La pericolosa deriva dei sindacati confederali: negano il conflitto e sposano il liberismo

landiniNel 1927 il Gran Consiglio del Fascismo deliberava la ‘Carta del Lavoro’, il documento simbolo della nascita dello stato corporativo e dell’indirizzo di politica economica che il regime avrebbe condotto di lì in avanti, almeno fino allo scoppio del secondo conflitto mondiale. Un indirizzo politico volto all’esplicita negazione del conflitto di classe e, di conseguenza, alla completa sottomissione dei lavoratori agli interessi padronali. Espressioni quali “collaborazione tra le forze produttive”, “solidarietà tra i vari fattori della produzione”, “uguaglianza tra datori di lavoro e lavoratori”, rinvenibili nell’articolato della Carta del Lavoro, trovarono la loro compiuta sintesi nel riconoscimento, da parte del fascismo, dell’organizzazione privata della produzione come “funzione di interesse nazionale” e dell’iniziativa economica privata come motore dell’economia. Una perfetta espressione della visione liberista (con i dovuti e gli opportuni distinguo – si pensi, ad esempio, alla coniugazione del lavoro, presente nella Carta fascista, come “dovere sociale”, in contrapposizione all’ideale liberale del lavoro come “diritto”), che prevede il superamento della lotta di classe in nome di un “armonico” asservimento del lavoro al capitale, ai fini dello “sviluppo della potenza nazionale”.

La caduta del regime fascista non ha comportato, come ben sappiamo, la morte dell’ideale liberal-corporativista di unità tra le forze produttive. Esso appare infatti rintracciabile negli indirizzi di politica economica promossi dai governi italiani dal secondo dopoguerra in poi. Neanche l’alternanza tra governi di centro-sinistra e centro-destra degli ultimi decenni ha minimamente scalfito questa visione. Senza addentrarci in una complessa disamina storica, venendo ai giorni nostri, si può ritenere che quel concetto, pur rimanendo immutato nella sostanza, abbia fatto registrare dei cambiamenti nelle modalità tramite le quali esso viene declinato nel discorso pubblico. Lo “sviluppo della potenza nazionale” ha assunto la forma espressiva, meno pomposa e assai più conciliante, della ‘crescita’. In nome della crescita si nega, o si tende a superare, l’esistenza del conflitto tra capitale e lavoro. In maniera non sorprendente, però, questo è generalmente il cavallo di Troia per promuovere ed attuare politiche in favore della classe padronale (riduzioni del costo del lavoro, incentivi in favore degli investimenti privati, sgravi fiscali, progressivo abbassamento della tassazione sui profitti etc.). Tali interventi vengono accompagnati da una generale riduzione dell’intervento dello Stato nell’economia, con tagli alla spesa sociale e ridimensionamento del perimetro dell’azione pubblica nella regolamentazione dei mercati e nella produzione di beni e servizi. In ottica liberista, infatti, questi interventi contribuirebbero alla crescita dei livelli di produzione e occupazione, garantendo in ultima istanza migliori condizioni di vita per tutti, lavoratori e imprese, accomunati dagli stessi interessi.

Il confronto con la realtà risulta però impietoso. Possiamo infatti osservare come, proprio per effetto di quelle politiche, l’Italia sia ben lontana dallo sperimentare sia la tanto acclamata crescita economica che l’ottenimento di migliori condizioni di vita per i lavoratori. L’unico risultato di queste politiche è stato in realtà un progressivo aumento della quota dei profitti sul prodotto nazionale a scapito dei salari reali, e anche laddove vi siano stati modesti aumenti nei livelli di produzione, derivanti da fattori esterni, il conseguente incremento di occupazione si è rivelato, nella sua composizione, formato prevalentemente da contratti di lavoro precari e con livelli retributivi bassissimi.

