Attenti a Lupi: il Governo all’assalto finale del reddito di cittadinanza

Sono passati pochi mesi dall’insediamento del governo Meloni, ma l’esecutivo è già riuscito a mostrare tutto il suo armamentario contro poveri, disoccupati, pensionati e lavoratori. Chi si era illuso che un governo politico, seppur di destra, potesse essere migliore, dal punto di vista dei diritti dei lavoratori, di un governo tecnico, aveva fatto male i suoi conti. Dalle pensioni al fisco, l’esecutivo è riuscito a mostrarsi non solo come un responsabile scolaretto, pronto ad adeguarsi alla disciplina di bilancio imposta dalle istituzioni europee, ma è riuscito (e non era facile) a fare anche peggio del governo Draghi. Tanti provvedimenti, dunque, hanno mostrato la natura antipopolare del governo Meloni, ma c’è un campo nel quale la destra sta mostrando i denti in maniera particolarmente feroce. Si tratta del reddito di cittadinanza, una misura da spolpare il più possibile, al fine di neutralizzarne qualsivoglia effetto positivo sul potere contrattuale dei lavoratori, fino alla definitiva abolizione.

Il governo e la maggioranza che lo sostiene avevano già reso evidente questa volontà con il testo originario del disegno di legge di bilancio presentato alla Camera. Per il 2023, il ddl prevedeva infatti che per una buona parte dei percettori del reddito di cittadinanza (fatti salvi i nuclei con over 60, minorenni e disabili), il numero di mensilità massime venisse ridotto da 12 a 8. Inoltre, dal 2024 il RdC viene abolito (con la “promessa” di una nuova forma di sostegno al reddito, per ora soltanto annunciata). Infine, dopo la prima offerta lavorativa rifiutata (e non più dopo due) si perde il diritto al reddito (RdC).

Evidentemente, però, queste modifiche non sono sufficienti a placare le pulsioni punitive della maggioranza di governo nei confronti dei percettori di RdC. Nella discussione parlamentare, infatti, sono stati approvati alcuni emendamenti che modificano in senso ancora più restrittivo l’impatto della riforma.

In primo luogo, il numero massimo di mensilità per il 2023 viene ridotto da otto a sette. In secondo luogo, l’erogazione del RdC viene condizionata, per i beneficiari di età compresa tra i 18 e i 29 anni, all’assolvimento dell’obbligo scolastico; in assenza di questa condizione, i beneficiari devono iscriversi e frequentare corsi di istruzione di primo livello. In terzo luogo, viene eliminato anche il riferimento alla “congruità” delle offerte di lavoro valide ai fini della decadenza dal RdC (questa ultima parte, come vedremo tra poco, sarà però rimandata a gennaio e a un provvedimento apposito).

Analizzando punto per punto i tre emendamenti approvati, il classismo del governo in carica e della maggioranza emerge in maniera incontestabile.

Veniamo al primo punto, quello della riduzione da otto a sette mesi della durata massima del beneficio per il 2023. L’obiettivo di questa modifica è quello, puro e semplice, di raccattare risorse da utilizzare per altri fini senza andare minimamente a intaccare i sacri equilibri di bilancio. Risorse, peraltro, limitate, perché i risparmi derivanti da questo emendamento sono pari a 215 milioni, di cui soltanto una parte minima (2 milioni) viene destinata all’incremento del fondo per l’assegno unico e universale per figli a carico. Eppure, nonostante la portata limitata, che si limita a sottrarre un altro po’ di fondi a una risorsa già destinata a scomparire, questa modifica alla legge di bilancio porta con sé un messaggio che abbiamo già sentito mille volte. Un messaggio che alimenta le contrapposizioni tra diverse categorie di cittadini, senza mettere in discussione la favoletta della scarsità delle risorse. In questo caso, i percettori di reddito di cittadinanza vengono dipinti come immeritevoli destinatari di preziose risorse pubbliche, risorse che vengono tolte a costoro e dirottate verso il più meritevole impiego dell’assegno unico. Un messaggio che è stato declinato in più modi, sempre odiosi: percettori di reddito di cittadinanza contro pensionati, pensionati retributivi contro pensionati contributivi, pensionati contro lavoratori giovani, e così via…

