Sanità e vaccini pubblici: trent’anni di motivi per scendere in piazza

Diverse realtà politiche, sindacali e sociali hanno indetto una mobilitazione di due giorni (21 e 22 maggio), in occasione del G20 sulla salute che si riunisce a Roma, per rivendicare sanità e vaccini pubblici. Perché, oggi, è necessario mobilitarsi per la sanità pubblica e contro chi vuole continuare a fare della sanità una macchina da profitto, a scapito della salute pubblica? La pandemia ha fornito una risposta definitiva, ma è utile allargare lo sguardo ai processi che hanno visto la sanità pubblica diventare sempre più un bersaglio delle politiche neoliberiste.

La rapida saturazione delle terapie intensive e la carenza lampante di anestesisti e rianimatori sono stati i primi e tragici segnali che nel marzo del 2020 hanno reso palpabile qualcosa che era da molti anni già evidente: lo stato di drammatica inadeguatezza del sistema sanitario nazionale. La totale impreparazione del nostro sistema di salute pubblico rispetto all’emergenza Covid è stata però solo la punta dell’iceberg del vasto processo di smantellamento, mercificazione e privatizzazione della sanità in Italia.

Tutto ebbe inizio al principio dei ruggenti anni ’90 in parallelo all’esplosione dell’ubriacatura neoliberista in tutti gli ambiti della politica economica. La privatizzazione sanitaria è stato un percorso strisciante, ma inesorabile. Attraverso numerosi provvedimenti ed espedienti si è sancito gradualmente un passaggio epocale da una sanità pubblica di tipo universalistico, forgiata con la riforma del 1978, ad una sanità semi-mercificata e inquinata da una commistione spaventosa di interessi pubblici e privati.

Tutto ciò è leggibile, impietosamente, nei numeri. Il report annuale della Corte dei Conti del giugno 2020 sul coordinamento della finanza pubblica enunciava a chiare lettere che “i processi di riorganizzazione delle strutture sanitarie sul territorio e le difficoltà di adeguare l’offerta pubblica al mutare delle caratteristiche della domanda di assistenza si sono riflessi in un ampliamento della spesa a carico delle famiglie che tra il 2012 e il 2018 ha continuato a crescere”. Allo stesso tempo, nel decennio appena trascorso, in particolare tra il 2009 e il 2018, “si è registrata una riduzione, in termini reali, delle risorse pubbliche destinate alla sanità particolarmente consistente”, i cui effetti sono stati devastanti, come abbiamo già esaminato. “La spesa pro capite a prezzi costanti (prezzi 2010) è passata, infatti, da 1.893 a 1.746 euro, con una riduzione media annua di 8 decimi di punto”. Viceversa, in termini nominali “la spesa sanitaria diretta delle famiglie è cresciuta tra il 2012 e il 2018 del 14,1% e quella coperta rilievo da regimi di finanziamento volontari del 31,5%, contro il 4,5% della spesa a carico delle Amministrazioni pubbliche”.

In sintesi, sempre meno spesa pubblica e sempre più spesa privata, che pesa sulle tasche dei cittadini tramite spesa diretta per le prestazioni o assicurazioni e polizze. In altre parole, dato che si riduce la spesa pubblica destinata alla sanità, assistiamo ad una crescente spesa da parte dei cittadini che sono costretti a provvedere autonomamente alle spese mediche o, nel peggiore dei casi, a rinunciarvi del tutto se non hanno i soldi per le visite e gli interventi più costosi. La quota della spesa privata sul totale della spesa sanitaria ha infatti sfiorato nel 2018 la ragguardevole percentuale del 26%, a fronte del 21,2% della Francia e del 15,4% della Germania. Il dato nostrano, inoltre, è in crescita di due punti percentuali rispetto al 2012.

Questi dati emblematici, tuttavia, spiegano solo una parte del problema. Sempre nel 2018, ben il 20,3% del totale della spesa pubblica sanitaria era destinata a strutture private accreditate. Si tratta di ospedali e cliniche private che operano generando profitti sulla salute e che riescono a praticare tariffe calmierate (simili o uguali al ticket ospedaliero pubblico) grazie ai sussidi statali. Si sostanzia così un caso esemplare di assistenza pubblica al profitto privato. Una vicenda, quella delle strutture private accreditate, iniziata con il centrosinistra e con il Decreto Bindi nel lontano 1999, e proseguita e aggravatisi sino al giorno d’oggi con la continua crescita di questa quota di spesa a discapito della spesa per il servizio pubblico.

