Borsa a rendere: quando l’istruzione è questione di classe

La mitologia ci offre diversi esempi di fratelli tra loro in conflitto, dilaniati da tensioni che spesso sfociano in tragedie. Romolo e Remo, e Caino e Abele, sono forse i due esempi più celebri. In tempi molto più recenti, e quasi sottotraccia, Andrea e Pietro Ichino sono invece coinvolti in una sfida all’ultimo colpo a chi la dice più grossa, più reazionaria, più antipopolare. Con un contributo dato sul suo blog in occasione dell’ultimo 25 aprile, Pietro pensava verosimilmente di avere definitivamente vinto la partita. Una riflessione di Andrea Ichino (insieme a Daniele Terlizzese), uscita su ‘Il Foglio’ lo scorso sabato, rimescola invece le carte.

L’occasione è fornita dalle iniziative per l’Università introdotte dal Piano di Ripresa e Resilienza (PNRR) messo a punto dal Governo Draghi, il quale prevede di destinare 500 milioni di euro per borse di studio. 500 milioni di euro sono lo 0.03% del PIL italiano, una cifra al contempo assolutamente insufficiente e del tutto insignificante rispetto alle dimensioni del bilancio pubblico italiano. Questo fatto, però, non sembra scoraggiare Andrea Ichino, il quale ha un’idea: trasformare le borse di studio in un prestito, da restituire quando il borsista si sarà laureato, avrà trovato un lavoro e percepirà un reddito superiore ad una soglia minima. In questa maniera, proseguono i fautori della proposta, il bilancio dello Stato sarebbe sgravato dell’onere di dover provvedere, anno dopo anno, al finanziamento delle borse, per le quali si potrebbe invece attingere alle risorse che vengono gradualmente restituite da chi in passato ne è stato beneficiario. Un distillato puro di due miti, quello della scarsità delle risorse e quello del conflitto tra generazioni, cioè due dei capisaldi della teoria economica dominante: le risorse a disposizione, in un dato Paese, in una data economia, sarebbero date, limitate, non possono aumentare oltre un certo livello e quindi ogni euro in più alle borse di studio oggi sarebbe un euro sottratto, oggi o domani, ad altri impieghi altrettanto meritevoli, come ad esempio la sanità, la scuola, le pensioni. Da qui la necessità di contenere la spesa pubblica e tagliare tutto quello che si può tagliare. Tuttavia, si tratta di costrutti tutti ideologici, buoni esclusivamente a presentare l’austerità sotto una luce più accettabile. Se in un Paese aumenta la domanda aggregata, cioè se aumenta la spesa, come ad esempio la spesa pubblica, le risorse aumentano a loro volta, poiché aumenta il reddito generato dal Paese, senza alcuna necessità di togliere un euro da una parte per metterlo a disposizione di un’altra spesa, né oggi né domani. Ma ovviamente, sotto la patina di un argomento teorico, c’è molto di più.

Le borse di studio sono concepite per evitare che chi è privo di mezzi sia escluso a priori dalla possibilità di frequentare l’università. In altre parole, sono uno strumento che cerca di favorire la mobilità sociale e di prevenire che anche la formazione e l’istruzione siano un privilegio ereditario. Nella disgraziata situazione italiana, in virtù di precise scelte politiche, il sistema di diritto allo studio è drammaticamente sottofinanziato e contribuisce alla natura classista di tutto il percorso che conduce all’ingresso nel mondo del lavoro. Questo è il problema e si risolve aumentando in maniera sensibile il finanziamento pubblico, per poter avere sia un numero maggiore di borse di studio, sia un aumento dell’importo di ciascuna borsa. La ricetta di Ichino, invece, va esattamente nella direzione opposta. Lo studente o la studentessa che, pur provenendo da una famiglia con pochi mezzi economici e grazie anche a una borsa di studio, riesce a laurearsi e trovare un lavoro che garantisca un salario dignitoso, deve pagare per il ‘privilegio’ che le è stato accordato quando le è stato permesso di iscriversi all’università a spese dello Stato. Dietro al dichiarato tentativo di garantire alle casse pubbliche un risparmio meno che infinitesimale, si nasconde il desiderio di impartire una lezione, che denota nient’altro che odio di classe e avversione per ogni, pur minimo, tentativo di praticare una redistribuzione del reddito da chi ha molto a chi ha poco, dalle tasse del primo alla borsa di studio del secondo.