Quanto all’emendamento che condiziona l’erogazione del RdC all’assolvimento dell’obbligo scolastico, quest’ultimo sembra aver accolto una proposta che, all’epoca, sembrò poco più che una boutade propagandistica del ministro dell’Istruzione Valditara. Questa novità è particolarmente odiosa perché colpisce, mascherata dietro le sembianze della punizione caritatevole e di buon senso, proprio quella parte della popolazione che più avrebbe bisogno di risorse per portare avanti una vita quantomeno dignitosa. Se, infatti, l’obbligo scolastico non viene rispettato, è perché evidentemente le condizioni di vita di una famiglia sono particolarmente dure. Da un lato, vi è la necessità di mandare quanto prima i figli a lavorare, perché sono bocche da sfamare e le entrate non bastano. In questo caso, la scuola è vista come un lusso insostenibile. Dall’altro vi è, per l’appunto, la percezione dell’istruzione come un qualcosa di inutile, se non dannoso. Una percezione che è più diffusa proprio nelle famiglie a più basso reddito. Il classismo di questa modifica, quindi, si mostra in maniera disgustosa e lampante, insieme a una smisurata dose di malafede che prova a far passare un fallimento del sistema scolastico tutto – l’abbandono – come una colpa individuale da raddrizzare a colpi di ricatti. Inoltre, poiché il problema dell’evasione scolastica è notoriamente più diffuso nel Mezzogiorno, la proposta approvata va a solleticare anche quella parte dell’opinione pubblica (e di padronato) che ha sempre visto il RdC come una regalia elargita all’improduttivo e divanista Sud.

Veniamo, infine, all’ultimo emendamento. L’introduzione del RdC nel 2019 era collegata a una serie di condizionalità. Una di queste consisteva nel fatto che il percettore di RdC avrebbe dovuto accettare, al fine di non perdere il diritto al beneficio, una di tre offerte di lavoro “congrue”. La congruità delle offerte di lavoro in questione veniva definita in funzione della distanza dal luogo di residenza e della retribuzione. Per farla breve, la retribuzione non doveva essere inferiore a una certa soglia e la distanza dal luogo di residenza non doveva superare un certo chilometraggio (crescente in funzione del numero di offerte congrue rifiutate). Nel tempo, il concetto di congruità è stato modificato in senso più stringente per i lavoratori. Ad esempio, il numero massimo di offerte congrue che era possibile rifiutare è passato da tre a due con il governo Draghi. Inoltre, se prima occorreva che l’offerta passasse per i centri per l’impiego, adesso è sufficiente che un datore di lavoro proponga un’offerta congrua al percettore di RdC. Adesso, con la legge di bilancio, diventa sufficiente rifiutare un’offerta di lavoro congrua per essere privati del RdC.

Ciò che non era mai cambiato era il riferimento alla congruità dell’offerta, che doveva avere i requisiti sopraelencati e prevedere una retribuzione, nel caso di lavoro a tempo pieno, pari ad almeno 858 euro (la massima cifra ottenibile in un mese da un singolo soggetto sotto forma di RdC più il 10%). È proprio l’eliminazione dei criteri di congruità l’ultimo succulento boccone che l’esecutivo Meloni intende offrire al padronato nostrano. Da quel che sta emergendo in queste ore pare che, a causa di sciatteria e insipienza, il governo si vedrà costretto a rimandare a gennaio e a un provvedimento apposito l’effettiva entrata in vigore di questa ultima misura. La minaccia, però, è solamente rimandata di poche settimane e particolarmente violenta nei suoi contenuti. La sostanza è semplice: sarà sufficiente una qualsiasi offerta di lavoro a norma di legge per far perdere il beneficio. Questo vuol dire che il RdC perde anche quella poca efficacia che era sopravvissuta alle varie riforme nel ridurre lo stato di necessità dei disoccupati. Vale, infatti, la pena di ricordare per quale ragione il RdC sia così sgradito ai padroni. Dare a un disoccupato le risorse per sopravvivere mette lo stesso in una condizione (leggermente) migliore sul mercato del lavoro rispetto a una situazione in cui tale sostegno è assente. Senza alcun sostegno, infatti, il disoccupato, pur di avere di che sopravvivere, è costretto ad accettare qualsiasi offerta di lavoro, anche la più degradante. Con il RdC, può permettersi di rifiutare offerte estremamente misere, seppur con tutti i limiti legati a questa misura. È questo aspetto a essere così sgradito agli imprenditori che hanno, al contrario, tutto l’interesse a trovarsi davanti una forza lavoro senza tutele, disposta ad accettare tutto pur di avere i mezzi per sopravvivere.

Poco conta che, nella fretta di bastonare i percettori di RdC, sia stato fatto un pasticcio che rende ad ora inefficace la modifica. Lupi, principale sponsor della riforma, sottolinea che la volontà politica c’è tutta e che sarà presto seguita da una misura correttiva apposita: “Se rifiuti un lavoro, perdi il RdC. Punto”.

Punto, quindi. Pietra tombale su una misura che, lungi dall’essere perfetta, aveva costituito, forse anche contro le intenzioni di chi l’aveva introdotta, un argine, seppur minimo, all’arbitrio degli imprenditori nel decidere retribuzioni e condizioni di lavoro. Andando oltre i più sfrenati sogni del governo Draghi, Meloni e la sua banda affossano definitivamente il Reddito di Cittadinanza, accontentando contemporaneamente i padroni, i sostenitori della disciplina di bilancio e coloro che non avevano mai digerito un sostegno economico minimo dato a soggetti, va ricordato, in estreme situazioni di precarietà socioeconomica.

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