Nel pieno spirito della tradizione liberale, al grido di ‘tutti uniti in nome della crescita’, ha recentemente fatto la sua comparsa sulla scena pubblica una vasta coalizione trasversale – da Confindustria al PD, da Forza Italia all’Inps – ribattezzata da alcuni quotidiani come il “partito del PIL”. La critica rivolta al governo giallo-verde, ribattezzato per l’occasione il “partito della recessione”, sarebbe quella di aver promosso ed adottato una “politica che ignora le imprese”. In particolare, il Governo Salvini-Di Maio sarebbe responsabile, secondo i membri del “partito del PIL”, di non avere a cuore lo sviluppo e la crescita del Paese, di privilegiare il dibattito con le ‘tribù dei No-Tav e dei No-Tap’ e di portare avanti politiche assistenzialiste quali il Reddito di Cittadinanza, di aver messo a repentaglio la libertà di movimento dei capitali e di aver ”ingessato” il mercato del lavoro con il ripristino delle causali tramite il Decreto Dignità. In sostanza i sovranisti del “partito della recessione” sarebbero portatori di una certa cultura anti-impresa, tipica del passato novecentesco, che frena la crescita e che mina quel ‘clima di fiducia’ che favorisce l’incremento nei livelli di produzione e occupazione. L’alternativa promossa dal partito del PIL consisterebbe, allora, nel “mettersi dalla parte di chi considera nemici della globalizzazione i responsabili della decrescita di un paese”, allontanandosi dai modelli novecenteschi della lotta di classe, in quanto l’unico modo per generare prosperità è “combattere la povertà e non la ricchezza”, ponendosi dalla parte del mercato unico e della libertà di movimento di capitali e delle merci, in quanto “dove passano le merci di solito non passano gli eserciti”. Come abbiamo già avuto modo di argomentare, la tanto sbandierata contrapposizione tra liberali-europeisti e sovranisti è in realtà una falsa dicotomia, in quanto entrambi gli schieramenti hanno in comune un’idea di società basata sullo sfruttamento e sull’asservimento delle classi svantaggiate alla logica del profitto. Le molte facce del “partito del PIL”, semplicemente, nell’ambito di un gioco delle parti neanche troppo velato, vogliono ricordare a chi è attualmente al potere che deve fare i conti anche con loro, nell’organizzare lo sfruttamento.

Ma non finisce qui. Gli strepiti del partito del PIL vanno anche nella direzione di tentare il più possibile di allargare la propria dimensione e diversificare la propria composizione, in maniera tale da configurare quella coalizione come una vera e propria “unità delle forze produttive”, che combatte in nome del progresso e della crescita, contro il “partito della recessione”. Un tentativo che passa per la strada di condurre dalla parte degli “amici della globalizzazione e del mercato unico” anche chi, come i sindacati, storicamente e tradizionalmente, svolge il ruolo di rappresentante e promotore delle istanze dei lavoratori e delle classi svantaggiate. Tracce di questo progetto di “evoluzione” (o involuzione) del partito del PIL si sono potute notare lo scorso 9 febbraio, giorno della manifestazione unitaria lanciata dai sindacati confederali CGIL, CISL e UIL. Hanno, infatti, partecipato al corteo da Piazza del Popolo a Piazza San Giovanni due delegazioni regionali di industrialiConfindustria Romagna e Confindustria Basilicata – ma anche esponenti del PD e di LEU. Certo, si potrebbe dire, la manifestazione è stata comunque indetta dai tre sindacati confederali, e il fatto che abbiano aderito solo due delegazioni di Confindustria, peraltro regionali, non è sintomo di una piena comunione di intenti tra quei sindacati e l’associazione padronale. Un assordante campanello d’allarme, tuttavia, viene dal contenuto della piattaforma scritta e condivisa da CGIL, CISL e UIL e sulla cui base le tre organizzazioni confederali hanno convocato la manifestazione. Certo, sono presenti una serie di dichiarazioni di principio generalmente condivisibili, come per esempio che è “necessario il superamento delle politiche di austerity che in Italia, come in Europa, stanno determinando profonde disuguaglianze, aumento della povertà, crescita della disoccupazione”. Anche gli aspetti più avanzati, però, lasciano un certo amaro in bocca. L’austerità sembra un accidente storico, un fenomeno senza colpevoli o responsabili. Non stupisce quindi che non ci sia il benché minimo accenno al fatto che alcuni dei compari di corteo sono proprio quelli che l’austerità l’hanno promossa o accettata senza batter ciglio.

