Piano Colao: Confindustria detta, i tecnici scrivono

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Alla fine la montagna ha partorito un topolino: il “comitato di esperti in materia economica e sociale” presieduto da Vittorio Colao, già amministratore delegato di Vodafone, ha consegnato al governo il Piano di rilancio deputato a dettare la linea sull’uscita dalla crisi. Certo, le reazioni del mondo politico non sono state quelle attese. I partiti che compongono la maggioranza di Governo – con l’eccezione di Italia Viva – hanno reagito con freddezza al Piano Colao, il cui destino è a questo punto incerto. Sarà davvero la base di partenza su ci si articolerà il piano di ‘riforme’ da presentare all’Europa per avere accesso al già famoso Recovery fund (ora Next Generation EU)? Oppure finirà riposto e dimenticato in un cassetto?

La risposta è ancora incerta, ma non per questo è meno importante analizzarne il contenuto.  D’altronde, l’entusiasmo scatenato in Salvini e nella Lega, fino alle bizzarre esternazioni della macchietta Bagnai (maestra, maestra, mi hanno copiato il piano!!!), fornisce un’utile indicazione di quanto le linee guida contenute nel Piano Colao siano in linea con i desiderata del padronato del nostro Paese. Proviamo, quindi, ad andare al di là del circo quotidiano offerto dalla politica nostrana, per analizzare l’impianto generale ed alcune delle misure cruciali contenute in questo catalogo degli orrori.

Si parte a bomba. La prima proposta (1.i) è lo scudo penale a favore delle imprese in caso di contagio Covid dei propri dipendenti: detta così sembrerebbe già sufficiente per chiudere tutto e dare fuoco al malloppo. Lo scudo esclude la responsabilità penale per quelle aziende che, nominalmente, rispettano e hanno rispettato le norme in materia di sicurezza, pattuite tra parti sociali. Questo implica che l’adempimento formale degli obblighi circa le misure organizzative anti-contagio metterebbe al riparo le imprese da tutte le inadempienze che potrebbero venirsi a creare dopo l’adempimento degli obblighi formali. Senza dimenticare che gli adempimenti stessi implicano comunque uno standard di sicurezza piuttosto blando, imposto dall’esigenza del padronato nostrano di non interrompere la produzione anche quando questo rappresentava una delle principali fonti di diffusione della pandemia, soprattutto nelle zone a maggiore densità industriale della Lombardia. Altra questione rilevante riguarda la seconda parte della proposta, ossia una defiscalizzazione di misure quali straordinari o lavoro nei festivi, legati all’adozione delle nuove norme di sicurezza e distanziamento. Siamo alle solite, verrebbe da dire: l’ostilità delle imprese italiane alle spese per la sicurezza sul lavoro si trasforma negli strepitii di Confindustria, immediatamente recepiti tra le raccomandazioni dei tecnici.

Un’altra proposta in linea con quanto Confindustria comanda è la (1.iii), che estende la deroga del Decreto Dignità, già introdotta col Decreto Rilancio. Si raccomanda, infatti, la possibilità di rinnovare i contratti a termine, compresi quelli di somministrazione, oltre i 24 mesi – insomma, un terzo rinnovo senza causali – e di congelare il periodo che va dall’inizio del contagio a fine anno ai fini del computo del periodo massimo di 24 mesi complessivi. Le ragioni di questo allentamento sarebbero da trovare nella grande incertezza che segnerà i prossimi mesi. In questo scenario, l’unica soluzione individuata per evitare l’interruzione dei rapporti di lavoro non può che essere l’estensione ad libitum della precarietà lavorativa. Un’idea innovativa, non c’è che dire.

In questa classifica degli orrori, non possiamo non menzionare la proroga delle concessioni in settori quali Autostrade, gas etc. (24). Il discorso è a suo modo lineare, nel documento: molti contratti stanno andando a scadenza e, data “l’incertezza di ritorno economico”, le circostanze non consentirebbero ai concessionari privati di implementare gli investimenti necessari anche solo per mantenere le infrastrutture in sicurezza. Certo, il piano rimarca grottescamente che l’estensione delle concessioni deve essere condizionata all’attuazione di un piano di investimenti. Il caso di Autostrade per l’Italia, in questo senso, è emblematico. Nonostante la società abbia realizzato utili per più di 12 miliardi dal 2003, i necessari investimenti di manutenzione infrastrutturale hanno languito ignobilmente e sono tutt’ora oggetto di una vergognosa negoziazione, alla faccia della strage del Ponte Morandi e della morte di 43 persone innocenti. Che fare quindi, nazionalizzare le Autostrade? Non scherziamo, è meglio prorogare – grossomodo sulla fiducia – le concessioni e garantire la sete di profitto dei privati.

Uno tra i capitoli più osceni è forse quello relativo a Scuola, Università e ricerca. L’idea che riecheggia in ciascuna proposta è una sola: l’istruzione deve servire il mercato. A tal fine, si suggerisce di stimolare una maggiore competizione tra le Università per accaparrarsi i finanziamenti dei privati. Inoltre, sebbene il Piano a parole dichiari il contrario, traspare chiaro il disegno di segmentare l’istruzione superiore in atenei di serie A e di serie B, corredato di chiacchiere sul “premiare l’eccellenza”. Oltre al danno, anche la beffa. Dopo aver riconosciuto gli enormi danni fatti da decenni di sottofinanziamento della ricerca e istruzione pubblica, cosa propone in concreto il Piano? La soluzione starebbe in “una campagna di volontariato che affianchi le strutture pubbliche nel supporto della formazione”. Non investimenti, ma la “solidarietà nei momenti difficili da parte degli italiani”. Al posto di proporre un aumento dei fondi pubblici necessari a realizzare una buona scuola e una ricerca scientifica all’altezza degli interessi della collettività, il Piano Colao suggerisce di affidarsi al mecenatismo delle grandi imprese, che avrebbero così un’occasione d’oro di autocelebrarsi come salvatrici del bene pubblico e al contempo entrare a gamba tesa nella definizione delle priorità per l’istruzione e la ricerca scientifica.

