La mossa di ENI sui carburanti non è un gesto generoso ma una farsa ben congegnata

Da lunedì 28 settembre, nelle stazioni della rete Enilive, la benzina non può superare 1,99 euro al litro e il gasolio 2,19. Secondo Eni, la misura porta i prezzi circa 17 centesimi sotto i livelli medi. Durerà inizialmente trenta giorni, ma potrà essere prorogata fino a fine anno in base all’andamento del mercato e degli approvvigionamenti. Il Governo ha ringraziato l’azienda per l’iniziativa. Vale la pena ricordare che Eni è controllata dallo Stato. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, direttamente (2,166%) e attraverso Cassa Depositi e Prestiti (30,918%), ne detiene il 33,08% del capitale.

Per l’automobilista il sollievo è modesto. Per capire il senso dell’operazione, però, conviene guardare i numeri dal punto di vista di Eni. Partiamo da quanto le costa. Secondo gli analisti di Equita, l’impatto sarà tra 85 e 100 milioni di euro per ogni mese di applicazione, e potrebbe arrivare a 250 o 300 milioni se il tetto restasse in vigore per tutto l’ultimo trimestre dell’anno. Queste stime diventano però modeste e irrisorie se le si confronta con quanto Eni sta guadagnando quest’anno e ha guadagnato negli anni scorsi.

Nel piano strategico presentato a marzo 2026, Eni prevedeva per il 2026 un flusso di cassa operativo di 11,5 miliardi di euro, ipotizzando un prezzo del petrolio di 70 dollari al barile, in linea con la media di gennaio e febbraio 2026. Poi la crisi in Medio Oriente ha fatto salire i prezzi dell’energia, e a luglio la società ha alzato la stima a 15 miliardi, con uno scenario di 85 dollari al barile. Sono 3,5 miliardi in più del previsto, arrivati nel giro di pochi mesi, e il costo massimo del tetto su benzina e gasolio ne rappresenta meno di un decimo. Anche gli utili raccontano la stessa storia. Nel secondo trimestre del 2026 l’utile netto (adjusted) è più che raddoppiato, passando da 1,13 miliardi nel secondo trimestre del 2025 a 2,33 miliardi di euro, con un aumento del 106%. Nell’intero primo semestre ha raggiunto 3,64 miliardi, contro i 2,55 dello stesso periodo del 2025, con una crescita del 43%.

Viene allora da chiedersi da dove arrivino questi profitti, visto che il rincaro del petrolio ha fatto salire i costi per chiunque lo compri per raffinarlo e distribuirlo. La risposta è che Eni non si limita a produrre benzina, gasolio e altri derivati, né a venderli attraverso i distributori Enilive. Eni è anche uno dei principali produttori di petrolio e gas al mondo, e per chi estrae il prezzo del greggio non è un costo ma un ricavo. È infatti proprio dall’estrazione che arriva la quasi totalità dei suoi utili. Nel 2025, su 12,22 miliardi di euro di utile operativo, 11,16 provenivano dal settore dell’estrazione, cioè oltre il 90%. Enilive, che gestisce i distributori di carburante, e Plenitude, che vende luce e gas alle famiglie, hanno realizzato insieme 1,21 miliardi. I guadagni dell’estrazione nascono dalla vendita di petrolio e gas sui mercati internazionali, in gran parte fuori dall’Italia. Il tetto ai prezzi ricade invece sulla vendita alle pompe, che all’interno del gruppo rende molto meno e occupa una parte molto piccola delle sue attività. Anche nel 2026 la distanza resta enorme. Nel primo semestre Enilive ha realizzato 433 milioni di euro di utile operativo (rispetto ai 224 milioni di euro del primo semestre 2025, +93%), mentre l’estrazione ne ha prodotti 8,13 miliardi. 

Quanto costa a Eni produrre un barile di petrolio? Nel suo piano strategico la società dichiara che i propri giacimenti hanno un cash breakeven inferiore a 30 dollari al barile. Il cash breakeven è il prezzo, calcolato da Eni, al quale i ricavi della vendita del greggio bastano a coprire le spese e gli investimenti per estrarlo, comprese di norma le imposte e le royalty versate ai Paesi produttori. Ogni dollaro in più (rispetto ai 30 dollari al barile) si traduce in buona parte in margine per l’azienda. Nello stesso documento Eni fornisce un secondo dato, forse ancora più eloquente. Nella media degli anni tra il 2026 e il 2030, al gruppo basta un petrolio sotto i 35 dollari al barile per pagare con le vendite effettuate sia gli investimenti realizzati sia il dividendo ordinario agli azionisti. Quest’anno, secondo i dati raccolti dalla Federal Reserve di St. Louis, il greggio è passato dai circa 70 dollari di gennaio e febbraio a una media di circa 98 dollari tra marzo e agosto 2026, con un picco mensile di oltre 117 dollari ad aprile. È un prezzo più di tre volte superiore alla soglia di pareggio dichiarata da Eni (30 dollari), e su ogni barile estratto i profitti sono di conseguenza molto elevati.