Ma scavando più a fondo, emergono gli aspetti più inquietanti. Abbiamo ripetutamente criticato e denunciato il Reddito di Cittadinanza come strumento di ricatto nei confronti dei lavoratori e di controllo sociale, uno strumento che regala risorse pubbliche ai padroni e che fornisce loro un’arma in più per contenere al ribasso i salari. Ma i sindacati confederali non sono turbati da questo, quanto piuttosto dal fatto che “il livello mediamente elevato dell’importo del beneficio connesso con la possibilità di reiterare senza limiti il rinnovo, rischia di determinare disincentivi all’impiego”, posizione speculare e sostanzialmente identica a quella di Confindustria (leggere per credere: il problema è “il livello troppo elevato del beneficio economico”): il Reddito di Cittadinanza darà troppi soldi ai poveri.

Poche, blande righe sul Decreto Dignità: la reintroduzione delle casuali per le assunzioni a tempo determinato è positiva; in più, un duro richiamo al fatto che vi sia “certezza circa il suo (della causale) campo di applicazione”. In compenso non c’è alcun riferimento al mancato reintegro sul posto di lavoro. L’abolizione dell’articolo 18 viene assunta come un dato di fatto, incontrovertibile e che non merita neanche una menzione.

Per quanto riguarda il contrasto alla precarietà nel mercato del lavoro, leggiamo che va fatto rendendo meno costoso il lavoro stabile rispetto a quello a termine, riducendo stabilmente ed in maniera significativa il cuneo contributivo e fiscale per i contratti a tempo indeterminato, riproponendo di fatto (ancora una volta) quanto previsto dal Decreto Dignità e, prima ancora e in maniera più significativa, dal Jobs Act di renziana memoria.

Nella sezione della piattaforma relativa alla “politica industriale”, all’interno della quale vengono proposti programmi per “dare un grande impulso alle tante componenti del sistema produttivo”, si inizia immediatamente con il precetto secondo il quale “il Governo dovrebbe rafforzare le misure di sostegno a un modello di relazioni industriali autonomo” anche “attraverso la diffusione della contrattazione di secondo livello”, concetto che viene ribadito affermando che “deve essere incentivato un sistema di relazioni sindacali partecipativo, le cui caratteristiche sono state definite nei nuovi contratti, per renderle più snelle ed efficaci, attraverso la contrattazione di secondo livello”. In questi passaggi si può riscontrare un’eco inquietante, che richiama alla mente la famosa lettera inviata da Trichet (allora presidente della BCE) e Draghi (che sarebbe subentrato a Trichet di lì a poco) al Governo italiano nel 2011, dove si poteva leggere a chiare lettere che “c’è anche l’esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L’accordo del 28 Giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa direzione”. Il paradossale salto di qualità è che adesso sono i sindacati stessi che mettono nero su bianco, ed invitano i lavoratori a scendere in piazza per questo, una parola d’ordine tradizionalmente appannaggio del padronato: depotenziare il contratto collettivo nazionale, limitare il suo ambito di intervento al minimo e lasciare che sia la contrattazione decentrata – con sindacati più deboli e lavoratori più ricattabili, in quanto chi contratta è anche chi direttamente poi deve vivere sulla propria pelle i risultati della contrattazione – a decidere come adeguare al meglio condizioni di lavoro e remunerazioni alle esigenze del padrone. Il tutto ovviamente, ci mancherebbe, in nome della competitività e del bene generale, che accomuna in maniera armonica tutte le classi sociali.

Nella medesima sezione, inoltre, la piattaforma propone di rilanciare il Piano Impresa 4.0 di calendiana memoria, il quale consiste sostanzialmente in una serie di incentivi fiscali per quelle imprese che investono in beni capitali ad alto contenuto tecnologico. Si tratta, al solito, di una redistribuzione di risorse dalla collettività alle imprese che ha come unico sicuro effetto quello di incrementare i profitti netti e, ben che vada, di consentire alle imprese di effettuare quegli investimenti comunque già programmati. Ciò che la piattaforma si dimentica di dire, però, è che nella legge di bilancio del 2019 il Piano imprese 4.0 è già stato rilanciato tramite rifinanziamenti e proroghe di misure comprese originariamente nel Programma Industria 4.0 di Calenda, quali l’iper-ammortamento, il credito d’imposta per le spese di formazione dei lavoratori, le agevolazioni per l’acquisto di beni strumentali (e meno male che questo è un governo che ignora le imprese), introducendo inoltre una nuova misura, vale a dire l’istituzione di un Fondo per interventi volti a favorire lo sviluppo di nuove tecnologie.

