto dal governo precedente è stato scongelato con aumenti rilevanti previsti a partire dal 2019 e con la reintroduzione della tredicesima. Sono state inoltre lievemente ridotte le imposte sul reddito per i ceti medio-bassi tramite l’aumento del numero di scaglioni d’imposta da 5 a 7, l’IVA su molti prodotti è stata abbassata al 13%, è stata eliminata la sovrattassa sui redditi personali che gravava sui redditi superiori a 20.000 euro annui e sono rientrate in vigore 3 giornate di festa nazionale. È stata aumentata di due punti percentuali (dal 7% al 9%) una tassa che colpisce la quota di profitti delle grandi società che eccede i 35 milioni di euro annui. Si è infine modificato il sistema pensionistico, con aumenti delle pensioni minime, re-indicizzazione all’inflazione e possibilità di pensionamento anticipato per alcune categorie di lavoratori.

Allo stesso tempo, tuttavia, molti provvedimenti introdotti dal precedente governo sotto il controllo della Troika, di chiaro stampo liberista, non sono stati modificati. La flessibilizzazione del mercato del lavoro, con riduzione dei costi di licenziamento e ridimensionamento del perimetro della contrattazione collettiva, non è stata messa in discussione. Al riguardo, nel 2016 si è avuta una forte contrapposizione tra le anime del governo portoghese, con l’opposizione dei partiti di sinistra che hanno rimproverato al partito socialista di aver voluto mantenere l’impianto essenziale della precedente riforma. Se da un lato è stato ridotto a due anni il limite temporale massimo per i contratti a tempo determinato, introducendo anche una tassa a carico delle imprese che abusano dei contratti a termine, dall’altro non si è minimamente toccato il disegno legislativo di forte riduzione dei costi di licenziamento vigente dal 2012. Inoltre, non sono state toccate le precedenti misure di cosiddetta “semplificazione burocratica” che avevano comportato un calo del 37% del numero di enti pubblici, con una consequenziale forte diminuzione del numero di impiegati dello Stato. Infine, si è mantenuto il piano di attrazione degli investimenti esteri che, tra le altre cose, prevedeva una riduzione delle imposte del 20% per i soggetti (persona fisica o giuridica) che avessero spostato la propria residenza fiscale in Portogallo, in piena logica da dumping fiscale europeo. Su questi numerosi punti, del resto, si è giocata e si gioca in questi mesi una forte tensione tra forze interne alla compagine governativa.

A partire dal 2016 i salari nominali sono tornati ai livelli pre-crisi, superandoli leggermente nel 2017. Tuttavia, i salari reali sono invece rimasti stagnanti nel periodo 2015-2018, dopo la lunga fase di diminuzione dal 2009 al 2012 e poi di nuovo nel 2014-2015, quando tornano al livello minimo dal 1998 (si veda Figura 5).

Figura 5 – Andamento dei salari reali, dati in Euro a prezzi costanti (fonte: OCSE)

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Sta aumentando lievemente, va detto, la percentuale di transizione da lavori a tempo determinato a lavori a tempo indeterminato, sebbene vi sia ancora un rilevante gap tra gli stipendi dei due tipi di lavoratori. Il tasso di rischio di povertà o di esclusione sociale si è avvicinato alla media europea e la quota del reddito del 20% più povero è aumentata in termini assoluti rispetto al 2015. Allo stesso tempo, tuttavia, è continuato inesorabile il flusso di emigrazione dei lavoratori portoghesi verso i Paesi esteri, tra i più alti in Europa, indicatore di una condizione non certo prospera per le classi subalterne.

Alla luce di quanto riportato sinora, emergono due aspetti innegabilmente positivi dal punto di vista delle classi subalterne relativi all’evoluzione dell’economia portoghese degli ultimi anni: la sostenuta diminuzione della disoccupazione e alcuni miglioramenti quali per esempio l’aumento del salario minimo, una maggior flessibilità in uscita per alcuni pensionati ed una timida redistribuzione fiscale dall’alto verso il basso.

Tuttavia, l’impatto redistributivo combinato della politica economica portoghese e delle dinamiche del mercato del lavoro non è stato progressivo. Il miglior dato per osservarlo è la quota dei salari sul totale del reddito nazionale (si veda Figura 6) che, dopo una drastica discesa dal 2001 al 2015, non mostra segni evidente di ripresa, a dimostrazione di una distribuzione del reddito che permane fortemente diseguale. Questo conferma la posizione di forza acquisita e mantenuta dai capitalisti a discapito dei lavoratori nel corso dell’ultimo ventennio, non intaccata dall’attuale governo, che ha mantenuto intatto persino l’impianto ultra-liberista della riforma del lavoro del 2012.