A questo punto la domanda diventa politica. La scelta di Eni si presta a due letture, che non si escludono a vicenda. La prima riguarda la concorrenza. Forte dei profitti dell’estrazione, Eni può permettersi di vendere carburante a prezzi che molti concorrenti faticano a sostenere. I distributori indipendenti, che secondo la loro associazione rappresentano oltre un terzo della rete italiana, comprano il carburante all’ingrosso a prezzi di mercato. Secondo Assopetroli-Assoenergia, rischiano di dover vendere in perdita pur di non perdere clienti. Se alcuni di loro non dovessero reggere, a guadagnarci sarebbero i grandi gruppi, in grado di assorbirne quote di mercato e impianti. È una dinamica tipica dei mercati oligopolistici, in cui pochi grandi operatori finiscono per allinearsi sugli stessi prezzi e per rafforzarsi a spese dei più piccoli. Non a caso, con IP che ha applicato gli stessi prezzi su una parte della sua rete e Q8 che si prepara ad aderire dal 1° ottobre, c’è già chi parla di un cartello di fatto, favorito dal Governo, e solleva dubbi sul rispetto delle regole sulla concorrenza (un problema Antitrust). Una maggiore concentrazione potrebbe non essere un problema se le imprese del settore fossero pubbliche e interamente controllate dallo Stato. Essendo però in larga parte private, rischia di tradursi negli anni successivi in minore concorrenza, prezzi più alti e profitti maggiori per pochi. La seconda lettura riguarda le possibili implicazioni di questa misura sulla famigerata tassa sugli extraprofitti: il Governo chiede da mesi all’UE di intervenire, per non doversi intestare una misura invisa a uno dei suoi tre padroni. L’UE, dal canto suo, se ne lava le mani e risponde che ogni stato può far da sè, seguendo l’esempio del Portogallo. Sorge dunque, legittimo, il dubbio che questa manovra da parte di Eni, che le risulterebbe assai indolore, costando soli 300 milioni se estesa fino a fine anno, avrebbe lo scopo di porre una pietra tombale sulla tassazione degli extraprofitti, senza che ne gravi l’onta sul Governo. 

Se per l’ENI, dunque, si tratta di una mossa di poco impatto economico e molto impatto mediatico, e per il Governo di un grande assist demagogico, questa misura soddisfa molto meno chi vive di un reddito fisso. Secondo la CGIA di Mestre, infatti, anche con questi nuovi prezzi, chi fa rifornimento alle pompe Eni paga la benzina il 19,2% e il gasolio il 27,3% in più rispetto al 27 febbraio, prima dell’inizio del conflitto. Sul gasolio, inoltre, il tetto coincide con il ridimensionamento del taglio delle accise deciso dal Governo. Il 16 settembre il Consiglio dei Ministri ha prorogato la misura, riducendone però l’entità. Lo sconto, che era di 17,1 centesimi al litro, è sceso a 12,2 centesimi dal 18 al 25 settembre e a 6,1 centesimi dal 26 settembre al 5 ottobre. In pratica, una parte dello sconto offerto da Eni viene assorbita dal minore sconto fiscale concesso dallo Stato. E poiché, come precisa la stessa Eni, il tetto è legato all’agevolazione sulle accise in vigore, quando lo sconto fiscale finirà anche il tetto potrebbe cambiare.

C’è poi un aspetto che riduce ulteriormente la portata della misura. Il tetto vale soltanto per il carburante venduto alle pompe, mentre resta escluso il mercato all’ingrosso, da cui si riforniscono autotrasporto, agricoltura, pesca, industria e gli stessi distributori indipendenti. Sono proprio i settori attraverso cui il costo del gasolio si trasmette ai prezzi dei beni di consumo, dal trasporto delle merci alla produzione alimentare. L’effetto della misura sull’inflazione rischia quindi di essere molto limitato, e i primi dati vanno in questa direzione. Nel primo giorno di applicazione l’impatto sulla media nazionale dei prezzi è stato minimo. Un intervento che raggiunge l’automobilista ma non il camion che porta le merci al supermercato, né il trattore che ara i campi in cui si coltivano gli ortaggi che consumiamo, ha un valore solamente simbolico e rafforza l’impressione di una misura pensata più per la demagogia che per contenere davvero il costo della vita.

Il calendario elettorale rende questa lettura ancora più plausibile. Manca circa un anno alle elezioni politiche, previste nel 2027, e il Governo sta preparando la legge di Bilancio. Il copione è chiaro. Il Governo, fiero paladino dell’austerità, è concentrato soprattutto a tenere in ordine i conti pubblici e non vuole fare nulla di strutturale per il potere d’acquisto delle famiglie. Anzi, sta riducendo anche gli aiuti già in vigore. Invece di intervenire di più, chiede aiuto alle grandi compagnie energetiche, con un appello partito direttamente da Palazzo Chigi. Del resto, nessuno ha toccato i loro guadagni straordinari di quest’anno, e un gesto in cambio era il minimo. Il Governo può così mostrare prezzi calmierati sulla benzina e il diesel senza spendere un euro, ed Eni allontana qualsiasi ipotesi di una tassa sugli extraprofitti, a cui il Governo non ha comunque mai pensato davvero. Nel frattempo, i redditi delle famiglie languono, i salari restano al palo e l’inflazione continuerà a mordere il loro potere d’acquisto ancora nei prossimi mesi.

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