La lista delle cose che non vanno nella piattaforma è lunga e potrebbe andare ancora avanti. Ma la questione è qui più generale. Il sindacato è, ormai da diversi anni, oggetto di molteplici critiche, spesso di natura qualunquista e demagogica, partendo da Renzi fino ad arrivare agli strali distopici dei Cinque Stelle. Il fatto che queste critiche provengano ‘da destra’ e siano sostanzialmente guidate dall’unico interesse di avere le mani libere nei confronti dei lavoratori, non può nascondere però lo stato disperato e disperante in cui il sindacato versa da decenni e la lenta deriva che lo ha portato, sostanzialmente, ad appiattirsi su una visione di fondo delle relazioni economiche intessuta di liberismo e compatibilità. Questo spiega anche perché, di fronte agli attacchi dei governanti di turno, il mondo del lavoro abbia reagito con sostanziale disinteresse e non abbia in alcuna maniera cercato di difendere quelle che dovrebbero essere le proprie organizzazioni. Non ci interessa partecipare alla demonizzazione del sindacato in quanto tale. Ancora meno ci interessa criticare chi, in massima parte in buona fede o per non sprofondare nello scoraggiamento, continua a vedere (o si illude di vedere) nella piazza del 9 febbraio ragioni di speranza. Ci interessa però affermare una cosa: l’unica maniera per difendere l’idea di sindacato e la legittimità di un’organizzazione collettiva a rappresentare gli interessi di classe dei lavoratori è sgomberare il campo da una serie di imperdonabili equivoci. Chi convoca in piazza il mondo del lavoro su parole d’ordine e contenuti come quelli contenuti nella piattaforma unitaria dei sindacati confederali è parte del problema, non parte della soluzione. Chi cerca di iniettare il veleno della comunanza di interessi tra capitale e lavoro e del ‘siamo tutti sulla stessa barca’, semplicemente lega mani e piedi ai lavoratori e li consegna alla mercé della controparte, con la scusa minima di fare opposizione ad un governo di impresentabili. Chi perpetua questa condotta offre un assist a porta vuota a chi i sindacati vorrebbe farli sparire in quanto tali e taglia il ramo su cui sta seduto, poiché recide definitivamente ogni rapporto e solidarietà di classe con il blocco sociale i cui interessi dovrebbe rappresentare e che invece calpesta, sposando e facendosi portatore di una versione appena edulcorata delle idee e dei contenuti del nemico. Continuare a negare l’evidenza in nome di arzigogolati tatticismi o magari per qualche forma di sentimentalismo verso un passato glorioso è inutile e può portare solamente ad ulteriore disillusione e scoraggiamento.

Se c’è qualcosa che la storia ci insegna quotidianamente è la straordinaria capacità del capitale di individuare sempre nuovi referenti e maggiordomi, passando senza soluzione di continuità e senza batter ciglio da Renzi all’accoppiata Salvini-Di Maio. La battaglia contro quest’ultimi non va fatta perché maleducati turbatori della concordia e del buongusto ma perché sono l’ultimo, attuale strumento di un sistema economico strutturalmente ingiusto, che beneficia i pochissimi sulle spalle dei tanti. Tutto questo non sembra interessare ai sindacati confederali, i quali appaiono invece più concentrati a costruire una impossibile concordia sociale. Chi è davvero intenzionato a difendere interessi e necessità dei lavoratori non può più perdere tempo con queste cose. Il capitale non aspetta.

 

Un pensiero su “La pericolosa deriva dei sindacati confederali: negano il conflitto e sposano il liberismo

  1. C’entra qualcosa in tutto questo la cogestione sindacale del welfare aziendale attraverso fondi a cui i lavoratori devono obbligatoriamente aderire e che contribuiscono alla privatizzazione di servizi che dovrebbero essere pubblici (pensioni, sanità, assistenza…)?

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