Figura 6 – Quota salari in % del PIL (fonte: Ameco)

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Inoltre, malgrado la lievissima riduzione della percentuale dei lavori precari registrata nell’ultimo anno, il Portogallo resta uno dei Paesi europei con il maggior tasso di lavori a tempo determinato sul totale dell’occupazione (si veda Figura 7).

Figura 7 – Quota di lavori precari (contratti a termine) sul totale occupati (fonte: OCSE)

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Quali conclusioni possiamo dunque evincere dall’insieme di tutti questi dati?

Il Portogallo ha in parte sfruttato la ripresa economica nel resto d’Europa per attuare una politica di beggar thy neighbours, possibile anche grazie alle piccole dimensioni economiche del Paese. Queste politiche però sono poco sostenibili, in quanto basate su circostanze in parte fortuite (aumento del turismo), sulla tolleranza degli altri Paesi (esenzione dal pagamento delle imposte per i pensionati) e su fattori non controllabili (la propensione a importare dei vari Paesi europei). Vi è stato senza dubbio un deciso rafforzamento degli investimenti, ma ciò va essenzialmente attribuito al precedente crollo dei salari e alle politiche di agevolazione fiscale a favore degli investitori stranieri, le quali hanno trasformato il Portogallo in un paradiso salariale e fiscale per capitalisti autoctoni e multinazionali straniere.

Nel contesto di una moderata crescita economica, il governo di centrosinistra ha tentato una via di mediazione fra timide politiche sociali e austerità imposta dai regolamenti europei. Ha varato qualche provvedimento redistributivo, ma allo stesso tempo ha dato piena continuità al rigore finanziario, accentuandone gli aspetti quantitativi. Se da un lato sono stati raggiunti alcuni risultati molto rilevanti (per esempio, la disoccupazione si è dimezzata e si è lievemente ridotto il tasso di povertà), la distribuzione del reddito tra salari e profitti non è mutata e i salari portoghesi, come visto, restano tra i più bassi d’Europa. Inoltre, alcuni indici più generali che colgono situazioni di benessere sociale più ampie, come l’Indice di Sviluppo Umano (ISU), restano ancora molto lontani rispetto ai livelli pre-crisi (si veda Figura 8).

Figura 8 – Indice di sviluppo umano (fonte: DeAgostini Geografia)

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Sembra lecito interpretare il successo portoghese, espresso da crescita del PIL e riduzione della disoccupazione, come la conseguenza logica di una storia pregressa di riduzione salariale relativa e stagnazione assoluta nel contesto di dumping salariale europeo. Contestualmente, le politiche sociali del governo Costa appaiono più come provvedimenti di alleviamento degli eccessi di disuguaglianza più estrema esplosi durante gli anni del commissariamento del paese, che come disegno complessivo di sostanziale redistribuzione del reddito.

L’esperimento di mediazione tra politiche sociali di tamponamento e austerità fiscale portato avanti dal governo di centro-sinistra ha potuto raggiungere senza dubbio alcuni risultati concreti, ma a prezzo di concessioni pesanti sul terreno del rigore finanziario e della moderazione salariale. Circostanze che, oltre ad affievolire pesantemente ogni velleità redistributiva, frenano lo sviluppo del paese, lasciandolo in balia di un ciclo favorevole legato a circostanze strutturalmente instabili (esportazioni, flussi turistici, investimenti attratti da bassi salari e agevolazioni fiscali).

Il caso portoghese dimostra allora come, dentro l’austerità europea, un governo che pure esprima una qualche tendenza favorevole a politiche emancipatorie delle classi svantaggiate, in controtendenza con il paradigma liberista, abbia margini di manovra estremamente ristretti e, per adottare qualche misura favorevole, debba pagare comunque il dazio della piena accettazione del paradigma dell’austerità e del contenimento salariale. Il risultato di questo difficile e instabile compromesso, il massimo raggiungibile nel quadro dei trattati europei, non può essere un orizzonte capace di modificare in modo sostanziale e duraturo l’impianto di profonde disuguaglianze, generalizzata disoccupazione, sfruttamento, precarietà e quindi povertà su cui il capitalismo selvaggio in salsa europeista prospera.

Il caso portoghese, quindi, proprio per il contrasto tra la prospettiva politica dei partiti di governo e la natura parziale e verosimilmente effimera di alcuni risultati ottenuti, rafforza quell’esigenza imprescindibile di rottura dei vincoli europei come precondizioni per una duratura politica emancipatoria a favore delle classi subalterne.

 

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