Negli stessi anni, lo stesso decreto approvava la pratica del cosiddetto Intramoenia, ovvero prestazioni sanitarie a tariffa ben superiore al livello medio del ticket praticate da operatori pubblici all’interno degli ospedali con tempi di attesa infinitamente più bassi: la legalizzazione dell’uso privato delle risorse pubbliche. Del resto, la mercificazione a quel tempo già galoppava da molti anni, da quando cioè, a cavallo tra anni ’80 e ’90 si era introdotto il ticket sanitario, l’odiosa tassa a carico dell’utente paziente. Nato come cifra “simbolica” che avrebbe dovuto disincentivare presunti comportamenti opportunistici di abuso del servizio sanitario, in pochi anni il ticket si è trasformato in una somma importante, un vero fardello sulle tasche degli italiani, che aveva stravolto il concetto fondante di sanità gratuita, accessibile e universale.

Nel mentre, già dal 1992, a coronamento del tutto, si era innestata in pochi anni la sciagurata regionalizzazione, ovvero la devoluzione di poteri di organizzazione, spesa e finanziamento della Sanità alle Regioni con la conseguente creazione di sistemi sanitari differenziati per quanto concerne accessibilità, liste d’attesa, ticket, livelli qualitativi: sanità di “serie a” per le regioni più ricche e di “serie b”, se non di “serie c”, per le regioni più povere. Un’altra mazzata tra capo e collo al principio di universalità del diritto alla salute.

È su questo quadro profondamente stravolto che si innesta la fase più acuta delle politiche di austerità avviata nel 2011-12 che vedrà nel giro di soli 6 anni la soppressione di circa 70mila posti letto, quasi 800 reparti ospedalieri e un calo occupazionale di circa 30mila persona tra personale medico e infermieristico. In questo stato pietoso tra divisione territoriale, privatizzazione avanzata e tagli draconiani siamo arrivati alla crisi pandemica del 2020.

Il male della mercificazione della salute nei mesi dell’epidemia da Covid si è materializzato in molti aspetti e sfaccettature. Basti pensare alla vicenda dei vaccini. Lo smantellamento, in Italia e altrove di ciò che restava dell’industria farmaceutica pubblica, ha messo gli Stati alla mercé degli interessi economici delle multinazionali del farmaco che hanno fatto il bello e il cattivo tempo nella fornitura delle dosi trattando con i vari paesi le condizioni per loro più vantaggiose, a discapito del diritto alla salute di miliardi di persone.

Alla luce di tutto questo, viene da chiedersi quale migliore occasione della pandemia e dei suoi drammatici effetti possa esistere per rivedere completamente in chiave critica il paradigma che ha fatto da base alle politiche sanitarie degli ultimi 2-3 decenni nel nostro e in molti altri Paesi del mondo. Se nei primissimi mesi dell’emergenza nel pubblico dibattito qualcuno aveva sommessamente messo in rilievo il “fallimento delle politiche sanitarie” degli ultimi decenni e la necessità di rivederne la logica ridando centralità al pubblico, nulla di concreto ad oggi è stato fatto in tale direzione. Nella compagine governativa al comando, d’altro canto, in sinergica compagnia, ritroviamo sempre loro: tutti i partiti che trasversalmente e senza indugi hanno plasmato nel corso degli ultimi trent’anni i tagli e le riforme liberiste della sanità e di tutto lo Stato sociale che ci hanno portati dove siamo ora.

Non a caso, l’attuale governo sta ponendo le basi affinché il processo di mercificazione della sanità descritto non solo prosegua, ma addirittura acceleri nei prossimi anni. Data la condizionalità del PNRR, che ci mette a disposizione poche risorse solo se rispettiamo pedissequamente le regole europee, nei documenti di finanza pubblica è scritto nero su bianco che il percorso di riduzione del debito pubblico – sospeso a causa della pandemia – riprenderà già tra il 2022 e il 2023. Riduzione del debito pubblico significa tornare ad applicare tagli allo stato sociale e alla sanità. Questo è il destino ineluttabile finché non sarà messa in discussione la scelta dell’Italia di restare all’interno del perimetro di compatibilità con le istituzioni europee. Rompere il dogma europeista appare necessario per invertire la tendenza alla mercificazione della sanità e per ricostruire un servizio sanitario nazionale universalistico e degno di questo nome.

È davvero ora di cambiare radicalmente rotta! Per questo è importante scendere massicciamente in piazza questo sabato a Roma. Ci vediamo lì.

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