I ricatti di Confindustria

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In questo periodo la nostra attenzione è rivolta principalmente a notizie dai toni drammatici per l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, e così potrebbero sfuggirci quelle apparentemente insignificanti ma che nascondono, tuttavia, messaggi davvero miserabili. Rientra in questa seconda categoria una recente intervista a un oscuro rappresentante del padronato, tale Luciano Vescovi (presidente di Confindustria Vicenza), che strepita per richiedere l’apertura delle fabbriche il prima possibile. Dietro quella maschera di ingannevole buonsenso, le dichiarazioni di Vescovi dimostrano in maniera plastica come funziona il ricatto del debito e come questa arma venga usata dai padroni.

Sbandierando inizialmente promesse di totale sicurezza, quando gli si fa notare che al Nord vi è la stragrande maggioranza dei contagi, la risposta di Vescovi prende completamente un altro binario: “Le imprese concentrate nel Nord sono quelle che tengono in piedi l’Italia”. A fargli da eco, Marcella Panucci, direttore generale di Confindustria (toh, che coincidenza!), dichiara sul sito di Fondazione Leonardo – Civiltà delle Macchine: “Una cosa è la salute, un altro fatto importante è però il benessere. Il diritto alla salute va chiaramente tutelato, ma c’è anche il lavoro che è a fondamento della Repubblica. Il lavoro senza salute non è possibile, ma non c’è salute senza lavoro“.

Quindi, in realtà, la salute e la sicurezza dei lavoratori non sono poi così importanti. Di cosa vogliamo stupirci? Anche in condizioni “normali”, registriamo più di 3 morti sul lavoro al giorno in Italia, senza che ciò disturbi minimamente il sonno dei padroni.

Il motivo dunque della riapertura ha esclusivamente carattere economico. Ma qui c’è tutta la capacità degli omini grigi, al soldo della classe dominante, di presentare tale richiesta come un qualcosa di necessario per il Paese, un qualcosa di cui tutti in realtà avremmo bisogno. Perché, dice Vescovi, “le casse dello Stato sono vuote: siamo indebitati al 140%, tra un po’ potrebbero non esserci persino i soldi per pagare i dipendenti pubblici e le pensioni“. La coperta è corta. Se tu, Stato, vuoi pagare la cassa integrazione ai lavoratori – che altrimenti si ritroverebbero senza uno stipendio perché le imprese li avrebbero già licenziati – finirai presto i soldi e non potrai pagare le pensioni o gli stipendi degli stessi dipendenti pubblici. E non puoi pensare di poterti indebitare ulteriormente, il debito è già “troppo alto”, non ci provare. Ammettilo, Stato, che non puoi pensare di tutelare gli interessi di tutti i lavoratori. Lascia che ci pensi qualcun altro.

E qui arrivano in soccorso i padroni, veri eroi della patria, con un accorato appello: visto che lo Stato non può pagare la cassa integrazione, almeno lasci che le imprese ricomincino a produrre, e di conseguenza che i lavoratori tornino a lavorare così che possano percepire un regolare stipendio senza gravare sui conti pubblici. Ci vorrebbero far credere che, in fondo, ci stanno aiutando, facendo la carità ai lavoratori e togliendo un peso allo Stato. Quindi, i padroni vorrebbero riaprire le imprese non per i loro interessi privati, bensì per un obiettivo più elevato. Ecco qui che i padroni diventano i datori di lavoro, i lupi diventano agnelli. Subdoli.

Tutto ciò altro non è che il solito vergognoso tentativo di nascondere il semplice desiderio di arricchirsi, laddove arricchirsi all’interno del capitalismo significa sfruttare, non solo i lavoratori, vergognandosi di presentarlo come tale. E lo fanno reiterando la solita menzogna del “siamo tutti sulla stessa barca e ci salviamo tutti insieme”, la stessa falsa dialettica con cui, da secoli, ingannano le classi subalterne.

Dietro dunque le apparenti preoccupazioni di Vescovi per le sorti delle casse pubbliche, c’è una minaccia bella e buona per disciplinare lo Stato e gli stessi lavoratori. Rileggendole con le lenti della lotta di classe, quelle stesse parole ora assumono un significato diverso: per la classe padronale, lo Stato non deve più di tanto intromettersi nell’economia, e qualora volesse provarci finirebbe molto male.