Un altro filone inquietante è quello relativo alla disoccupazione e alle sue presunte cause. Il copione sembra lo stesso di sempre: il sistema educativo contribuisce a determinare un’offerta di lavoro inadeguata rispetto alle esigenze delle imprese. Insomma, il lavoro ci sarebbe e la disoccupazione non è altro che una colpa individuale, da ascrivere all’incapacità di disoccupati e studenti di acquisire le abilità necessarie per svolgere adeguatamente i molti lavori disponibili. Questi cialtroni di professione, che rappresentano un pezzo importante della classe dirigente del nostro Paese, si dimenticano che la disoccupazione italiana, prima dell’esplodere della crisi, era di circa 3 milioni di persone e che i posti vacanti erano intorno alle 200 mila unità. Ciò semplicemente implica che, anche se tutti i disoccupati avessero le competenze professionali tanto volute da Confindustria, il posto di lavoro per tutti i disoccupati non ci sarebbe comunque. Quindi, non riconoscendo che il problema è proprio l’assenza di un adeguato numero di posti di lavoro, frutto in larga misura dalle politiche di austerità degli ultimi decenni, il Piano Colao propone di introdurre un sistema nazionale di orientamento (81) che “concili le aspettative dei giovani sul futuro con le trasformazioni del sistema socioeconomico”, in modo da garantire “lo sviluppo del capitale psicologico (curiosità, coraggio, ottimismo realistico, speranza) […], di soft e smart skills”. Come dire, siete dei disperati, ma immaginatevi di nuotare nell’oro… Da qui in avanti il tema prende una piega inaspettata e finisce nel fantasy, quando si rileva l’importanza “di una prospettiva ‘Lifelong’” e di “interventi di Awareness/Activation/Participation per docenti, famiglie, studenti, aziende, mondo del lavoro e policy makers, per la co-costruzione di buone visioni del futuro”. A tratti il documento lascia davvero senza parole, ma la questione rimane sempre quella: colpevolizzare i lavoratori di non essere all’altezza delle grandi sfide che la classe padronale sta portando eroicamente avanti nel nostro Paese.

Il documento suggerisce un ulteriore un passo verso l’abisso, quando affronta il tema del cosiddetto ‘reshoring’, cioè il tentativo di riportare in patria le attività produttive che hanno delocalizzato all’estero. Le nostre meravigliose imprese non hanno solo lavoratori poco qualificati, ma pagano troppe tasse e stipendi altissimi. Per evitare che queste continuino a portare la produzione in Paesi dove il costo del lavoro è molto più basso o in cui si pagano meno tasse (ad esempio l’Olanda), Stato e lavoratori devo fare e dare di più: abbassare le tasse e tagliarsi gli stipendi. Gli ultimi decenni, che hanno mostrato come una crescente erosione dei salari e una maggiore precarietà del mondo del lavoro non abbiano favorito alcun tipo di crescita economica e di investimento privato, sono passati invano. Il mantra del padronato è sempre lo stesso: per crescere si devono comprimere i salari e precarizzare il lavoro, altro tema al quale il Piano allude in maniera codarda quando fa riferimento al mercato del lavoro da riformare (siamo sicuri almeno che la Commissione Europea, sempre prodiga nel suggerire riforme e nel subordinare ad esse ogni forma di sostegno, abbia apprezzato).

Quando però si tratta di dover proporre qualcosa per lo sviluppo del sud Italia, il Piano Colao risolve la questione meridionale alla ‘Briatore’, proponendo la costruzione di Grandi Poli (in maiuscolo nel testo) turistici. Nessuna menzione di piani per l’industrializzazione e per il recupero di lavoro stabile e di qualità, si deve puntare tutto sul turismo, un settore produttivo caratterizzato da lavoro strutturalmente stagionale, da salari tra i più bassi e da una enorme incidenza di contratti precari. Insomma, si propone di fare del sud Italia una sorta di Cuba prima della rivoluzione: un parco giochi a cielo aperto dove i ricchi possono dar sfogo alle loro pulsioni sulle spalle di lavorati sfruttati e precari.

Ci sarebbero molte altre cose da aggiungere sulle 121 pagine del Piano Colao, ma vi risparmiamo. Più delle singole proposte ciò che rileva è l’approccio complessivo del documento. In piena continuità con le politiche economiche degli ultimi trent’anni, il comitato dei tecnici ritaglia per lo Stato una funzione ancillare rispetto al mercato e ripete compulsivamente i peggiori stereotipi padronali degli ultimi decenni. Le favolette sono sempre le solite: deregolamentazione del mercato del lavoro per incentivare l’occupazione, defiscalizzazioni a tutto spiano per stimolare gli investimenti privati, mercificazione selvaggia della scuola, dell’Università e della ricerca. Non c’è traccia, naturalmente, dell’esigenza di investimenti e programmazione pubblica e di porre soluzioni efficaci alle crescenti disuguaglianze socio-economiche e ai miseri livelli salariali.

L’impianto del documento insomma ricalca da vicino la strategia complessiva della Confindustria, una strategia di sviluppo fallimentare per il Paese, tesa esclusivamente a garantire a pochi di continuare ad arricchirsi sulle spalle della collettività. Non ci stupisce affatto che il Piano Colao abbia fatto emozionare quel pagliaccio di Salvini e tutte quelle forze politiche che non hanno altra ragione di esistere se non quella di essere servili alla pessima classe padronale del Bel Paese.

 

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