La proposta di Ichino e Terlizzese prevede anche che siano le Università stesse a farsi carico dei prestiti in questione, secondo la logica folle per cui, in questa maniera, gli Atenei avrebbero un incentivo in più a garantire percorsi di qualità e con maggiori probabilità di garantire ai propri studenti un lavoro ben remunerato. Lo sprone al miglioramento della didattica, quindi, dovrebbe passare per il timore dell’Università di non vedere mai la restituzione del prestito, cosa che si verificherebbe nel caso in cui lo studente non trovasse un lavoro o ne trovasse uno a basso salario. Allo stesso tempo, la disponibilità o meno di misure di (pseudo)supporto allo studio sarebbe subordinata in maniera cruciale alla disponibilità del singolo Ateneo ad assumersi il rischio di concedere un prestito e di affrontare il conseguente rischio di insolvenza dello studente. Il rischio, inoltre, sarebbe quello di borse concentrate in determinati percorsi universitari, verosimilmente quelli più tecnici e maggiormente cuciti addosso alle esigenze della classe padronale. Attraverso questo meccanismo l’istruzione diventerebbe pertanto ancor più legata a filo doppio alla professionalità: anziché un diritto, diverrebbe un mezzo necessario e vincolato all’attività lavorativa.

A corollario di questo progetto di attacco all’Università pubblica, gli autori invocano anche la rimozione dei vincoli che, ad oggi, impediscono agli Atenei di fissare rette inordinatamente alte e l’introduzione di una competizione tra Università per i migliori docenti, da attrarre tramite stipendi contrattati privatamente, al di fuori di vetuste – secondo gli autori – tabelle ministeriali. Non si tratta di misure particolarmente originali, ma semplicemente della riproposizione dei soliti echi di autonomia differenziata, con pochi  e ricchi poli di eccellenza, preferibilmente nelle aree avvantaggiate e più ricche del Paese, e il resto dell’Università pubblica abbandonata a se stessa.

Per giunta, con queste parole i due autori ci propinano, ancora una volta, un’idea del sistema economico stando alla quale migliori percorsi universitari sarebbero addirittura capaci di creare occupazione, aumentando le competenze e il grado di preparazione tecnica degli studenti (o, come piace dire a molti, accrescendo il capitale umano del Paese). Una visione del mondo che tuttavia fa a cazzotti con la realtà dei fatti. Gli ultimi dati Eurostat ci raccontano che 4 laureati su 10 in Italia fanno fatica a trovare un lavoro congruo al loro percorso a tre anni dal conseguimento del titolo. E non si tratta di una questione di scelte di piani di studio troppo naif, come la propaganda padronale vorrebbe farci credere: i dati OCSE ci mostrano come in Italia il 41% di coloro che possiedono un diploma di scuola superiore e/o un diploma di laurea triennale, abbia una formazione nell’area scientifica-tecnica, più di quanto accade in Germania (37%) e in Francia (35%).

Non ci voleva molto a capire, fin dall’intuizione di fondo, quanto la proposta Ichino-Terlizzese puzzasse di marcio. Ad un’attenta analisi, questa proposta, chiaramente ispirata al modello anglo-americano di finanziamento dello studio da restituire nei successivi 40 anni di lavoro, trasuda avversione di classe. Le borse di studio sono e devono restare uno strumento che permette di ridurre le difficoltà di accesso allo studio per chi non può permetterselo: sono, in altre parole, uno strumento pensato per non lasciar cristallizzare le differenze economiche e sociali tra ricchi e poveri, tra chi una laurea può comprarsela e chi, invece, non potrebbe nemmeno iscriversi al primo anno di Università.

Scuola e Università devono essere innanzitutto una possibilità per gli studenti di crescere dal punto di vista personale e sociale, nonché di sfamare la propria curiosità intellettuale. Questa proposta è uno dei tanti tentativi di declinare l’istruzione in formazione lavorativa, mettendola in questo modo al servizio del profitto. Istruzione e formazione, invece, dovrebbero restare ben separate, con la seconda che dovrebbe ricadere sulle spalle delle imprese. La battaglia contro lo sfruttamento si combatte anche nella scuola, e passa per il rifiuto di proposte classiste, come quella di Ichino, che vanno contro l’idea di un’Università libera, pubblica e accessibile a tutti.

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