Così, se lo Stato non può intervenire nell’economia, il capitale scorrazza libero e felice nel “mercato del lavoro”. Senza le adeguate tutele, i lavoratori sono vulnerabili e devono arrendersi ai desideri dei loro padroni. E se anche ci fosse il rischio di morire, non importa. Che se poi gli operai muoiono vanno in Paradiso: “un pezzo, un culo” ripeteva come un mantra Lulù, mentre lavorava a ritmi incessanti. Chiosa, infatti, Vescovi sulla riapertura delle librerie: “non è il momento di pensare ancora alla vita sociale”, sottintendendo così una visione aberrante della vita del lavoratore fatta di casa-lavoro-casa con la totale privazione della dimensione sociale, come se andare a lavorare non fosse un rischio mentre uscire per altri motivi, magari con le dovute precauzioni, lo dovesse essere per forza.

Dall’intervista di Vescovi si capisce bene come la visione liberale di uno Stato minimo o “guardiano notturno” sia funzionale alla tutela degli interessi dei capitalisti. Nel contesto europeo lo Stato minimo a tutela del profitto si struttura in modo automatico dentro i vincoli tracciati dai trattati che bandiscono di fatto la possibilità degli Stati membri di adottare politiche fiscali espansive dotate della sufficiente intensità per la tutela di obiettivi occupazionali e di fornitura di servizi pubblici ai cittadini. Del resto, lo stiamo vedendo con chiarezza nelle condizioni di estrema emergenza di questi mesi: la linea perseguita dell’UE è sempre la stessa, quella di limitare drasticamente l’intervento dello Stato nell’economia con piccole concessioni ben dosate ed in seguito pagate ad un elevatissimo prezzo in termini di prosecuzione e intensificazione dell’austerità negli anni futuri.

Dunque, i lavoratori sono stretti nella morsa di una vera e propria tenaglia. Da un lato i padroni che si preoccupano solo di arricchirsi sempre più, dall’altro l’architettura istituzionale dell’Unione Europea, che arma la mano del Vescovi di turno fornendo sostanza e peso alla sua farneticazione, perché altro non è che una farneticazione. La minaccia di un debito pubblico troppo elevato rimarrebbe un semplice esercizio di retorica liberista se non fosse per le conseguenze reali che un Paese membro dell’UE è costretto a subire. Un meccanismo perfettamente oliato che mette alle corde un Paese. Perché quando un Paese si trova al di fuori dei parametri di Maastricht, la BCE ha la facoltà di lasciarlo in balia dei mercati finanziari, sotto la minaccia dello spread, permettendo speculazioni enormi che portano i tassi d’interesse dei titoli pubblici a livelli insostenibili che di fatto mette in crisi l’intero sistema Paese (come nel caso esemplare della Grecia). Questo è il ricatto del debito esercitato dall’Unione Europea, un’arma potentissima nelle mani dei padroni come ci dimostra l’intervista di Vescovi.

Se vogliamo uscire da queste logiche, dobbiamo ribaltare la prospettiva attraverso cui vedere il debito pubblico, andare oltre il mito per cui le risorse sono finite e che non ci sono i soldi. Questi argomenti, come abbiamo visto, rappresentano la retorica della classe dominante perché trasforma questioni politiche in presunti stati di necessità. Invece, lo Stato può e deve intervenire nell’economia, non solo per fermare le crisi economiche, ma per perseguire obiettivi di piena e buona occupazione, per garantire adeguati ammortizzatori sociali e tutele sulla salute e sicurezza dei lavoratori.

Né la voce di Confindustria né quella della Commissione Europea riflettono gli interessi della collettività. Proteggiamo i lavoratori e i cittadini tutti adottando strategie che non siano condizionate né dai vincoli del profitto degli industriali e delle banche, né dai vincoli di finanza pubblica della Commissione Europea che si sposano con i primi in un matrimonio perfetto che soffoca la vita materiale della stragrande maggioranza delle persone.

 

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